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di Claudio Canzonetta << Hai il diritto di morire e di farlo in silenzio. Hai il diritto di maledire il tuo boia, di bestemmiare. Hai il diritto di cercare una scusa e non ammettere le tue colpe. Hai il diritto di mentire a te stesso, il diritto dell’autoconvinzione. Hai il diritto di avere paura, il diritto di essere codardo ed elemosinare per un minuto, un altro ancora. Hai il dovere di sciacquarti, purificare la pelle, dato che l’anima è dannata. Hai il dovere di separarti dalle poche vesti: non ti serviranno. Hai il dovere di non prestare attenzione ai doveri ma solo ai bisogni, il dovere di essere egoista, che lo sei stato finora. Hai il dovere di avere paura, il dovere di tremare davanti al tuo boia perché non hai vie di scampo, ora. Hai il potere di morire e di farlo in silenzio oppure di parlare, non per maledire o bestemmiare, e nemmeno per cercare una scusa o incolpare qualcun altro. Hai il potere di parlare senza mentire, senza autoconvincerti. Hai il potere di avere paura, ed il potere di vincerla, con una parola >>
L’immagine alla parete salmodiava le parole come fossero un testo sacro. Lo scintillìo dello schermo era accentuato ora dal dolore che intrecciava gli occhi. Un sudario senza volto passava colpi di spugna sulla pelle e sul sangue del Sig. Dervilli, sulle sue piaghe, sui suoi dolori. Poi sparì.
Quanto tempo era passato. Ne aveva persa la cognizione. Si regolava coi pasti, inizialmente, ma poi i crampi allo stomaco e gli appetiti inaspettati gli avevano fatto intuire che l’acqua ed il pane azzimo venivano somministrati ad intervalli irregolari, a volte lo affamavano per giorni, altre lo forzavano a mangiare troppo presto. Ironicamente, era come essere perennemente in volo, cercando di correre appresso al fuso orario di turno, per lui che tanto odiava gli internazionali. Lo tenevano rinchiuso, lontano dagli appigli temporali. Non c’era notte, non esisteva riposo. Solo un’interminabile sequela di immagini.
<< Non abbiamo bisogno di una tua autocritica, dovresti saperlo. Sai anche che in questo fascicolo, in questa pila di documenti, ci sono le prove della tua colpevolezza, il tuo giudizio e calvario. Non serve una confessione: il nostro potere che è dato dal popolo ha già deciso. Non puoi modificare la sentenza, pentirsi è inutile. Parla adesso, e non salverai la pelle. Ma abbi pietà del tuo nome. Ti cancelleremo dalla memoria, spariremo il tuo ricordo se non parli. Pensa ai tuoi cari: hanno diritto di sapere. Pensa ai posteri: hai il dovere di spiegare i tuoi misfatti. I tuoi nipoti urlano per una motivazione! Come hai potuto! Traditore! Li lascerai con un falso ricordo. Diremo della tua fuga, sputeremo sulla tua tomba. E’ quello che merita il tuo ignobile e omertuoso silenzio>>
Il sig. Dervilli non riusciva più a muovere gli alluci. Non sapeva se alle estremità delle gambe i piedi erano al loro posto: potevano essere stati troncati, settimane addietro. Non c’era modo di controllare. Immobile. Il dolore era ormai divenuto terapeutico: il suo corpo era un ammasso di nervi, incontrollabili. Un punto di zanzara era fastidioso come una lacerazione da motosega. Cosa volevano. Ne aveva persa cognizione.
Le pareti della cella in cui era stato trasferito forse un mese, forse un anno prima, erano lisce e luminose: proiettori di immagini, senza bottone di spegnimento. Di fronte, ai lati, persino sul soffitto e sul pavimento, milioni di frammenti di pixel si incrociavano e lo accecavano, rendendolo incapace di riconoscersi, di legittimarsi come essere vivo. Sei schermi, uno contro l’altro, in ogni direzione, in ogni angolo di fuga, il sig. Dervilli in mezzo, bombardato. Restava solo colore, ormai. Una pennellata sporca e cicatrizzata, uno specchio rotto, un riflesso male interpretato.
