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di Claudio Canzonetta Chanqi International Airport lo accolse come sempre con una zaffata di caldo umido, una sauna cannonata a cielo aperto. Il sig. Dervilli non era nuovo a Lion City: i numerosi reportage lo avevano condotto di frequente a soggiornare nel sud-est asiatico e con gli anni cominciava a sopportare anche il cibo. Gli spostamenti aerei, invece, continuavano ad infastidirlo, specie se lo constringevano per oltre tre ore: il familiare formicolio alle caviglie, la sete da nausea erano le costanti infauste di una vita da pendolare.
Difficilmente poteva capirlo il suo editore, il sig. F**********, incollato alla poltrona rivoltabile e gli occhi allo schermo, schermati da costosi Gucci amaranto. Lo aveva osservato dubbioso, alla partenza, indagandogli il volto alla ricerca di quell'insolita stranezza. Mai aveva infatti prima d'ora accoppiato due trasferte, in nazioni diverse, senza prima tornare a godersi i piatti e i sorrisi di casa, senza riporre cuore e mocassini nel suo amato paese natìo. Il sig. Dervilli, dunque, era un fervente italiano e la separazione avveniva drammaticamente, ogni volta un aborto di sensi, e al ritorno un abbraccio salùbre. Il mistero era affatto complicato. Oltre ad evitare diverse ore di volo, il noto fotografo aveva mentalmente deciso di concludere i due servizi in simultanea: balenava una mezza idea di mettere in relazione i diversi temi, in una sensazionale carrellata di immagini tra il sacro e la pura lussuria, come nelle sue più famose "baraonde d’immagini", che esaltavano gli ammiratori (e inalberavano gli editori). Da due giorni aveva terminato l’indagine sul Pollo. L’anno del pollo. Si era attardato a Shenzhen solo per riordinare rullini e pensieri, prima del viaggio verso Sud. Sentiva bruciare ancora nelle retine e sulla spina dorsale le visioni all’acetone di ospedali, sulle mani in negativo riviste e volumi palpati per ore. Da tempo studiava la superstizione asiatica come rigorosa, quotidiana, reale, sostituzione perfetta della religione nostra, cumulo di riti e vite antiche, ma ancora non si era imbattuto in un culto tanto eclatante e massificato da persuadere anche il più scettico degli editori. La notizia lo aveva colpito a caso, a casa. Da anni ormai celebrava la cerimonia della Festa di Primavera (il nuovo anno secondo il calendario lunare) all’Ambasciata Cinese in Via Bruxelles. L’invito anche allora gli era stato consegnato a mano da un vecchio conoscente, che aveva osservato con noncuranza come non ci fosse niente da festeggiare per l’avvento di questo anno infausto. Perplesso, il sig. Dervilli chiese spiegazioni. L’anno del Pollo, tradizionalmente, porta sfiga. E la colpa non è da attribuire a questo succulento animale, ma a complesse trigonometrie e parallassi. L’anno del Pollo, anche conosciuto come “Anno della Vedova”, non include nel calendario ciò che i cinesi chiamano lichun, da alcuni interpretato come Equinozio di Primavera, ma più propriamente, l’inizio della primavera lunare, ricorrenza che cade tra il Solstizio di Inverno e l’Equinozio di Primavera stesso. Il numerino mancante ha una articolata simbologia legata alla fertilità, all’unione Yin-Yang, alla produzione e quindi la sua assenza porta rottura, perdita, sterilità. E gli ci era andato di filmare, al sig. Dervilli, il delirio di inizio anno: come avevano alacremente riportato giornali locali e ristoranti, un improvviso realizzare l’imminenza fetusa aveva spinto milioni di coppie a santificare il loro matrimonio prima che fosse troppo tardi, intasando alberghi e stomaci; non solo, e questo senza troppo scalpore però: molti (sciagurati!) ad anticipare la nascita dei propri eredi, partorendo una nidiata di settembrini cesarei. E il tutto per non dare i pargoli in bocca al Pollo! Ad appesantire le immagini dei bimbi rossi e smunti, sforzati in vita dalle mamme superstiziose, il Dervilli aveva pensato bene di giustapporre quelle dei prossimi giorni, spesi nei Lorong di Geyland Rd a riprendere scambi di banconote, calze rotte e preservativi, in un tour fatiscente della città-bordello. Geyland è un reticolo di una trentina di parallele dell’amore a pagamento, organizzato e controllato da un associazione privata a scopo di lucro che ricorda vagamente i nostri siculi "pezzi da novanta": ogni accompagnatrice è schedata e munita di tesserino, le viene assegnato un superiore a cui riportare e con cui dividere i dividendi, più un autista, che tassina i clienti da ogni dove fino al designato albergo ad ore. Un mondo di legno, suoni sordi strappati alla notte, che doveva pur essere sottolineato, evidenziato, donato al pubblico in una cornice patinata, su carta grigia goffrata. Delizia tattile e visiva: l’ennesimo successo per il sig. Dervilli.
