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La città’ degli aquiloni
Una tradizione secolare che diventa industria, come una città della provincia cinese è diventata in poco tempo la capitale mondiale degli aquiloni.
Testo di Michele Soranzo Foto di Daniele Mattioli
A Weifang, nella Cina settentrionale, la scena si ripete ogni giorno con la regolarità di un rito senza tempo. All’alba e al crepuscolo centinaia di persone, in maggior parte anziani, confluiscono da ogni parte della città verso il parco principale, ognuno tenendo in mano una comune borsa della spesa da cui spuntano enormi occhi di mantidi, ali di falchi, corpi colorati di libellule e di farfalle giganti. Stesi sul prato, i pezzi dipinti a mano mostrano i loro leggerissimi scheletri di bambù sotto il sottile strato di carta di riso che li ricopre. In pochi minuti, le mani esperte dei proprietari li assemblano dando finalmente forma a figure stilizzate di animali e insetti, all’apparenza quasi impazienti di librarsi in volo al primo soffio di vento.
Li Xiangming, sessantasette anni ben portati, tiene banco tra un gruppo di coetanei con una animata discussione sulle caratteristiche dei vari modelli presenti. Con l’energia e l’entusiasmo di un ragazzino, Li chiede curioso quanto la passione per gli aquiloni sia popolare anche da noi in Occidente. Quando sente dire che sono un gioco perlopiù riservato ai bambini, si zittisce di colpo, fa un giro pensieroso tra le sagome multiformi stese sul prato, e infine esclama allargando le braccia “ma allora qui siamo tutti dei bambini!” verso i suoi compagni che scoppiano in una fragorosa risata. Li Xianming e i suoi amici non sono un caso isolato in Cina, dove la passione per i cosiddetti “apparecchi a vento” è diffusa in tutto il paese, dalle grandi città al piccolo villaggio. Ciò che però rende gli appassionati di Weifang anche dei privilegiati, è il fatto di vivere in quella che viene considerata la “città degli aquiloni” per antonomasia. Un milione di abitanti circa, situata nell’interno della regione dello Shandong, Weifang a prima vista potrebbe sembrare la solita, piccola (almeno per gli standard cinesi), grigia città di provincia, se non fosse per la miriade di aquiloni colorati esposti fuori dai numerosi negozi lungo le strade.
La cosa non meraviglia più di tanto, una volta saputo che la tradizione degli aquiloni di Weifang risale alla dinastia Song, circa settecento anni fa, e continuata ininterrotta attraverso le successive dinastie Ming e Qing fino ai nostri giorni. La parentesi triste avvenne durante gli anni duri della Rivoluzione Culturale, quando le Guardie Rosse bollarono gli aquiloni come retaggio di una cultura antica, reazionaria e quindi da proibire. Gli artigiani di Weifang non poterono far altro che rassegnarsi a vederne bruciare a migliaia, tra cui anche esemplari preziosi. Dopo la parentesi del terrore, gli abitanti di Weifang seppero approfittare del nuovo corso economico di Deng Xiaoping, per puntare il loro futuro ancora sulla tradizione, trasformandola in una solida industria che in poco tempo ha fatto della città il centro di produzione di aquiloni più importante del paese, e del mondo. Nel 1988, l’Associazione Internazionale ha infatti eletto Weifang “Capitale Mondiale degli Aquiloni”. Per celebrare la sua centralità nel variopinto mondo dell’aquilone, dal 1984, la città ospita inoltre ogni aprile il Festival Internazionale che l’anno scorso ha visto la partecipazione di delegazioni provenienti da 145 paesi.
