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di Claudio Canzonetta
Commento non diletto, questa volta, non avveniva da molto. Sento parlare alla rinfusa, in maniera disordinata, sproloqui, bombardamenti sottocutanei, arrivano continui puntuali a più reti, in diversi orari. Servizi mirati, controllati, decisi. Stringati e implacabili. Il TG2 parla di come i cinesi hanno incrementato dell 700% la produzione di scarpe, il Corriere descrive come in Cina un operaio lavori mediamente dodici ore al giorno, Confindustria ha decretato che la nostra crisi economica è dovuta ai cinesi, Il Nuovo.it sembra d’accordo. Ho riscoperto la vena di pazzia e la delusione dell’Italia. Una increspatura nella retina della gente. Gli imprenditori ormai delirano, i nonnini sono in mano ai giornalisti. Se ne parla troppo, siamo ubriachi. Ci siamo bevuti l’economia. Allora basta. Non voglio contribuire all’orgasmo, mi dissocio. Riscopriamo l’Italia! Che è bella... Mi censuro, questa volta, non avveniva da molto.
Il commendator Nuzzo mi ha spiegato la sua filosofia trinacrica: Uno. Amore e vino vanno tenuti separati. Due. Impariamo a fare chiarezza con le parole, se dico lingua penso lingua, ma affari significa un’altra cosa. Tre. Ci sono poche cose che contano nella vita: i maccarruna al pranzo della domenica, la partitella sette contro sette, una bottiglia fresca di agosto dal venditore di bombole e ci si vede dopo davanti al tabacchino per l’aperitivo, come tutti i giorni. Il commendator Nuzzo racconta la vita della sua terra, la Sicilia. E’ figlio del secolo, Nuzzo, imprenditore di sé stesso per trovare il segreto ed evitare la fame, la nausea e (soprattutto) il lavoro. Leggo nei suoi boccali con avidità le mie stesse ambizioni, a me che di lavoro hanno drogato. La Sicilia, aspra, arsa dai tramonti lenti e lunghi, a picco sul mare, vicino ai Faraglioni e con una brioche piena di gelato in mano, ci fa da sfondo. La Sicilia del Bianco Alcamo, terra che non mette più paura; della pasta col forno, dei motorini sul lungomare, e le imbarcazioni, con i tavolini stretti a guardare chi si avvicina. E il mare. Affoga la sua serata, il commendator Nuzzo, con il cellulare spento, mentre parliamo. Mi spiega che un amico comune, Nanni, ritornato da un’escursione catalana con un tarlo in testa, era diventato insistente col telefono. Alla 45sima chiamata senza risposta deve aver cominciato a sospettare qualcosa. Uno dei fantasmi notturni al nostro tavolo, per stizza, imitava ormai gracchiando una segreteria telefonica: parlate dopo il bip. Bip. Il commendator Nuzzo si morsicchiava l’arancina con il ragù sognando un anice. I crocchi del centro storico di quella marina, con i loro archi, storti, fascinorosi, risuonavano strombacchiati dal vento notturno. Qualcosa doveva averlo esasperato a Nanni: ormai girava rosso con il dono dell’ubiquità, spuntava da sotto ai tavoli alla ricerca di brandelli di conversazione, intossicando gli animi, cercando una donna che l’aveva impazzito. E al commendator Nuzzo non andava bene. Amore e vino vanno tenuti separati. La serata sfumava alcalina, sembrava un quadro cubista, le persone attori asimmetrici nella farsa improvvisata. Il mare ululava sibillino, ci ricordava di notti all’addiaccio, inzaccherati. Da una parte si parlava di vino, dall’altra di Cina, e un terzo parlava del vino in Cina, vendiamolo che così facciamo i miliardi e ce ne andiamo in pensione. C’era chi preferiva le donne, che non riuscivano ad entrarci nella conversazione (forse perché più difficili da esportare!), e allora si appartava, ma neanche tanto, restava a farsi vedere, che così si faceva bullo, tutto ringalluzzito. Anche se gli amanti eran poi ostacolati da Nanni che sbucava fuori da dietro la panchina, improvvisamente. Il commendator Nuzzo ritraeva le situazioni: le fotografie lo aiutavano a rendere tangibile la sua vita, poteva sempre ricordarsi il giorno dopo che cosa era successo e magari magari ci scappava di ricattare a qualcuno o di chiedergli il pizzo (ma senza esagerare, che l’ultima volta ci avevano provato con Brad Pitt, a battere cassa sul set marittimo di “Ocean 12” e non gli era andata proprio bene, ai fetusi!). E Nuzzo rimaneva discreto nel complesso, insieme alla sua arancina al ragù: era meglio pensare ai propri, non impicciarsi e per questo aveva spento il cellulare. Il mare nero cupo su per il dietro, a farle la serenata a questa Sicilia immacolata, spettro del Mediterraneo, che non ne vuole sapere di morire ammazzata dagli Americani e dal mondo moderno, piuttosto li cosparge di pezzi da novanta, e guardate che non ci vuole poi molto a colonizzare, spiegatelo ai cinesi! Dice che quella sera c’era una che stava male, lontano, a rigettarsi le budella per una mezza allergia, dice. Poi dicevano pure che quella s’era invece sparita un poco più lontano e siccome che amore e vino vanno tenuti ben separati, il suo amore lo aveva lasciato molto indietro, a qualche isolato di distanza, tutto sminchiato sotto una scalinata, mentr’ella si intratteneva con altri. Dice che lo diceva il Nanni, che s’era offeso, che lui non voleva nessuno a sporcargli l’incazzatura. Insomma la solita faccenda che a schifiu finisce, dice. Il commendator Nuzzo si chiedeva se sarebbe stato necessario cominciare a ingrassare la lupara. Ma no, ma no, rassicuravo. E’ sempre di buon umore il commendator Nuzzo. Mi racconta del male della sua gente: i soldi facili. Mi aveva fatto vedere nel pomeriggio la fila davanti al palazzo del Servizio Civile. Pochi euro al mese, ma sicuri e poi in Sicilia mica c’era bisogno di andarci davvero in ufficio, bastava il pensiero, lo sforzo intellettuale. Prima della leva volontaria i siciliani avevano impiegato la stessa teoria per evitare la naia, che non era retribuita ed era pure una santissima rrottura ‘i cugghiuna: bastava il pensiero e due righe all’avvocato e un bel congedo per esonero. Ai tempi si preferiva fare soldi facili in modo alternativo, ma oggi non ci sono più i boss di una volta, e risulta meno pratico. La Sicilia intonsa, di una parola sola, mi ha reso fiero di avere una cultura e di condividerla. I siciliani orgogliosi ed emigranti non hanno paura della mia stessa sorte, capiscono i tempi ma li combattono alla vecchia maniera, perché sanno come gira il mondo, lo hanno visto, lo hanno popolato. E’ maestra la Sicilia, sale in cattedra con la sua pausa pranzo di tre ore e mezza, ne fa una crociata. Il mio quarto di sangue riconosce le sue terre, ha trovato casa, ma il tempo stringe, assassino con una sciabola a forma di container a tagliare secondi e nazioni, ci sputa in faccia alla nostra Sicilia. Saluti, dunque, egregio commendator Nuzzo, baciamo le mani: l’Oriente ci aspetta.
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