I tubi catodici gli sparavano addosso i suoi stessi servizi fotografici, gli assassinii ingiustificati, le libellule. Fotogrammi senza senso, apparentemente, che ne acquistavano però sottopelle, sintetizzandosi in cancri dolorosi e meningitici. Riusciva a rimembrare con stupore la leggerezza con cui aveva affrontato le torture fisiche, nel suo precedente alloggio, al confronto. Aveva familiarizzato col sudario senza volto che lo torturava. Aveva imparato a prendersi la sua dose di terrore con mestizia, ed in cuore il caldo eroico della sopravvivenza. Quanto tempo era passato. Aveva persa la voglia di saperlo.
<< Hai il diritto di morire e di farlo in silenzio. Hai il diritto di maledire il tuo boia, di bestemmiare. Hai il diritto di cercare una scusa... >>
La voce lo trafiggeva ogni volta da un’angolazione diversa. Il tono mellifluo penetrava nelle ferite, si insinuava negli infarti. Era provocatrice, stimolava, invitava: ma intensa come una separazione la consapevolezza per il sig. Dervilli che il parlare non avrebbe posto fine all’agonia. Implorava la morte con gli occhi, slanciato verso il nulla. Ma restava muto. Immobile.
All’interno della gabbia televisiva, era sospeso in aria per mezzo di braccia metalliche incrociate sul busto. Aveva provato a dimenarsi, dapprima, a studiare una via di fuga. Era osservato. Un suo piccolo cenno veniva ripreso dalla voce, dura, immediata, che gli ordinava di stare fermo. Solo una volta aveva disubbidito a quella voce: la punizione era stata severa a tal punto da dissuaderlo a ripetere il tentativo. Si stava innamorando delle sue stimmate, i ganci sul costato. Era un contatto carnale, quasi fraterno.
La voce era identica nel tempo, così suadente, ma il volto sugli schermi cambiava di continuo: aveva riconosciuto Bush, Stalin, Mao, il sig. Hou, il suo marmista, papa Pio VI, una scimmia, Schumacher, una ferrari, sua madre, tutti a convincerlo di confessare. Che volevano, che volevano. Confessare. Cosa. Sentiva in qualche modo che le immagini riconoscevano i suoi pensieri, si sentiva studiato, analizzato, stuprato. Ma forse era soltanto suggestione, forse erano ormai solo fasci di fotoni confusi che associava di volta in volta, da bravo fotografo, a figure concrete. Stava perdendo l’autostima. Era inondato di coscienze altrui e di informazioni. Sentiva le sue motivazioni affondare nel marasma mediatico. Sentiva la voglia di ritornare ad essere apprezzato, un vincente, la parte in un sistema organico e funzionante. L’eroismo è un lusso per eremiti indisciplinati.
<<Abbi il coraggio della Riforma, cambia e ritorna ad aderire ai princìpi sani e giusti, alla verità, a tutti i costi.
Abbi la pazienza della Riforma, l’evoluzione resta comunque un trauma! Lo scontro con i princìpi nostri rappresenta l’infamia che lascerai ai posteri!
Abbi la forza della Riforma, l’esilio che scegli per dogma, la diversità nelle scelte e nei gusti, ti ha ammazzato. E nulla che resti...>>
Immobile. La parola Riforma aveva smosso nel sig. Dervilli violenze sopite. Con quel senso di estranietà di chi si sveglia dentro un brutto sogno. Di chi lotta contro il sistema stesso che lo ha generato per poi scoprire che la sua lotta è stata pilotata. Raccolse lo stremo delle forze e ruppe il silenzio. Il sig. Dervilli, incitato invano per mesi, parlò, in ultimo, e con voce flebile, movendo l’unico muscolo ancora intero, quello dell’intelletto. Pronunciò poche cadenzate parole, di condanna imperitura verso la sua condotta:
“Salvate i bambini...”
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