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Profezie misteriose, guerrieri di terracotta nella metro, vitelli d’oro, diluvi universali, the Titanic situation, una santanamobile nera, Mr Eiffel, squatters da tribuna, il riso rosso di Schumacher, il pasticcio blu di Alonso, la tristezza di Iberio, le meste finlandesi e quant’altro, nel rocambolesco GP di Shanghai edizione 2006…
Testo di Michele Soranzo con preziosi spunti di Roberto Colombo Foto assolutamente di Roberto Colombo
Assetto da bagnato o da asciutto? Il dilemma non ha tormentato solo Ferrari & C. nel fine settimana appena trascorso del Gran Premio di F1 di Shanghai. Vedere la gara comodamente a casa al riparo dalle intemperie, o gettarsi nell’avventura rischiando di imbarcare acqua tutto il tempo? Il cielo sopra Shanghai è di un grigio melma, la mattina di domenica alle 8 è il momento di prendere la decisione, un rapido giro di sms e alla fine il dado è tratto, si va a Jiading sfidando la sorte.
L’appuntamento è alle 9.30 allo stadio di Xujiahui, da dove partono i bus per il circuito. Roberto ed io arriviamo in metro dopo aver lottato non poco con le masse popolari per scendere. Poco prima eravamo rimasti basiti a decifrare come degli Champollion da strada una misteriosa scritta che recitava AFTER FIRST UNDER ON, DO RIDING WITH CIVILITY. Indecisi se appellarci a Henry Potter o al più nostrano Mago Silvan per svelare l’arcano, alla fine troviamo la nostra Stele di Rosetta nei caratteri cinesi scritti sopra, che ci fa decifrare con buona probabilità l’enigma, la cui traduzione parrebbe essere dantescamente: FATTI NON FOSTE PER ESSER COME LI BOVINI, FATE SCENDER L’ALTRI PRIMA DI POSAR LI VOSTRI CALZINI. Letto questo messaggio inquietante lasciato sicuramente da una civiltà antica ormai scomparsa, entriamo nella carrozza quasi deserta. Non diamo peso più di tanto alla profezia, fino a quando non arriviamo al tragico snodo di People’s Square: un intero esercito di guerrieri di terracotta si para infatti davanti alle porte del vagone nella temibile formazione a testuggine. Impassibili facce orientali ci fissano da dietro i vetri, del tutto intenzionate a scaraventarsi dentro travolgendo chiunque pensasse di uscire. Siamo un manipolo di brancaleone dai volti caucasici davanti a un’armata agguerrita sappiamo di non avere speranza ma ci batteremo fino alla fine… le porte si aprono, tentiamo un blitz a sorpresa attaccando a testa bassa come se fosse la nostra ultima meta… impossibile, sono troppi, dobbiamo ripiegare sotto la furia di corpi solidi che si riversano dentro a spintoni come una mandria di bufali terrorizzati, i secondi passano, i gomiti cozzano contro le ginocchia, volano menischi, rotule spezzate, costole scheggiate, orecchie dilaniate, il beep della chiusura porte inizia a suonare, si prospetta ormai una dolorosa sconfitta e un allungo fino alla stazione successiva, ma è solo in un ultimo, disperato tentativo che riusciamo a districarci dalla pressione e a scivolare attraverso la porta come sogliole da un angolo impossibile, siamo fuori per miracolo mentre altri terracotti continuano a riversarsi dentro la carrozza travolgendo ogni cosa che trovano davanti come unni scatenati.
Recuperiamo i nostri zaini tastandoci per capire se abbiamo lasciato qualche parte di noi nella carrozza, risistemiamo le giunture strapazzate e raccogliamo anche Andrea, che ne frattempo era arrivato dall’altro versante di Shanghai. Manca solo la Kiru e poi siamo al completo. I bagarini sono appostati fin dentro la metro, lungo la strada verso lo stadio, dentro lo stadio. Memore degli 80 yuan pagati un paio di anni prima (per i non “cinesi”, 10 yuan = 1 euro circa), scarto le loro offerte ancora troppo care confidando di trovare prezzi stracciati allo stadio. Niente da fare, dopo un poco capiamo che quest’anno va di magra, il minimo sono 800 Rmb, troppo per il budget che avevamo destinato. Kiru si aggiunge al gruppo, portandosi dietro un cinese grande e grosso che si presenta come Mr Eiffel… ne avevo sentiti di nomi strani usati dai cinesi, ma questo li supera tutti… Le ricerche per prezzi migliori naufragano inesorabilmente, il tempo passa, la folla preme, decidiamo di metterci in fila per uno dei bus che partono per il circuito e tentare la sorte laggiù, magari con una spinta riusciamo a entrare come a un concerto rock.
