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Ponte di Ferro – Pechino in sella a un KTM
Il racconto in tre parti di un appassionante viaggio in moto dalle Alpi alla Grande Muraglia.
Le tappe del viaggio anche sul sito http://www.tenerside.it/viaggio_cina.php
Vissuto, documentato e fotografato da Giampiero Pagliochini
Dice di se Giampiero Pagliochini
Ho 47 anni, lavoro in una centrale a carbone Enel come elettricista, naturale quindi che quando sono passato a Datong, importante zona mineraria della Cina, ho vissuto come poche altre volte un momento di grande esaltazione personale per il mio lavoro. Dal mio sito (www.motorbiketravel.it, ma mi trovate anche sul sito ufficiale KTM www.ktm.it) noterete che questo è solo l’ultimo di una serie di viaggi intorno al mondo che ho iniziato da una ventina d’anni. Se potessi permettermelo mi prenderei tre anni per farmi il giro del mondo intero in un colpo solo!
Vivo a Ponte di Ferro un piccolo paese dell'Umbria, terra di matti e teste calde che come me hanno la passione dei viaggi e dell’avventura.
Parte 1/3
Tarvisio – Uzbekistan
Il granaio del mondo e la testata di Zidane
Sono le 24 quando l’aereo decolla dall’aereoporto di Pechino, in un attimo immagini, facce di persone, paesaggi inusuali per noi, strade inesistenti percorse per intere giornate in sella alla moto sfilano inesorabili nella mia mente.
Ero uscito un sabato mattina da casa, pensare di arrivare nella capitale cinese era come un miraggio, ma come sempre capita in un viaggio si esita a partire, svoltato l’angolo questi pensieri erano già archiviati.
Appuntamento a Tarvisio, non prima di aver incontrato Guglielmo a Bologna, con me Giorgio da sempre gran sostenitore morale di miei viaggi, ha voluto scortarmi sin qui, saluto gli amici e punto verso il confine.
La pioggia mi accompagna negli ultimi cento km, la ritroverò in Cina dopo giorni passati a viaggiare con temperature di 40 gradi.
L’Austria ci accoglie con i suoi paesaggi verdi dove l’ordine rasenta la perfezione, la sera si fa tappa a Budapest, con un’escursione notturna nella città vecchia.
All’indomani facciamo frontiera con l’Ucraina, i modi di vivere cambiano radicalmente ora la moto è un’attrattiva e desta curiosità, gli argomenti saranno gli sempre stessi, quanto costa, quanti cilindri e che velocità raggiunge.
A Ternopil (Leopoli per noi) sostiamo per visitare la città o almeno quello che nella nostra mente resta un episodio d’orgoglio dell’ultima guerra, quando la nostra cavalleria, eroicamente con una carica d’altri tempi, marciò contro le truppe russe, la prossima meta è Kiev, la raggiungiamo all’indomani visitando la Cattedrale di Santo Stefano un esaltazione del culto ortodosso. Ora anche il paesaggio assume contorni diversi, il vanto dell’era Khru___v, vale a dire Ucraina granaio del mondo, sembra resistere ad anni di distanza, infinite distese di frumento che si alternano a mais e girasoli, anche se inevitabile il disfacimento di quello che era il grande blocco sovietico è evidente, specialmente quando decidiamo di abbandonare le grande arterie di comunicazione.
Una nota su tutte siamo stati multati per eccesso di velocità, alcune volte eravamo fuori legge ma in altre i poliziotti hanno provato a fare i furbi, qualcuno di noi ha contestato senza pagare nulla.
Frontiera Ucraina-Federazione Russa, Vladimir, credo si scriva così, è un grande appassionato di calcio, la nostra vittoria ai mondiali lo esalta a volte stupisce come sappia tanto, ma quello che tiene banco è la testata di Zidane a Materassi, questo avvenimento sportivo ci sarà d’aiuto in alcune situazioni, specialmente con la polizia che ci ferma regolarmente, più per vedere le moto che altro,” Italia campione del mondo” sarà il lasciapassare più prezioso del passaporto, di fronte a certe situazione come non restare increduli.