Dalla passeggiata di Orchard Road, la via dei megastore, delle ambasciate e degli alberghi a cinque stelle, decise di recarsi a Marina Bay: dopo il lungo itinerario di sale parto, aveva bisogno di scrollarsi di dosso quel dissapore al cromo, che poteva essere vinto solo da un cordiale Bombay Sapphire al ghiaccio tritato. L’albergo era intasato da sportivi, accorsi per un esibizione, ma i judoka che godevano a scaraventarsi sul ring non avevano conquistato gli occhi del sig. Dervilli, che li malediva in silenzio per aver provocato quel traffico inaspettato. All’incrocio con Raffles Avenue il tassista, in un perfetto inglese, gli fece notare che la via era sbarrata, a causa di una fiera al Palazzo delle Esposizioni, una mostra culinaria. Costringendosi a restare di buon umore, il sig. Dervilli attraversò il sottopassaggio del Convention Centre, superò pazientemente la balconata del grande magazzino e sbucò senza troppa difficoltà nei giardini dell’Esplanade. Insolitamente gremito, in quell’afoso lunedi sera, il parco a semisfera era tappezzato di litografie in scala reale di indios e ballerine brasiliane. Sul palchetto riva mare si esibiva una band locale, impegnata in uno scadente rifacimento di un vecchio brano ska. Il sig. Dervilli, sconcertato, rifuggì le folle e si avventurò sul ponte di Esplanade Drive, arrivando sull’altro lato del molo. Ritrovò intatta l’immagine che aveva conservato così nitida, quella del Merlion, simbolo di Lion City: una statua gigante di un leone col corpo di pesce sputava in acqua litri liquidi e profusi, attirando l’attenzione dei passanti, tronfio, fiero nel suo atto villico, borioso ma virile. Poco al di sotto, intravide nella folla una coppia ed ebbe una strana sensazione: un dejavù, era sicuro di aver già visto quell’uomo, anche se non riusciva a ricordare dove. Fece per avvicinarsi, scese la gradinata e si avviò per il vialetto dirimpetto al Merlion. Continuava a fissare la coppia, che invece non lo filava, scodinzolava amorosa e sottobraccio, interrompendosi solo per sporadiche fotografie. Imbracciò il corrimano, teso alla fontana, ma girato contro i due. Uno sguardo fugace l’incontrò, subito schivato. La sensazione si fece più forte. I due si avvicinarono, più silenziosi. Il sig. Dervilli, nel dubbio, aveva deciso di approcciarli. A meno di due metri alzò una mano e sfoderò il suo più gentile scusate, ma i due proruppero esattamente in quel momento in un sonoro bacio prolungato. Era un delitto profanare una tale manifestazione d’affetto ed il suo cinismo da fotografo non era esacerbato tale da oltrepassare quel limite. Col cranio tutto alla sua sposa e alla prossima accoglienza casalinga, ritornò sui suoi passi, lasciandosi indietro morosi e turisti.
