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di Claudio Canzonetta Il vento oscillava tra le fronde scuotendo i pollini. Danzavano le cime dei susini in fiore, dando spettacolo. I sakura, i veri protagonisti della Festa di Primavera: le strade erano infestate dai gracili riccioli rosa, che si arrampicavano attorno ad eburnee ramificazioni graffianti. I fusti snelli e slanciati dividevano i marciapiedi assolati in porzioni equidistanti, una perfetta armonia nel clima mite di tardo aprile. I cartelli giganti con monogrammi rossi su fondo giallastro appesi tuttattorno le mura esteriori annunciavano spavaldi che era festa, ma le genti ne avevano abbastanza e si allontanavano veloci, verso dimore e cibi succulenti. I due leoni sotto la spessa trabeazione dell’entrata principale aveano stanca la scorza di metallo: era l’ora degli addii e si separavano mal volentieri dalle masse di visitatori, in loro dovere spaventare. I fedeli sfilavano ormai ignari della flessuosa lucentezza del Torii, sotto la cui doppia T avevano camminato solo poche ore prima dimostrando rispetto ed adorazione per gli spiriti ancestrali, andando ora ad affollare le strade e le metropolitane della Capitale d’Oriente.
Il salice piangeva afflosciandosi sul cammino di massi che attraversava il laghetto, tagliandolo in due su un roccioso pontile immobile. I pesci Koi scodinzolavano beati, disturbati da un anziano signore che li rimpinzava dal suo sacchetto, comprato per cento yen nel distributore automatico poco distante. Il tramonto arancio-viola stava cadendo su Tokyo e sullo Yasukuni, l’Altare alla Nazione Pacificata.
Il primo ministro Koizumi officiava quel pomeriggio del 21 di Aprile in silenzioso rispetto. Koizumi visitava lo Yasukuni in veste ufficiale dopo quasi trent’anni durante i quali i suoi predecessori avevano sempre celebrato i Caduti in forma privata, sin dalla legge-compromesso del 1975, che sanciva la separazione tra stato e religione e decretava la libertà di confessione. Da allora i premier giapponesi sponsorizzavano di tasca propria i preparativi per la visita, a simbolo di un credo personale e privo di valenza politica. Koizumi, invece, stava riportando la manifestazione alla sua precedente dimensione formale, credendo opportuno che la patria intera abbia a ricordare i morti che per essa avevano donato il sangue. La sua scelta aveva irritato i governi di Cina, Vietnam e delle due Coree, vittime dei soprusi dei militi giapponesi prima e durante il secondo conflitto mondiale: già a Shanghai le prime manifestazioni di studenti erano state orchestrate dal Partito in uno slancio anti-nipponico. Non era il momento per parole fuori luogo, e Koizumi ne era cosciente. A volte un gesto permane solenne superando in potere enormi biblioteche. Il tenente Ono Hiroshi prestava poca attenzione alle fasi del rito, nel calore del primo pomeriggio. Il suo sguardo era perso nei drappeggi alle sue spalle, decorati con quattro motivi sferici, a spicchi come i petali del sakura, e si concentrava sullo spacco profondo nel raso candido che denudava l’entrata dello Yasukuni Jinja. Il timpano e i suoi fronzoli dorati, la forma triangolare che interrompeva il gioco dei controtetti continuavano ad ammaliarlo, ancora dopo i lunghissimi quarantacinque anni da cui era tornato nella sua città natale, Tokyo. Ogni anno si era recato alla cerimonia, per ritrovare i commilitoni e salutarli, alcuni con piacere, altri con disprezzo. Nelle consuete girovagazioni mattutine quel giorno, si era soffermato appena sul sepolcro del suo generale, Tojo Hideki, giustamente condannato alla pena capitale dal Tribunale Internazionale, pazzo omicida, gli aveva segnato la vita in modo indelebile. Continuava ad odiarlo: aveva con ardore affogato il Giappone nel sangue, e insieme alla patria anche gli spiriti dei combattenti, che si ostinavano a girare inquieti in quel parco, li sentiva. Subito dopo la cerimonia, si trattenne in solitudine. Imboccava i pesci, il tenente Ono, sperando di calmare i soldati che in essi dimoravano. Ripeteva il gesto meccanicamente, perso nell’acqua corrente. Il vento gli rinfrescava le orecchie. I rumori del parco si annebbiavano