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M&J
Venezia tra le verdi colline del tè Stampa E-mail
04 febbraio 2007

Allucinazioni di realtà nel paesaggio cinese

 

venezia

Foto e testo di Michele Soranzo

 

La strada è nuova e scorre liscia, pulita; si snoda tra alcune discrete e verdissime collinette, per una volta è piacevole da percorrere, diversamente dalle monotone strisce di asfalto dissestate, puntate verso un desolante orizzonte di orrende opere umane.

La tassista continua a chiacchierarmi addosso da quando abbiamo lasciato l’hotel, apparentemente incurante della mia scarsa comprensione del cinese locale, che del “mandarino” sembra avere solo la buccia. Troppo piccola per raggiungere comodamente pedali e sterzo insieme, la donna se ne sta seduta in punta al sedile con la faccia pericolosamente vicina all’airbag...

 

Io e il mio accompagnatore che si è materializzato intanto sul sedile del taxi tacciamo, completamente inerti al pensiero della nostra surreale destinazione, seguita in base alle sommarie indicazioni impartite alla poveretta, e fondate su una visione probabilmente e totalmente immaginarie. Solo un’ora prima ero sgattaiolato dalla soporifera sala conferenze dell’hotel a sei (******) stelle alla disperata ricerca di qualche spunto per non andare in catalessi nel lungo pomeriggio uggioso di Xiaoshan. Forse un disperato istinto di conservazione morale mi aveva spinto a salire fino al bar e puntare lo sguardo oltre la finestra panoramica.

 

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La vista passava sopra quel mare terrestre di infinito nulla che è la campagna cinese della costa, alla ricerca di un’immaginaria isola dove posare saldamente i piedi. Solcando le grigie foschie del tardo autunno cinese, improvvisamente ero naufragato su una riva estranea, non isola ma un’intera città, fin troppo familiare e lontana, trasmigrata, sradicata e rilocata a diecimila di miglia di distanza con il suo inconfondibile campanile a punta. Con una voce dentro che gridava “Terra!”, ero sceso dalla mia vedetta per partire immediatamente verso la visione di un’imprevista avventura fuori porta.

La dolcezza del breve viaggio in auto verso la visione finisce improvvisamente con la brusca sterzata che la tassista esegue piegandosi e quasi trascinata dal volante nel suo giro. L’auto gira libera dentro un enorme spiazzo dominato da un disegno bianco a spina di pesce destinato a ricevere centinaia di auto, e ora completamente deserto. Stazioniamo immobili sulla lisca di pesce disegnata dagli alieni di Natzca, tutto intorno un silenzio muto, irreale per un paese come la Cina.

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“Dao le!” urla con la sua voce stridula, girando la testa e quasi tutto il corpo verso di noi senza mollare lo sterzo. Allungo un paio di “mao blu” e scendiamo, abbastanza in fretta per vederla lavorare a forza di braccia al timone della sua auto coreana color rubino che si allontana a sussulti. Restiamo soli in quel paesaggio di silenzio, strisciato appena dal sibilare delle auto che passano lungo lo stradone. Non diciamo niente, siamo di fronte a quello che ci aspettavamo, una visione apparsa da lontano e materializzata di fronte a noi. Adesso la paura è quella di restare fuori di questo sogno materializzato in terra straniera, a migliaia di chilometri di distanza dal suo luogo reale e senza auto coreana color rubino con cui tornare al rassicutante hotel. Come personaggi di un inquietante romanzo di Stephen King, io e il mio accompagnatore restiamo appesi a quel pezzo di Venezia sradicato da qualche mano immensa e depositato non lontano da Hangzhou.