In albergo la sera organizzava le carte per il giorno seguente. Aveva deciso di concedersi un altro dì, e rimandare fino a lunedi le coscie delle puttane, per evitare la ressa e gli sguardi. Avrebbe passato in tranquillità quella domenica, coccolandosi sulla funiculare di Sentosa Island. Dall’alto avrebbe potuto godere della tavola azzurra con barche, e dell’altro Merlion, quello gigante, che celava nelle sue trippe un intero itinerario fanciullesco sui miti marini di Lion City... e le foreste, le piaggie felici, il golf... quello di cui aveva bisogno, ozioso di un Dervilli! Sfogliando però si accorse dell’annuncio per un importante gara di Trial Bike sulle scale e per le fontane di Sentosa: un nugolo di turisti era atteso per l’importante evento. Contrariato, gettò il giornale sul pavimento e cominciò a spogliarsi per un bagno ristoratore. Un gruppo di cameriere cicalava in corridoio, biascicando in Malay. L’acqua era calda non troppo, pronta per essere infilata coi tozzi polpastrelli. Come una scossa, il telefono lo distolse dai suoi sogni vaporosi. Odiava le interruzioni. Si avviò sgocciolante a malincuore, coprendosi in modo approssimativo. Click. Nessuno dall’altra parte. Maledizione. Corse balzelloni verso la vasca con in mano l’accappatoio unto di schiuma. Un dolore fisso e delimitato lo colse di sorpresa sulla pianta sua sinistra: aveva appena frantumato l’unico paio di occhiali a sua disposizione e si era quindi condannato alla cecità per il resto della settimana. La gita a Sentosa era ormai una speranza lontana: sapeva che avrebbe impiegato tutto il giorno per trovare un ottico aperto di domenica. Infuriato, il sig. Dervilli rinunciò anche al resto delle abluzioni serali: si asciugò arrossandosi con sfregamenti poderosi, come per togloersi dalla pelle i germi di idiozia. Ancora spettinato, appena imboxerato si mise a raccogliere vetrini dal tappeto logoro, per evitare di mutilarsi le estremità, nudo e cieco com’era. Con meticolosità, palpò palmo dopo palmo, trafficando con un barattolo di cola riciclato dalla spazzatura. Un biancastro cartaceo gli si intromise nel brigare da spazzino: doveva essergli caduto di tasca poco prima. Avvicinando il foglio al naso e storcendo gli occhi lo studiò con cura. Non riusciva a distinguere la calligrafia minuta. “Bussorah St. 12, 10 a.m.”, rammentava il foglietto. Eppure era sicuro di non aver fissato alcun appuntamento per quel fine settimana. Stava per sbarazzarsi dell’appunto insignificante, stizzito, quando notò in coda alla scritta un logogramma in corsivo. Una stretta di panico gli attanagliò le interiora. Era un nome, in mandarino, HOU. Aveva capito, adesso. Ricordava finalmente dove aveva incontrato l’innamorato del pomeriggio. La saliva gli si fece amara, di bile. Costretto in un respiro di affanni pensò alla fuga, era ancora presto, avrebbe fatto in tempo ad allontanarsi, ad espatriare. Purtroppo sapeva che non sarebbe servito a molto.