Dopo un’ora e un viaggio liscio e regolare siamo al circuito, non ci resta che inchinarci alla potente organizzazione cinese. Chapeau! Scesi dal bus qualcuno azzarda un fatidico “almeno non piove” che deve aver provocato una pronta risposta dall’alto. Infatti comincia subito a scendere una pioggia battente che spinge chi aveva optato per le gomme da asciutto a rifornirsi da uno scaltro speculatore di impermeabilini di plastica, 30 yuan per un condom gigante da infilare addosso per non annegare, prezzo normale in condizioni non da monopolio, 1 yuan! Vestiti come una pubblicità della Durex interroghiamo i bagarini (anche detti huangniu, vitelli d’oro, per via dei mazzi di banconote rosa da 100 che si portano addosso) per scoprire che i prezzi sono sì inferiori a Xujiahui, ma pur sempre alti. E intanto il tempo passa, non possiamo nemmeno stare fermi in quello che è un inferno di confusione, per non finire assediati dai pressanti venditori di binocoli con lenti Zeiss di plastica rosa. Manca circa un’ora alla gara e siamo ancora fuori… la nostra torre Eiffel aggancia un vitello che più che d’oro pare di bronzo, soprannominato subito il Losco, gli prospetta un affarone: 200 yuan a cranio per farci entrare “…senza biglietto”. Restiamo sbigottiti, ci guardiamo indecisi sul da farsi, intanto per Andrea si prospetta una secondo Titanic, un’ombrellata-iceberg passante sulla nuca gli apre uno squarcio di mezzo metro attraverso la corazza da mezzo micron del sacco di spazzatura che gli hanno venduto come impermeabile. Imbarca acqua a ettolitri e si gonfia come un palombaro, come se non bastasse, la pioggia acida di Shanghai comincia a corrompere anche l’autonomia degli altri profilattici che indossiamo, non c’è tempo da perdere, dobbiamo agire subito! Accettiamo! Il Losco ci porta verso una cancellata da dove una misteriosa Volkswagen Santana nerissima e dai finestrini catramati effettua carichi di altri disperati per contrabbandarli oltre la recinzione. La scena è surreale, davanti alla cancellata sorvegliata da guardiani, una ventina di persone attendono, la santanamobile ne carica quattro per volta, fa un giro su se stessa, il guardiano apre il passaggio, l’auto entra, fa una ventina di metri, scarica la merce umana che trasporta, riparte, esce dal cancello che si richiude, si posiziona a qualche metro e ricarica altra gente.
Poco più in là, gente dentro il circuito ormai da tempo immemorabile, assalita dai morsi della fame - incredibilmente non si trova niente da mangiare all’interno - si affanna per avere anche solo uno degli immancabili spiedini di kao yang rou (carne di pecora allo spiedo) venduta a prezzi osceni. Vedendo le centinaia di braccia protese attraverso le reti e udendo i lamenti di inedia non possiamo non pensare ai tormenti del conte Ugolino e alla famigerata clinica del Dottor Birkenmayer… ci guardiamo perplessi ripensando alle scene dei documentari di guerra e ai servizi del TG sugli sbarchi a Lampedusa. Proviamo tutti la sensazione di essere improvvisamente dei boat people, umani sdoganati illegalmente in qualche spiaggia di un paese chiamato speranza. Tocca a noi, dopo alcune false partenze, il Losco ci fa salire, “non più di quattro” ripete tutto agitato, ci infiliamo dentro, Kiru l’albanese è la prima a salire (Ladies first!) ma la nostra cortesia si rivela una trappola perchè finisce schiacciata in fondo al barcone dal nostro peso, Andrea o’kurdo rimane fuori, “torniamo a riprenderti” urliamo ma sono solo parole di conforto, nessuno sa in realtà se e come sarà mai prelevato. Messo di fronte alla prospettiva di rimanere per sempre a terra oltre la barricata di rete, il fido Andrew (siculo in realtà) si lancia lungo come un pesce spada sopra di noi, per Kiru è un colpo da schiacciasassi, Roberto il senegalese riesce miracolosamente ad estrarre la digitale infilandomi un gomito nell’occhio e a scattare una foto memorabile, il Losco azzarda un deciso “no-no”, ma noi siamo più determinati di lui stavolta, richiudiamo perentori gli sportelli mostrandogli un’unica faccia che dice “o tutti, o niente!” Il vitello piega la testa, il motore parte, il lungo viaggio comincia, la nera batmobile si rigira appesantita, passa il cancello, fa qualche metro, paghiamo come pattuito e scendiamo. Siamo dentro il circuito!!!
