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Vinitaly China 2006 - Shanghai 23-25 novembre Stampa E-mail
01 dicembre 2006

Ottava edizione della più grande manifestazione del vino italiano in Cina, impressioni e testimonianze.

 

vinitaly

Testo di Michele Soranzo, Foto di Daniele Mattioli

 

Sicuramente, una delle cose più interessanti da osservare al recente Vinitaly edizione 2006 era il modo in cui i visitatori cinesi si avvicinavano agli stand dei circa duecento espositori.
Uno sguardo al prodotto da lontano, un lento e meditato giro di avvicinamento, affrettato se già intorno si era formato un capannello di gente, un assaggio circospetto, e alla fine un autentico catalogo di espressioni: indifferenza, sorpresa, soddisfazione, interesse, delizia, a volte anche dure smorfie contratte, poche per fortuna, di fronte ai sapori più intensi di certi vini.

vinitalySono ormai otto le edizioni di questa fiera del vino italiano in Cina, tutte a Shanghai, un punto di riferimento per chi guarda alla Cina come possibile mercato, forse un po' meno per chi guarda all’Italia come possibile fornitore.

Fiera discussa Vinitaly, per via della sua reale efficacia in un paese come la Cina che si è affacciato al vino da poco e che ancora non dà segni concreti di una conoscenza del prodotto in grado di poter valutare e aprire il mercato come tanti si aspetterebbero.

Insufficiente, anche, perchè a fronte di questa impreparazione endemica non esiste un’azione costante di “educazione” e di marketing su larga scala del vino italiano in grado di offrire un prodotto unitario e chiaramente identificabile agli occhi del consumatore medio.  

Mauro Zabot della tenuta di Costa Prà (Cuneo) è alla sua prima apparizione al Vinitaly China, certo non è entusiasta dei numeri, ma giudica comunque buona la manifestazione. “Giudicare una fiera è sempre difficile, ma ho visto abbastanza operatori. Noi siamo qui per cercare qualcuno con cui collaborare.” Interessante la sua analisi sul mercato asiatico e cinese in particolare, che le aziende italiane devono affrontare in modo decisamente diverso rispetto agli altri. “L’italia sul mercato asiatico è debole perchè non riconosciamo che il successo dell’agroalimentare italiano nel mondo è stato costruito grazie ai nostri emigranti che hanno portato per decenni all’estero i prodotti nelle valigie, facendoli conoscere nelle realtà in cui vivevano. In Asia e in Cina non è mai esistita un’emigrazione italiana, quindi serve un marketing completamente diverso che purtroppo stentiamo ad avere: una comunicazione più ampia a livello di paese Italia e dei marchi collettivi, prima di tutto. Qui per noi è terreno arido, la differenza rispetto ai francesi è molto marcata in Asia per questo motivo.”  

vinitalySui vini che i cinesi preferiscono ha un’idea precisa Pingjing, ragazza cinese dall’italiano perfetto, presente tra gli operatori in fiera: “I cinesi sono come i bambini”, spiega candidamente, “devono crescere, capire, gli si deve spiegare, hanno bisogno di essere informati. Ai cinesi piacciono vini dal sapore leggero, con un residuo di zucchero, non strutturati, è inutile proporre di vini che non incontrano il gusto locale.” Anche sulla comunicazione ha qualcosa da dire: “In generale gli operatori cinesi sono un pò delusi dagli italiani perchè i contatti svaniscono. Dicono che gli italiani sono troppo lenti e incostanti. I cinesi si aspettano di essere spinti, convinti, invece gli italiani arrivano, presentano i loro vini, se non trovano nessuno interessato se ne vanno subito quando invece dovrebbero investire nella comunicazione, i cinesi non sono indifferenti, solo hanno bisogno di essere convinti.”

Lamenta invece la presenza di operatori veri il Dott Alberto Foschini, presidente di Strega (Benevento), per la prima volta in Cina quest’anno e alla ricerca di importatori per i suoi prodotti. “La fiera è comunque ben strutturata, noi stiamo testando l’accettabilità del liquore presso il pubblico, essendo fatto di erbe dovrebbe essere un richiamo vista la tradizione cinese. Ho visto solo uno che ha fatto una faccia schifata assaggiando la nostra Sambuca, forse gli ricordava qualche trauma dell’infanzia”, sdrammatizza.