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Se per Herman Hesse la città appariva come un sogno morboso e macilento, ai miei occhi di moderno consumista questa fetta di laguna veneziana è semplicemente un logo famoso trasportato in terra orientale come un negozio Armani piazzato sfacciatamente sul Bund. Incurante delle transenne, il mio accompagnatore si dirige trasportato verso il miraggio quasi cozzandoci contro. “Mai piao!” sbraita una voce acida di inserviente  indicando una impigrita cassiera celata dietro al vetro di un cabinotto. Il biglietto, ovviamente! 20 yuan, nemmeno due euro, è il prezzo per passare oltre il cancelletto ed entrare dentro la visione, nella nostalgica Piazza San Marco, dominata dal campanile avvistato poco prima. Intorno non c’è nessuno, la popolazione apparentemente fuggita da una pestilenza mortale. “Kitai…” è quello che riesce a mormorare il mio vicino silenzioso in abiti a dir poco fuori moda come se si portasse adosso un arazzo, “…quanto tempo è passato, quante cose sono successe.” Oltre le colline verdi si estende la città di Hangzhou, “Non è lontana” gli dico, nemmeno un’ora … in auto. Mi rendo conto che ai suoi tempi doveva essere almeno una giornata di palanchino. Non dice niente, non insisto, non è il caso di evocare altri fantasmi, sicuramente anche Hangzhou adesso è troppo diversa da come se la ricordava lui che ci aveva vissuto, spedito fin qui dall’imperatore figlio di Gengis Khan. Guardiamo attòniti tra l’ammirato e l’incredulo i canali che separano quel pezzo di piazza e campanile dalla terra ferma, appena dietro si scorgono le case colorate in tipico stile veneziano, con gli enormi comignoli e le scalinate.

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Ai suoi tempi doveva aver portato fin qui una Venezia tutta di memorie e parole, filtrata da anni di viaggio lungo la via chiamata “di seta”, ma dura e scura come il cuoio. Ora quella memoria di città qualcuno, a sette secoli di distanza, l’aveva ricostruita come seguendo le sue parole, tra le colline, portata sopra un qualche tappeto volante, rifatta, adattata, tradotta e …riprodotta.

Dicono che tutti abbiamo un gemello da qualche parte del mondo, penso che se mi trovassi di fronte al mio vorrei trovarlo simile ma non uguale, mi affascinerebbe di più vedere quello che avrei potuto essere con qualche variante per l’influenza di altre culture, ambiente ed esperienze, che una copia esatta di me stesso trasposta altrove.

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Evidentemente anche le città hanno un gemello da qualche parte, penso al Sudamerica e l’Asia, con la sua capacità di riassorbire e traformare le influenze in qualcosa di unico e a volte anche migliore. Londra ha il suo omologo in oriente a Hong Kong, la Baviera a Qingdao, Parigi così come molto della vecchia Europa è riprodotta sul Bund e nei quartieri di Shanghai. Ci sono città che invece vengono assimilate per osmosi senza effettivo riscontro. Quante volte ho sentito i cinesi nominare impunemente Venezia aggiungendoci un “dongfang”, oriente, semplificante interfaccia per situazioni altrimenti incompatibili.

Il mio accompagnatore tace, mormora solo il nome della sua città guardandosi intorno smarrito, o forse ritrovato. C’è anche da capirlo: in tanti anni di assenza ha visto il suo nome accostato ai contesti più disparati: progetti culturali ed economici, caramelle, panetterie, aeroporti, strade, vicoli e calli, scuole, agenzie, spedizioni avventurose, società di trading, come se col suo nome dovesse ricoprire e avallare progetti altrimenti poco autorevoli e senza scopo. “Ma perchè mi devono sempre tirare in causa, non sanno arrangiarsi senza di me? Mi lasciassero in pace…Guarda qui invece, nessuno mi ha nominato, quasi per farmi un regalo hanno portato un pezzo della mia città proprio qui, forse ci sono anche stato centinaia di anni prima, non mi ricordo, ma può darsi che io sia passato tra questi verdi colline del tè. Si, devo dire che qua mi sento a casa, vedi qualche mia statua in giro o stupidi monumenti, titoli e richiami al mio nome?”

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Il suo sguardo si fissa sulle gondole nere e immobili sopra le acque senza moto della Venezia di Hangzhou. Sono tozze e di plastica con scritte in cinese sui fianchi e “gondolieri” asiatici molto meno pittoreschi di quelli veneziani. Ogni tanto passa una goffa imbarcazione per turisti, ibrido tra un bragosso chioggiotto e un sanpan dei mari del sud, i canali straordinariamente puliti e l’acqua quasi trasparente. In giro per la piazza desolata e surreale per la mancanza di colombi e di orde di turisti, spuntano ogni tanto le guardie private nelle loro divise grigio-azzurre, intente a ingollare ciotole di riso sopra la panchina di un canaletto. Delle ombre si allungano sui muri dei palazzi oltre le scalinate accanto a San Marco’s Square, segno che forse non è tutto lì e che l’esplorazione del surrreale possa continuare ancora.

