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Bella Napoli
Raid Ponte di Ferro - Pechino, II Parte Stampa E-mail
27 ottobre 2006

Parte 2/3

Lago Aral - Samarcanda – Kashgar – Turfan

 

Da deserto a deserto incontrando Disneyland di dune, motociclisti increduli, la Panda 4x4 di un super-abile

 

raid

 

Il deserto del Kyzylkum è un  fornace di questo periodo, ma quello che preoccupa è la mancanza di stazioni di servizio, costretti ad acquistare benzina ad 80 ottani da privati, percorreremo quasi 400 km in queste condizioni, con piste che si alternano a strade asfaltate, a volte anche se polverose preferiamo le prime, danno l’idea di essere più sicure.


 

raidAll’indomani insieme con altri decidiamo di andare verso il lago di Aral o almeno quello che resta di uno dei disastri ambientali del 20° secolo quando i russi decisero di deviare le acque che affluivano in questo lago per irrigare la parte sud dell’Uzbekistan.

Relitti di barche che danno un’idea lugubre di come l’uomo può, a volte, essere motivo di scelte folli, perlopiù le cronache raccontano che per anni questo lago è stato usato come una discarica di prodotti contaminati, di certo l’ambiente che ci circonda è arido e desolante.

Sono le nove di sera, quando ci riuniamo  al gruppo a Kiva, quello che stupisce che prima di Kungrad la strada è deplorevole, addirittura superiamo l’Amurdar’ja su ponti traballanti costruiti con chiatte di ferro, poi sembra di essere in autostrada, con due linea di filobus che per 25 km unisce le due città, così su due piedi sembra una cosa senza senso, il mondo è bello perché varia.

raidLa grossa cartina pitturata sul muro  ricorda che siamo sulla via della seta, la via commerciale che per secoli ha unito l’Europa all’Asia in un intreccio di scambi di merci  e culture che hanno creato il mito di questa rotta terrestre raccontata con varie sfumature resta il simbolo che ha unito oriente e occidente, per un attimo chiudo gli occhi, certo i tempi sono cambiati ai cammelli come mezzi di locomozione io viaggio in moto, pur sempre mi sento affascinato dal momento che sto vivendo, non per nulla è  la seconda volta che passo da queste parti, quando giungo a Bukhara tanti ricordi mi assalgono, come per incanto mi sento coinvolto da questa atmosfera.

E’ giunto il momento di controllare la moto, più di 7.000 km sono stati percorsi, passo un pomeriggio  a sostituire l’olio e i filtri, non credo ai miei occhi quello dell’aria è pulito, dopo tanta polvere pensavo ad un cambio.

Maurizio ed io scegliamo un’altra strada per raggiungere Samarcanda, il sole sta per tramontare, l’effetto luce esalta il  Registan, voluto da Tamerlano la costruzione è un puzzle di mosaici minuziosi, che ne esaltano le forme, come cinque anni fa  parcheggio sulla piazza adiacente, mi fermo ad ammirare questa opera unica, la mente si lascia trascinare dai ricordi, a momenti ho sensi  di appagamento, poi ritorno sulla terra, Pechino è lontana.

raidTaskent la capitale dell’Uzbekistan è altra cosa, viali ampi, con costruzioni squadrate in tipico stile regime sovietico, una notte di transizione, prima di puntare verso il Kirghizistan, man mano che ci avviciniamo ad Osh, alle pianure uzbeke fanno da contorno le montagne de Tian Shan verso la Cina  e le montagne Fan da Samarcanda che si collegano all’Alay del Pamir, da quì nascono le maggiori arterie fluviali del paese, siamo nel cuore della valle della Fergana. Alla frontiera kirghiza trovo un militare ligio al dovere, per tre volte mi chiede come mi chiamo, poi da dove vengo, ho la moto che punta verso l’ingresso del suo paese, no è implacabile, alla terza volta come nel film di Benigni e Troisi no non l’ho mando a quel paese, ma che ha la testa dura si, sono le nove di sera, quando troviamo un modesto albergo.

Lasciata Osh, come per incanto saliamo verso le montagne, i primi nuclei di gher, le tipiche tende mongole, popolano le vallate, verdissime, il viso delle persone  bruciato dal sole, quando sostiamo siamo circondati da gente umile a volte vestiti con abiti tradizionali di culture secolari, vogliono una foto insieme a noi,  le genti del mondo sono ospitali, non ho dubbi da anni, è difficile a volte spiegare nel nostro mondo certi incontri, parliamo lingue diverse ma basta uno sguardo, un sorriso e le barriere cadono inesorabili. Di sicuro la moto rompe il ghiaccio.