Gao Peng, della Associazione dei Produttori di Aquiloni di Weifang, illustra le cifre che fanno della città il centro mondiale dell’aquilone: oltre trecento aziende e laboratori artigiani, duemilacinquecento addetti, una produzione annua che supera i dieci milioni di pezzi, per un fatturato di oltre 10 miliardi di Euro. Molte delle grosse aziende sono recenti, come ad esempio quella di Sun Xiaoyi, un signore di quarant’anni, con una tipica storia di imprenditore cinese alle spalle: già operaio in una piccola azienda di aquiloni, nel 1997 decide di lanciarsi da solo nell’impresa con sei operai e quattro macchine da cucire in un piccolo garage. Ora la sua fabbrica occupa un grande capannone nella zona industriale della città, ed è una delle aziende più grandi, con una ottantina di operai e una tentina di macchine. Sui lunghi banchi di lavoro, operaie in fila tagliano e cuciono senza posa pezzi di tela colorata producendo un migliaio di pezzi al giorno. “Ne esportiamo in tutti i continenti”, dice orgoglioso il signor Sun, “dal Giappone alla Corea, dall’America fino Australia e l’Europa, anche in Italia.” Viene naturale chiedere al signor Sun se abbia un’idea di come sia nato l’aquilone su cui ha costruito la sua fortuna. Alla domanda fa però una faccia imbarazzata, ammettendo di non essersi mai posto veramente il problema. A dire il vero, nessuno ha la risposta pronta, di certo si può dire che sia un’invenzione tutta cinese, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Han Fulin, alla domanda, posa per un attimo la testa di drago cui sta lavorando con pazienza e fissa lo sguardo lontano. “Il primo aquilone fu un cappello, quando un contadino gli legò una cordicella per non farselo portare via dal vento.”, risponde. Settantanni, i movimenti lenti e una memoria di ferro, Han Fulin è considerato uno dei maestri più autorevoli della tradizione di Weifang.
Ora che è in pensione, ha riservato alla sua passione di sempre un piccolo spazio nella sua modesta casa nel centro della città, dove continua a produrre i pezzi che lo hanno reso famoso tra gli appassionati. “In realta con gli aquiloni non si finisce mai”, dice, “ho iniziato che avevo sette anni, e da allora non ho mai smesso”. Abile pittore e scultore, dipinge da se la carta e la seta con cui veste le intelaiature di bambù che crea. Decorati con scene da famosi romanzi e racconti popolari cinesi, o con raffinata calligrafia, gli aquiloni del signor Han sono un delicato equilibrio di arte e tecnica che hanno fatto il giro del mondo. Per anni, infatti, la Commissione Cultura lo ha inviato all’estero a rappresentare quello che tutt’oggi viene considerato un importante aspetto della cultura popolare cinese. Han mostra con orgoglio i vari trofei internazionali che i suoi aquiloni hanno vinto, tra cui anche uno della città di Sinigaglia del 1996. Per quanto possa sembrare strano, Han Fulin non ha mai fatto della sua attività una professione, preferendo lavorare fino alla pensione come ingegnere in una azienda chimica. “Ho sempre pensato che quando diventa un lavoro si perda l’innocenza e la spontaneità del gioco.” Chi invece la pensa diversamente è l’energico Zhang Xiaodong, 53 anni. Nella sua casa contadina nella campagna fuori Weifang, ha allestito un laboratorio che impiega oltre a lui, anche il figlio e la nuora. La parete è costellata di animali e insetti giganti stilizzati che fissano chi entra con i loro sguardi surreali e magnetici, come le maschere e i costumi di un teatro in attesa di animarsi in scena. Zhang sta lavorando con pinze e cacciaviti a un pipistrello gigante di quasi due metri. “È un simbolo di buona fortuna”, dice, mentre agendo sui meccanismi gli muove la testa, le ali, e perfino gli occhi. Uno dei motivi per cui è famosa la scuola di Weifang sono infatti i meccanismi che muovono le varie parti degli aquiloni con l’azione del vento. Di questa scuola Zhang è uno dei maestri piu rinomati: i suoi apparecchi sono venduti a caro prezzo a clienti di ogni parte del mondo, soprattutto giapponesi, coreani e americani. “Ho iniziato a otto anni, ormai nella mia famiglia siamo già alla terza generazione”, dice tenendo in braccio la nipote di quattro anni che gioca curiosa tra figure di mantidi e draghi. Il maestro ha anche un record assoluto: la realizzazione dell’aquilone più lungo del mondo, un drago-millepiedi di quattromila metri, per il quale ha lavorato tre mesi. La devozione della città per gli aquiloni sembra non avere mai fine. In pieno centro si trova il museo, una costruzione dal tetto enorme a forma di testa di drago, il simbolo degli aquiloni di Weifang. Dentro, una collezione di apparecchi antichi e moderni, forme geometriche più disparate, elaborate in occasione di eventi diversi, tra cui uno per l’edizione passata della coppa del mondo di calcio in Corea e Giappone. “È il piu grande al mondo dedicato all’aquilone”, dice orgoglioso il direttore del museo. Alla domanda se davvero ritenga che sia una invenzione tutta cinese, risponde sorridendo con una serie di citazioni e fatti che si perdono nella lontana storia cinese.