Camminando verso il suo destino, il sig. Dervilli, assonnato per la notte in bianco, oltrepassava variopinti negozi di ogni genere e assortimento. Lo attanagliavano i profumi dei batik, di incenso e tea tarik, di fiori, sete e sarong, ma non riusciva a concentrarsi sui colori, sulle tinte dei palazzi che si alternavano dal rosa al giallo al turchese: aveva occhi per ogni faccia, timoroso. Bussorah era nel mezzo tra Little India e Arab Street, ma le faccie scure ed i sari elaborati non lo intimidivano. Cercava occhi cinesi e si insospettiva per la presenza di tutti quei mercanti di China Town, poco distante, impegnati a contrattare la merce di scambio. I baretti coi tavoli fuori, che di solito appassionavano il sig. Dervilli, amante di cibo vegetariano, oggi lo ostacolavano, strappandolo alla sua caccia all'uomo. Una donna lo avvicinò sventolando profumi al sandalo; un altro vendeva cappelli hajj e songkok. Si liberò da entrambe piuttosto scortese, malgrado la sua consueta bonarietà nei confronti degli ambulanti. Si era portato in zona in lieve anticipo, di proposito: vedeva già il numero 12 all'angolo. Imbucò la bottega sul lato opposto della strada per studiare la situazione con più calma. Non poteva rimanere all'aperto, facilmente riconoscibile in quel marasma di colori: anche se aveva rimediato per miracolo delle lenti a contatto, non era riuscito a pensare ad un travestimento adeguato. Il 12 sembrava essere un banalissimo bazar di tessuti esattamente come quello in cui si era rifugiato il sig. Dervilli. All'interno, un solo commesso, indiano, sembrava appisolato per l'attesa di improbabili clienti, innocuo. Il Dervilli decise di aspettare il sig. Hou e i suoi scagnozzi, appostato: la presenza di estranei avrebbe determinato la sua fuga. "May I help you, gentleman?" L'arabo alle sue spalle si stava giustamente chiedendo che strano tipo di cliente fosse appena entrato. Il Dervilli, con agitazione malcelata, chiese di visionare alcune tele per la sua villa in campagna. Con un sorriso dai denti bianchissimi gli venne risposto di aspettare, mentre l'arabo scomparve nel retro bottega. Dall'altra parte della strada, un folto gruppo di turisti europei stava saccheggiando banchi e vetrine. Alcuni si erano insinuati all'interno del numero 12 per la felicità del bottegante e del sig. Dervilli. Mancavano pochi minuti ancora: quella distrazione sarebbe stata provvidenziale. Fece per uscire, mischiandosi alla folla, ma il suo attendente ritornò carico di stoffe. "I am sorry, I gotta go, thanks for your time" Un altro candido sorriso lo incantò. "Insisto..." disse l'arabo in perfetto italiano, che congelò il Dervilli per un istante, appena prima di cadere a terra, stordito.
Con gli occhi semichiusi ed un terribile dolore alla nuca, il sig. Dervilli riprese coscienza. Era nudo, legato attorno una panca verticale di legno non levigato. Una luce bianca era puntata a fascio sul suo corpo, il resto della stanza al buio. Sapeva dove si trovava. Il profumo di incenso, le poderose salmodie di sottofondo, il risciaquìo del lavabo esterno, per la purificazione, era tutto talmente familiare... riusciva a intuire a palpebre strette le guglie e gli arabeschi della Moschea del Sultanato, con la sua imponente facciata ed un buon numero di fedeli genuflessi all'interno. La sua prigione attuale doveva trovarsi negli impenetrabili sotterranei, di cui aveva sentito parlare come misteriosa leggenda. Dilatò le ciglia nuovamente, cercando di resistere all'abbaglio. In penombra si delineavano numerosi oggetti, sembravano... strumenti... di tortura... e un libro, vicinissimo e illuminato di traverso. Era fitto di note a margine, senza copertina, come fosse elaborato dal lavoro intellettuale. Riuscì a distinguere una frase, marcata dalla sottolineatura. "...the old veck start moaning a lot then, then out comes the blood, O my brothers, real beautiful..." Indi svenne e con lui la speranza.
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1. commento dell'autore Scritto da
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, il 16-04-2007 10:10 salve, giusto una nota per la pubblicazione di questo brano. "Singsing, Borabora" è la prima parte di un duo, che chiamo "DITTICO DITTONGO". La seconda parte è pubblicata nella stessa pagina, sotto il titolo "Il testamento del sig. Dervilli". scrivetemi pure per chiarimenti, commenti od oscenità. Cla |
2. info Scritto da
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, il 15-05-2007 04:57 hai qualche riferimento di accompagnatrice o centro massaggi in shanghai??? ciao grazie |
3. Scritto da handik, il 15-05-2007 09:57 ciao lubianc dubito avrai alcuna difficoltà nella tua ricerca. shanghai come il resto della cina offre servizi di ogni genere e prezzo. detto questo mi chiedo cosa ti abbia convinto della mia autorità in materia o quale attinenza abbiano i massage parlours con i miei scritti... bah, comunque grazie per il commento. Claudio |
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