Guardo in alto, faccio fatica a scorgere il passo, la strada sale a zic-zag, supero vetusti camion che emanano un puzzo orrendo, che mischiato alla polvere ostruisce le narici, 3800 mt riporta il cartello, di fronte il picco Komunist e Lenin, le cime innevate superano i 7000 mt, a Sary Tas, cerchiamo benzina, la donnina che la vende è scrupolosa sia nel contare i litri sia nel verificare la validità delle monete. Cento km ci separa dalla frontiera cinese, la pista s’inerpica ancora, poi in pochi km scendiamo vertiginosamente.

Il confine cinese: il quadernetto-computer, siamo nel Xinjiang

raidUna sbarra e tre militari c’impongono l’alt, non prima di aver riparato una foratura, è l’anteprima della frontiera che troveremo più avanti, un caos di camion, chissà da quanti giorni in attesa di passare e tanta gente, chi sdraiato chi intendo a cucinare qualcosa, il PC non esiste, l’addetto registra il passaporto su un quaderno a quadretti che mi riporta alla terza elementare, chissà un giorno servirà per fare fuoco, è il primo pensiero che mi è passato in testa.

Passa mezz’ora prima che arrivi una jeep di guardie cinesi, alcuni di noi sono passati prima, la foratura ci ha ritardato, in dogana incontriamo gli altri e l’addetto cinese che  consegna la patente, la carta della moto e quella di circolazione tutto scrupolosamente in madre lingua, vista l’ora tarda causa la sostituzione di una gomma, io  e altri dormiamo in frontiera gli altri proseguono per Kashgar che raggiungeremo all’indomani.

Il tempo di riposarci e via verso il lago Karakul, la stanchezza si fa sentire, c’è chi opta per un meritato riposo, io no, sebbene stanco non voglio perdermi nulla.
La strada porta verso il Pakistan alla nostra destra la catena del Pamir, montagne innevate che si specchiano nei laghi turchesi con il monte Muztagata (7540 metri) a farla da padrone,, mandrie di yak al pascolo, è la prima volta che vedo questo buffo animale, quando arriviamo al lago Karakul il sole è ancora alto lo sarà fino alle 22, io e Gorge in tenda gli altri nelle gher.

raidRientrati a Kashgar ci attendono due giorni di riposo, che trascorriamo tra il bazar cittadino, dove si trova di tutto a quello domenicale della vendita di animali. Tanta gente che arriva da lontano con i mezzi stracarichi e gli animali al seguito, magari non vendono nulla, ma è anche un momento per socializzare, assistiamo a scene da altri tempi, compra-vendite con sensali a fare da paciere e sancire l’affare, qua e là ristoranti improvvisati con piatti locali, certo il nostro stomaco fa fatica a digerire questa cucina piccante, ma prendere o lasciare non vedo altra soluzione.

Lasciata Kasghar scendiamo a sud, tocchiamo Hotan, famosa per la produzione di giada, poi è la volta del deserto del Taklimakam, lo tagliamo per l’unica strada che collega da sud a nord, 650 km di nulla, la sabbia è finissima.

All’indomani visitiamo le grotte dei 100 Buddha, il paesaggio a tratti è arido poi come si sale lo scenario cambia visibilmente, prima di giungere a Turfan, un’oasi ai margini del deserto, dobbiamo fare i conti con un vento impetuoso che costringe a guidare come dei surfisti, alcuni di noi addirittura affiancati da auto, un’esperienza che mancava.

Fine parte seconda

 

GALLERIA FOTOGRAFICA PARTE SECONDA  

 

Il racconto continua la settimana prossima con la terza parte…


Anticipazione Parte Terza

Dunhuang, Xi’An – Pingyao – Pechino - Tianjin
Pechino città proibita per le moto (ma gnorrando si arriva sempre ovunque), foto ricordo in Tian An Men, aggiramento del poliziotto zelante, il container a Tianjin
 

"Sono giorni che viaggiamo, sinceramente questa parte di Cina è atipica o meglio pensavo a qualcosa di diverso, la prevalenza della gente è di origine euro-asiatica, un miscuglio di razze dove prevale la religione mussulmana, questo fino a Dunhuang famosa per le grotte di Mogao, una serie di circa 470 grotte ricavate nella roccia, che raffigurano momenti religiosi, con statue enormi di Buddha, peccato che all’ingresso macchina fotografica e cinepresa siano requisiti.
Non lontano da Dunhuang  resiste l’ultimo lembo di deserto tanto decantato da Marco Polo, per i suoni emanati dal vento che lambisce le dune, i cinesi sono andati oltre hanno creato una sorte di Disneyland…"

 
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