Cappelli di contadini a parte, c’è infatti chi ne attribuisce l’invenzione ai primi filosofi taoisti, impegnati nell’esplorazione della natura e dei suoi fenomeni. Quello che si sa di sicuro, è che le prime testimonianze scritte risalgono al turbolento periodo degli Stati Combattenti (475-221 a.c.), quando gli aquiloni sarebbero stati impiegati come macchine volanti per scopi militari, alcuni di essi così grandi da poter sollevare un uomo per decine di metri. In seguito, con l’uso di materiali pregiati come seta e carta, gli aquiloni sarebbero passati a intrattenimento per notabili e imperatori, arrivando più tardi al resto del popolo. Da allora, una miriade di stili e scuole si sarebbero costituiti in tutto il paese, di cui ancora oggi ne rimangono diverse. Nella sala della Associazione, Gao Peng mostra i manufatti più preziosi. Nonostante la spettacolarità delle enormi teste di drago e dei corpi animali, i pezzi più ricercati sono in realtà quelli dalle dimensioni più ridotte: grandi come il palmo di una mano, una scatola di fiammiferi, un’unghia, fino alle dimensioni di una mosca. Wang Guangyi ha appena trent’anni, è considerato uno dei più promettenti maestri di Weifang. Sta lavorando a una miniatura con lenti, pinzette e pennellini sottilissimi, dice che continuerà a farlo fino a che glielo permetterà la vista, poi passerà anche lui a quelli piu grandi. Ma se Weifang resta da una parte il regno degli aquiloni, quasi uno Shangri-La sulla bocca di tutti gli appasionati, dall’altra c’è da dire che la devozione dei cinesi per il volo “da fermo” è evidente in ogni angolo del paese. Girando nei parchi di grandi metropoli come Pechino e Shanghai, la sera come all’alba, tra le figure di anziani che praticano il taiji e altre forme di ginnastica tradizionale, c’è chi esegue strani movimenti ritmati tenendo lo sguardo fisso al cielo lungo una linea quasi invisibile. Nelle parole di Han Fulin, far volare un aquilone non è solo una attività per lo spirito, ma una vera e propria ginnastica: “Aiuta le articolazioni, i muscoli del collo, la vista e i riflessi.” Nella Cina tesa alla modernità, la popolarità degli aquiloni è in deciso aumento, come conseguenza di quello che sembra un bisogno sempre più sentito di allentare le tensioni imposte dai pressanti ritmi di vita, talvolta anche alla solitudine. Forme di uccelli di carta si stagliano sempre più numerose contro le figure ultramoderne di enormi edifici di vetro e cemento. Recentemente, i governi locali hanno emesso severe ordinanze contro la pratica di far volare aquiloni nei parchi e nelle piazze, adducendo motivazioni di sicurezza e di decoro. Ma il risultato è stato spesso quello di far migrare gli appassionati verso nuove zone, o nuovi orari: gruppi di irriducibili fanno volare i propri apparecchi in pieno centro di notte, quando i controlli sono meno stretti, applicando stringhe luminose agli aquiloni che volano indisturbati e silenziosi nel buio. A sentire queste notizie, Li Xianming non sembra comunque preoccuparsi laggiù a Weifang: “Nessuno si sognerebbe di fare una cosa del genere, qui”, replica tenendo lo sguardo fisso alla sua civetta gigante alta, nel cielo, “almeno finchè esisterà il vento.”
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