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Sorprendentemente, dietro la piazza si apre un autentico sestiere di edifici in stile veneziano e campielli. Forse non saranno suggestivi come un Campo San Polo (il mio vicino mi scusi la citazione), ma sicuramente all’altezza di zone più recenti della città lagunare come Cannaregio o il Lido. I palazzi a tre, quattro piani occupano tutta l’area retrostante, divisi da placidi canaletti e squadratissime “Fondamente”, le facciate con finestre in stile bizantino, i colori giallo e rosso. Sotto, le calli si snodano piacevoli e occupate da negozi, a dire il vero tristi e vuoti di clienti e di merci. Un cinesissimo venditore di materassi aspetta che il riso sia pronto davanti alla fumante pentola elettrica tra letti e copriletti. Quando entro per chiedere informazioni è sorpreso per due motivi: per aver visto uno straniero, e per aver visto comunque qualcuno. Dice che siamo i primi che vede da giorni, “Non viene nessuno, è un fiasco, ce ne andremo appena possibile”. Ovviamente ci invita a restare a pranzo con loro nel negozio ma preferiamo continuare il tour. Vedo il mio accompagnatore divertito, corre accelerando il passo sotto i portici agitando lo strano copricapo.

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Lui non lo sa e non gliene importa, ma la Venezia che vede è un investimento gigantesco di gruppi privati locali e del governo di Hangzhou per sviluppare un’area tematica di divertimento e residenziale per ricchi portafogli. Venezia è solo la più importante delle ricorstruzioni ma ci sono altre zone dentro il parco a tema europeo. L’intero progetto di Venezia e dintorni è stato costruito nel giro di appena un anno, giusto in tempo per l’inaugurazione della Leisure Expo che è durata sei mesi e che aveva come scopo quello di attirare investitori e clienti per le lussuose ville e le amenità ancora da allestire. Venezia è destinata ad essere zona residenziale ed è stata aperta al pubblico come parte delle attrazioni, da  ottobre 2006 è stata chiusa e riservata ai residenti. Sì, perchè i palazzi in stile costruiti all’interno sono veri e gli appartamenti in vendita a un prezzo tra i 600 e i 1.000 euro al mq, ideale per chi ha sempre sognato una casa in laguna e non se l’è mai potuta permettere.

Continuando la passeggiata tra calli e sottoportici, dalle finestre degli edifici anzichè filtrare canzoni veneziare escono melodie cinesi cantate dai muratori in mezzo al silenzio irreale del posto. Tant’è, la Venezia di Hangzhou rappresenta l’idea cinese di una città lagunare, ordinata, pulita, copia fredda certo, ma godibile, almeno come un gelato consumato dentro un locale ad aria condizionata.

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Anche Mr Krishna, indiano (davvero!), che ha aperto un negozio di artigianato-paccotiglia indiana conferma: un fiasco totale, disorganizzato e mal promosso, ora che sono quasi scaduti i sei mesi di contratto tornerà nella sua Delhi al negozio di famiglia.

Fiasco o no, Venezia rimane, sottratta ai “turisti per caso” e consegnata a ricchi eccentrici per le loro vacanze. Specchio subcosciente di una Venezia originale sempre più svuotata dei suoi abitanti e riempita di turisti, ceduta pezzo dopo pezzo a proprietari che si trovano a NY, Parigi, Londra, Berlino, Tokyo o chissà dove. Almeno, per la Venezia di Hangzhou hanno saputo realizzare una copia speculare abitabile, decisamente superiore agli orridi allestimenti di Las Vegas ad uso dei casinò.

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Usciamo dalle transenne ripassando per una San Marco’s Square con bambini sistemati dentro automobiline di plastica, il parco sta per chiudere, il tramonto fa calare le prime ombre sulla città più famosa del mondo, ora clonata in terra d’oriente.

Il parcheggio è ancora una lisca di pesce spolpata e senza auto, dispero di riuscire a tornare all’hotel fino a che non arriva un ragazzo con un furgoncino scassato che si offre di riportarci in hotel. Mi giro per chiamare il mio accompagnatore veneziano ma lui se ne sta oltre le transenne.

E’ ritornato dentro la città indisturbato dai custodi, invisibile ma reale ai miei occhi, lo seguo con lo sguardo fino a che non scompare silenzioso oltre un corridoio. Lo lascio tra i suoi ricordi, forse appartiene più qui che alla facile retorica e alle misere e noiose usurpazioni del suo nome, me ne torno indietro nel furgone scassato, sperando che la conferenza sia terminata…

 

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