Vaghiamo persi nella terra promessa come clandestini, poi decidiamo di osare ancora di più, perchè stare sul prato fradicio come pecore irlandesi quando ci sono le tribune poco distanti? Ormai la nostra sfrontatezza non vede limiti e ci squattiamo sugli scalini della tribuna 9, proprio lungo una delle curve più lente del circuito, posizione perfetta! Nessuno viene a dirci niente, la pioggia ha smesso, abbiamo provviste di crakers per un paio di ore, un beverone di caffè da dividere in cinque, un pollo di plastica e una mela bacata, mancherebbe uno spritz, ma va bene anche così! Al nostro fianco un team di avvenenti supporter finniche di Hakkinen in jeans e magliette bianche con la croce blu su sfondo bianco, ma più vicino ancora uno spagnolo in completo impeccabile da Alonso, più di Alonso, meglio di Alonso!
La gara comincia quasi un’ora dopo il nostro ingresso, ci accorgiamo presto che il rumore delle monoposto è insopportabile, infiliamo i tappi comprati per strada che si rivelano essere della misura sbagliata e scappano fuori, il rumore entra senza problemi nei timpani, si prospettano due ore di discoteca, ma ormai siamo in ballo, la gara inizia e vinca il migliore, ovvero Shumy! I primi giri sono deludenti, il tedesco della Ferrari è solo sesto, mentre Alonso macina secondi ad ogni tornata con la sua Espace prendendo il largo dal resto del gruppo. Peggio ancora, dobbiamo sopportare il tifo scatenato dell’ispanico che chiamerò per comodità Iberio, e che fotografa il suo eroe ad ogni passaggio alzando con un savoir faire tutto latino il dito medio verso la nostra cara Ferrari. “Alonso campeon” ci fa notare sfacciatamente sotto un sorriso a 38 denti, ma noi non siamo talebani, siamo cinesi, e sappiamo quindi aspettare il cadavere del nemico passare lungo il fiume, così a un quarto di gara, quando al pit stop la Renault decide di usare le gomme da neve e il megaschermo manda le immagini di Briatore su tutte le furie, è il momendo di battere sulla spalla di Iberio e suggerire in spagnolo maccheronico un “Schumacher agora se va a comer Alonso!” Mi guardo in giro e vedo i tifosi cinesi completamente in rosso, un tappeto scarlatto di cappellini, maglie e bandiere Ferrari, del blu-Renault poca traccia. Ogni volta che la Rossa passa sfilando veloce in curva mangiandosi i secondi del distacco da Alonso come caramelle, il caro Iberio si fa sempre più mesto, al momento del sorpasso sul suo adorato campeon crolla disperato, e un sentimento di pena mi prende improvviso. “Dai” gli dico, “stai su, vedrai che ce la fa a finire”, sperando in realtà in una sonora esplosione del motore francese. Passano pochi minuti, risultato Schumacher primo, Alonso sesto, Iberio suonato come da un KO di Tyson. La gara continua verso il finale, il ritiro di Mikka manda a casa anticipatamente anche le belle finniche, i cinesi in delirio per la Ferrari esultano, Iberio si consola con secondo posto del suo “Alonsito”, noi non festeggiamo nemmeno per questa ennesima vittoria di Schumacher, molto signorilmente gli facciamo i complimenti per il “culo” di Alonso che limita i danni e lo lasciamo alla sua disperazione.
E’ tempo di andare, si fanno sentire delle gocce di pioggia, ci affrettiamo verso il bus, al ritorno come all’andata tutto semplice e liscio, ci avviamo verso i bagni prima del grande viaggio, all’ammucchiata dei cessi per maschietti fa da contrasto la fila ordinata di quelli delle femminucce, stile diverso non c’è che dire. L’uscita è davanti a noi facile come uscire da un cinema, a Monza non sono mai uscito senza l’aiuto di un buon uomo con le provvvidenziali cesorie per affettare le reti, salvo sbucare agli antipodi dal posto in cui era parcheggiata dell’auto. Ma Shanghai non è Monza, i bus attendono, saliamo in un attimo e siamo verso la città. Non manca l’imprevisto, un britannico dalla faccia da hooligan del Blackburn dopo un poco non ce la fa, chiede all’autista di fermarsi per un bisogno, l’autista dice no, se la tenesse, la vescica dell’hooligan è al limite, alla fine, decisione tragica: espletamento dei bisogni sulla porta del bus, sotto gli occhi pacifici dell’autista che trova più accettabile farsi quasi pisciare addosso che lasciarlo uscire un attimo! Alla fine entriamo in città, poi lo stadio da cui siamo partiti, il cerchio è chiuso, la gara è finita, l’armata brancaleone torna alle rispettive dimore, il prossimo anno sarà un’altra avventura!
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