La sbarra si alza l’Ucraina resta alle spalle mai avremmo pensato di passare 6 ore in frontiera dal lato Russo, la burocrazia è un’istituzione, giriamo da un ufficio all’altro compilando carta a non finire, dove diventa difficile sapere cosa scrivere visto che solo in russo sono stampati i fogli, per fortuna che qualche bellezza, seduta dietro una scrivania, allieta questo disagio.
Al modesto paesino di Doneck, in cui sostiamo, diventiamo l’attrattiva di tanti, troviamo un ragazzo che parla inglese sarà il nostro consigliere e angelo custode per tutta la serata.
Volgograd ovvero l’ex Stalingrado ci accoglie in un caldissimo pomeriggio d’estate, raggiungiamo il fiume Volga e quello che resta degli edifici simbolo di una delle più cruente battaglie della seconda guerra mondiale. Conquistata prima dai tedeschi, ultimo baluardo russo sulla via di Mosca, difesa strenuamente da quest’ultimi con un numero impressionante di perdite umane, un prezzo altissimo, cambiò le sorte della guerra costringendo i tedeschi ad arrendersi e ritirarsi verso ovest, invertendo così le sorti della guerra favorevoli al REICH fino a quel momento.
Astrakan l’ultima città della Federazione Russa prima della frontiera kazaka, i ritmi di vita sono diversi, sarà il caldo o il miscuglio di razze che vi vivono, i russi sembrano essere la minoranza, ma l’idea è che il potere sia gestito sempre da loro.
La città è in festa, sul fiume Volga esibizione di vetusti mezzi navali, una gran parata di notte illuminata da fuochi d’artificio che non terminavano mai, tanta gente in festa, birra e vodka a scorrere a fiumi.
Venti km prima della frontiera termina l’asfalto, come un giornale che si sfoglia tutto assume un’altra dimensione man mano che si gira pagina, pista polverosa, tratti di fiume che attraversiamo con zattere antidiluviane, è vero l’avventura sta per iniziare. Il caldo è opprimente già dalle dieci del mattino, non c’è un riparo da sole, che batte forte su questa frontiera sgangherata, c’è una banca ma non ha i soldi, dopo delle traversie e con l’aiuto di un locale, raggiungiamo la casa di una donna che ci cambia svariati dollari.
I cammelli popolano la land, il pulsante della macchina fotografica diventa il più gettonato, l’habitat è cambiato radicalmente, rispetto alla Russia sembra di essere indietro di anni, le strade sono in costruzione, le case sono edificate con lo stretto necessario, i visi delle persone hanno chiari caratteri asiatici, nei giorni successivi ogni volta che vedrò una persona con capelli biondi, chiaramente di etnia russa, mi sembrerà una nota stonata.
La moto tiene banco, il ragazzo è molto intraprendente, prende il casco e s’infila la giacca, vuole essere immortalato con la moto, quest’atteggiamento mi ricorda la Mongolia il fare è tipico di questo popolo, d’altra parte i lineamenti non lasciano scampo ad altre deduzioni.
Massimo ci attente all’ingresso della città, contattato tempo prima, lavora qui come direttore di una catena di hotel per stranieri che lavorano nell’estrazione del petrolio.
La sua ospitalità sarà encomiabile, non è facile trovare un italiano ad Atyrau.
Ora la strada è uno slalom di buche, a Kulsary imbarchiamo più benzina possibile da lì in avanti fuoripista e deserto sarà il pane quotidiano, dove finisce la sabbia inizia lo sterrato creato ai lati della strada principale, oramai una buca nella buca.
La ferrovia diventa il nostro crocevia a destra o a sinistra si snodano le piste di sabbia, non tutti sono convinti di cacciarvi le ruote, ma non c’è alternativa, una volta entrato non altra possibilità che viaggiare ad una certa velocità, la moto con le valige diventa difficile da gestire ad andatura bassa.
