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20 settembre 2006

Le visioni del presente e i timori del futuro di una metropoli. Shanghai fa da motivo conduttore della propria Biennale

Biennale

 

di Sara Beretta

Settembre d’arte, a Shanghai. La sesta edizione della Biennale, in corso al Museo d’Arte con il titolo “Hyper Design”, è solo uno degli eventi che animano la scena artistica della città: il distretto di Moganshan è teatro della Biennale Off- Site, il MOCA- Shanghai ospita la collettiva “Entry Gate: Chinese Aestetichs of Heterogeneity”, mentre il Duolun MoMA propone la seconda esibizione di giovani artisti, un progetto che vuole crescere come laboratorio per promuovere l’arte contemporanea ed avvicinarla alla società. E Shanghai è protagonista.

 

Se il tema conduttore della Biennale è il design come ponte tra l’arte e la vita quotidiana, il presente, ma soprattutto il futuro, della città sembra essere fonte di ispirazione (e preoccupazione) per gli artisti cinesi e stranieri invitati ad esprimersi. La veloce e prepotente urbanizzazione che si accompagna allo sviluppo economico del Paese pare non tener conto della dimensione umana, in molte delle opere in mostra è forte la sensazione di alienazione crescente in una metropoli in corsa verso il futuro. Gli artisti non si sentono più parte di un’elite rinchiusa in una torre d’avorio, estranea alle umane vicende: quella torre è oggi un alto condominio, uno tra i tanti che spuntano come funghi, seguendo schematici e anonimi piani regolatori come nell’installazione “South Facing” di David Cotterel, che all’Island6 ha portato i suoi 1000 grattacieli in miniatura.

“Globalizzazione” è un termine ormai abusato, divenuto sinonimo di omogeneizzazione, commercio e vite standardizzate, ma può anche rivelarsi un prezioso terreno di scambio: dimostrazione ne sono le mostre in corso, che ospitano artisti provenienti da tutto il mondo, ognuno con il suo contributo ad un approccio all’arte che si avvicini alla società ed ognuno con la propria esperienza sul territorio cinese. Le culture non sono più roccheforti impermeabili alle influenze esterne, globalizzazione significa anche conoscere l’altro, e non stupisce che i linguaggi si mescolino, i codici culturali e le tecniche si contaminino. E’ così che Chan You Kin gioca con famose marche “globali”, scambiandone gli inconfondibili slogan e facendo sapiente uso del collage grafico, mentre Charles Sandison crea la sua installazione “Family” proiettando sui visitatori in una stanza buia caratteri cinesi che hanno attinenza con la famiglia, appunto. Il mercato internazionale, l’alienazione delle grandi metropoli e il senso di una famiglia che si perde: l’arte si presta come lingua comune per esprimere disagi e perplessità condivisi da artisti di provenienze diverse. Le tecniche impiegate sono le più disparate ma il messaggio sembra essere un appello a non perdere la propria identità e, soprattutto, la propria individualità.

Da un lato infatti gli artisti cinesi sembrano preoccupati dalla minaccia di una globalizzazione che potrebbe portare a una perdita di radici culturali, dall’altro quello che li accomuna ai colleghi stranieri è la sensazione di una graduale perdita di identità individuale. L’imperativo è quello dell’ essere “qui ed ora”, partecipi dei cambiamenti, non passivi spettatori senza volto. Ecco che molti artisti hanno deciso di rendere interattive le proprie opere, coinvolgendo i visitatori e cercando di sensibilizzarli ai temi trattati: non arte per l’arte, quindi, ma l’arte come mezzo per creare consapevolezza.

BiennaleQuesto era stato l’intento degli artisti che già alla metà degli anni ’80 si riunivano in un gruppi e piccole comuni per esprimere la propria critica sociale, per lottare a favore della libertà di espressione artistica e individuale. Allora però non esisteva in Cina un mercato dell’arte e pochi di loro avevano avuto diretti contatti con l’Occidente. Oggi la situazione è molto cambiata: la cosiddetta neo- avanguardia conosce bene il mercato globale e molti dei suoi protagonisti hanno vissuto all’estero, il pubblico a cui si rivolgono è eterogeneo e i linguaggi di cui dispongono sono frutto di molteplici contaminazioni. Ciò non significa necessariamente perdita di profondità nell’arte, ma può essere al contrario un’occasione per trovare una mediazione tra i due mondi, una possibilità di dialogo in cui le differenze vengano valorizzate anziché divenire fonte di disuguaglianze. Restano molti gli interrogativi aperti, l’arte può essere un osservatorio privilegiato sulla società ma perché questo cambi le cose è necessario che non resti appannaggio di una ristretta elite ma che si avvicini al vasto pubblico. Liu Jianhua ben esprime, non senza ironia, questa situazione di incertezza nei confronti del futuro: la sua installazione “Can you tell me?” pone 100 domande, in cinque diverse lingue, sul futuro di Shanghai  come capitale economica, culturale e civile del mondo, 100 domande di cui l’ultima personale ma emblematica: “Sarà Shanghainese l’artista le cui opere saranno le più costose e le più vendute al mondo?”. Can you tell me?

 
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