vinitalyLa palma delle presenze alla manifestazione va senza dubbio a Zonin, che ha partecipato a tutte le edizioni del Vinitaly China, iniziato nel 1998. Per Maura Marciante, export department coordinator dell’azienda veneta, l’impressione è che “…la fiera non sia troppo frequentata da gente di settore, tanto pubblico che assaggia ma pochi intenditori. A mio avviso rimane una fiera poco pubblicizzata presso gli addetti ai lavori.” Un altro problema secondo Marciante è che i responsabili del food & beverage dei ristoranti o dei grandi hotel non vengono perchè poco interessati alla lista dei vini, stesso dicasi per i wine shop. “Non è certo la fiera dove si fanno gli affari. Vengo ora dalVinitaly di Tokyo, per il Giappone è un discorso diverso. Lì c’è una vera cultura del vino e non mancano intenditori, alle fiere arriva gente preparatissima non solo nella conoscenza dei vini, ma anche della lingua, parlano spesso italiano! La stessa cosa in Corea. La Cina è diversa, si diceva che il boom dei vini in Cina sarebbe arrivato in dieci anni, ora i dieci anni sono passati e si rimanda tutto a un altro decennio con le previsioni…”

Chi non ha il minimo dubbio sulla riuscita della fiera sono i due impegnatissimi cuochi Alma dei master class di cucina italiana, come sono scientificamente chiamati nei programmi dagli organizzatori. In realtà il clima all’interno è quello gioviale di un’osteria, ogni posto occupato da file serrate di cinesi (e non solo) in attesa di un assaggio, qualcuno anche in piedi. La novità quest’anno del Vinitaly China è infatti rappresentata dalla partecipazione di Fiere di Parma con Cibus.

vinitalyDavanti a un pubblico curioso in attesa, Giovanna Guidetti, proprietaria del ristorante La Fefa a Finale Emilia (Modena), stende la sfoglia col suo mattarello, per niente stanca di produrre a catena tagliolini, tagliatelle, lasagne, tortellini, tortelloni e maltagliate. “Mangiano tutto, e con gusto, solo sui tortelloni alla ricotta sono rimasti un poco perplessi, forse era la ricotta, forse non gli piaceva proprio”, spiega senza smettere un attimo. “Hanno divorato 20 litri di pasta e fagioli il giorno prima racconta Mario Musoni, anche lui ristoratore (ristorante Al Pino, Montescano, Pavia), anche lui chef Alma e impegnato in masteclass per Shangrila in giro per il mondo. “In questi giorni di dimostrazioni ci aspettavamo una sessantina di persone ma ci siamo trovati con oltre cento ogni volta, abbiamo dovuto razionare le porzioni per accontentare tutti” spiega dando un’idea del successo delle dimostrazioni.  

Tra gli interventi dei simposi, uno dei più interessanti è stato il “case study” Zonin presentato da Massimo Tuzzi, export manager dell’azienda vinicola vicentina. Con una quota del 9% circa sull’export italiano in Cina, Zonin è presente nel paese da una decina di anni e con una interessante esperienza fatta di errori e risalite, fino all’ottimale equilibrio raggiunto oggi. L’esempio di Zonin spiega chiaramente come la Cina rappresenti un mercato duro per la complessità delle situazioni, la grandezza del paese e le mille tematiche che possono essere risolte solo con grossi investimenti, perseveranza e una capacità di fare tesoro di errori e momenti difficili.

vinitalyCheng Jie, brand manager della Southern Group conferma pienamente le difficoltà del mercato cinese, “caotico e privo di linee guida sul vino”, e molto pragmaticamente ammette che alla fine è tutto un problema di soldi: “bisogna investire, e molto, per acquistare gli spazi nei punti vendita e nelle wine list, questa è la caratteristica della Cina alla quale pare si siano adeguati in fretta anche gli stranieri. Non si può essere avere successo facilmente solo per la qualità del proprio vino. Non va dimentifcato mai che in Cina il vino resta un prodotto per gente ricca, la Cina non è tutta terra di conquista, solo una fascia privilegiata si può permettere di bere vino, e all’interno di questa fascia spesso non c’è nemmeno la cultura adatta. Vedo spesso personaggi trangugiare vini pregiati come fossero coca cola. Serve tempo, perchè non investire anche insegnando alla gente come abbinare i vini alla cucina cinese, e non solo a quella straniera?"

vinitalyPiù in generale, il problema che deve affrontare l’Italia nella sua lunga marcia verso la conquista di una quota nel mercato cinese è quello della qualità e della trasposizione del concetto e del suo valore nell’attenzione dei consumatori cinesi. Nel simposio “Quality and Innovation of Made in Italy Food”, che ha visto il direttore dell’Ice Maurizio Forte impegnato come moderatore, è emersa la necessità di salvaguardare i prodotti di qualità italiani da contraffazioni e imitazioni da paesi concorrenti, creando allo stesso tempo un dialogo tra le due più grandi cucine mondiali, quella cinese e quella italiana, appunto.  

Nelle parole del ministro delle politiche agricole alimentari on. De Castro, presente alla fiera, “La crescita economica e sociale della Cina richiede di propagandare il Made in Italy con prodotti e marchi di qualità…”, senza trascurare al tempo stesso “…la difficoltà del compito e la necessità di investire nel migliore dei modi risorse ed energie.”

 

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