Mi diverto, ma dopo 30 km mi fermo, degli altri nessuna traccia, attendo poi decido, l’appuntamento è a Bejneu 170 km più avanti, ho benzina e acqua sufficienti, tornare indietro è solo uno spreco. Ancora sabbia, poi fuoripista, nei pressi di Oporny, piccolo villaggio in questa steppa arida, becco una buca, la moto rimbalza come una palla, la valigia sinistra vola in alto, non mollo la moto, atterro con il freno posteriore bloccato, una serie di buche me lo impongono, grazie ad una componentistica di primo ordine della Karotona resto in piedi, che brivido. Al paesino faccio due- tre giri per lasciare una traccia, non ho possibilità di comunicare con gli altri, che arriveranno qua in serata dopo avere caricato le moto su dei camion, Maurizio che mi era dietro si era fermato qualche km prima, peccato mi ritrovo a Bejneu da solo, alla reception dell’unico albergo esistente è una guerra con la signora che lo gestisce, vuole essere pagata in anticipo ho solo 2000 Tengk la moneta kazaka, devo pur mangiare, gli pongo il triplo, 30 dollari e il passaporto cercando di fargli capire che all’indomani andrò in banca e senza il documento dove posso andare. Nulla, è di coccio, l’arrivo di un ragazzo che parla inglese risolve l’equivoco.
Condivido la camera con un ufficiale dell’esercito, mi chiede dove vado, in Cina, gli indico il passo sulla cartina e lui con un NIET risolutivo scuote la teste, impossibile, non insisto forse dopo la caduta del blocco sovietico non ha re settato il nuovo ordine che si è costituito, ma è gentile fa di tutto per fammi sentirmi a mio agio, gran bella esperienza.
Vadim mi vede da lontano e a clacson spianato mi saluta, sosta e scende dal camion per chiedermi come va, il giorno prima lungo la pista mi aveva offerto del the e biscotti e invitato a dormire in una casa che fungeva da hotel, avrei voluto, ma l’appuntamento con gli altri era qui, poco dopo avvisto la colonna, ci raccontiamo l’esperienza, l’importante essere insieme e che tutto vada nel senso giusto.
Ancora polvere e strade inesistenti , personalmente non lo vivo come un disagio mi diverto, la Kappona è risoluta in tutte le situazione, a volte mi esalto lo scrivo con umiltà, d’altra parte il viaggio è di quelli con la lettera maiuscola.
Il nostro arrivo scombussola le dogane prima quella kazaka poi quella uzbeka, è un palcoscenico di vita, in un’atmosfera surreale con il sole che tramonta, tra camionisti, bus sgangherati con flotte di persone, gente che vende di tutto, ragazze che cambiano a nero i soldi, ma le moto restano il tema forte, con noi a condividere questi momenti di gloria anche dei ragazzi inglesi, non per nulla in Inghilterra si sono inventati una gara con auto che non devono costare più di 1400 sterline e si arriva in Mongolia dove andranno vendute, sembra la corsa più pazza del mondo, in seguito verremmo a sapere che 150 sono gli equipaggi, carrette vetuste, a tratti ferme lungo la pista per riparazioni di fortuna.
Siamo costretti a piazzare le tende nella terra di nessuno, ad uno di noi manca il visto, una dimenticanza dell’agenzia, il capitano è inflessibile e vista l’ora tarda rimanda tutto all’indomani, quando tutti avranno l’ok per passare, il nostro amico resta in frontiera accudito dai militari, dopo quattro giorni ci raggiungerà a Samarcanda dopo che un agenzia uzbeka rimedierà all’inconveniente.
Il racconto continua la settimana prossima con la seconda parte…
Anticipazione Parte Seconda
Lago Aral - Samarcanda – Kashgar – Turfan
Da deserto a deserto incontrando Disneyland di dune, motociclisti increduli, la Panda 4x4 di un super-abile
Il deserto del Kyzylkum è un fornace di questo periodo, ma quello che preoccupa è la mancanza di stazioni di servizio, costretti ad acquistare benzina ad 80 ottani da privati, percorreremo quasi 400 km in queste condizioni, con piste che si alternano a strade asfaltate, a volte anche se polverose preferiamo le prime, danno l’idea di essere più sicure…
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