nella contemplazione dei suoi stessi pensieri. La campagna del Liaoning, la vecchia Manciuria, faceva venire in mente il macello del cinghiale: il sangue sulla neve, le grida, i colpi di pistola attutiti. Eppure la gioia per il buon pasto invernale era assente da quello scenario: il cibo scarseggiava ed il morale degli uomini degenerava in una rancida follia annientatrice. Riconosceva a stento i suoi compagni. Avevano negli occhi il delirio di conquista, erano i padroni del mondo, anche se il mondo aveva preso le fattanze di un’insipida cittadina nel nord della Cina. Qualche macchina blindava l’accesso al villaggio, come se qualcuno fosse interessato alla sua riconquista. I popolani erano quasi tutti morti. Le case bruciavano a stento, per il freddo. Venivano di solito smembrate e arrostite a pezzi, per sopravvivenza. Le persone sopravvivevano a stento, per il freddo. Venivano di solito smembrate e arrostite a pezzi, per divertimento. Sul margine delle strade il bianco manto era sporcato da interiora e arti avanzati, interrotti talvolta da resti di focolai caduchi. Il tenente Ono camminava inorridendo, scansando con un calcio uno scarpone ancora pieno di muscoli sanguinanti; duro al contatto emise un rumore sordo di ossa contuse. Percorse quindi la Via della Sacra Tranquillità superando due tumuli di case franate, e cercando con la vista il luogo da cui provenivano le grida più feroci. La villa del sindaco era diventata il loro quartier generale. Ne erano stati prima estirpati tutti i simulacri di fede revisionista, le statue antiche, gli arazzi arabescati, le miniature preziose. Il tempietto degli avi era adesso un comodo vespasiano. La biblioteca fumava di tossico e carta straccia. Due bambini erano stati legati con un collare di metallo al cancello, costretti carponi a fare la guardia rosicchiando avanzi di rancio. Ono cercò di sollevare lo sguardo mentre udì i bimbi mugugnare qualcosa simile ad un guaìto. Da una finestra laterale si affacciò un soldato, che lo riconobbe ed ebbe quindi accesso garantito. Il bambino si ricompose e tornò con la faccia nelle ossa sudicie. A cuccia. Attraversato l’arco, franato, c’era una porta scardinata, senza battenti. La prima stanza sulla destra era ormai una bisca, i soldati giocavano a carte e a Go con le pietre, scommettendo schiavi o donne cinesi. Ono rigò dritto. Dopo pochi passi, riconobbe quattro commilitoni a sinistra che effettuavano un interrogatorio. Non si udivano domande, però, e neanche urla. Appeso al soffito per le braccia, il cinese sanguinava dalla bocca, gli avevano probabilmente asportato la lingua, per non farlo parlare, e stava affogando nel suo stesso plasma. La pelle sul ventre era scomparsa, strappata per strisce, lasciando respirare i tessuti gelatinosi a contatto con le rigide temperature. Scoperchiato, il bassoventre lasciava intravedere le forme dello stomaco e degli altri organi interni, ormai inutilizzabili. I quattro stavano ora passando alla fase finale dell’interrogatorio, durante la quale avrebbero sezionato i genitali dell’interrogato, facendoglieli ingoiare subito dopo. Mentre usavano un taglierino sulla pelle flaccida dello scroto, il tenento Ono intravide un lampo di lucidità nello sguardo del torturato, seguito immediatamente da uno spasmo involontario. Poi l’assenza di coscienza, il torpore estatico. Il cervello aveva reagito isolando il dolore, per non impazzire, ma le mascelle lavoravano ancora, costrette a mangiare carne umana. Il tenente Ono conosceva quelle orride torture ma non poté reprimere un conato, anche se osservò la scena solamente qualche secondo. La guerra era appena iniziata e già quelle immagini gli impedivano il sonno. Ono Hiroshi aveva dapprima fatto rapporto ai suoi colleghi e sottoposti; col tempo aveva compreso come l’Impero Giapponese volesse i suoi soldati carichi e furiosi, numerose direttive gli avevano confermato che quello stillicidio non era casuale, ma anzi diretto dai ranghi superiori. Droghe sintetiche circolavano per aumentare l’orgasmo di sangue, e spesso gli erano state offerte, il suo rifiuto incontrando sguardi di disapprovazione da amici e superiori. Non aveva altra scelta. Esimersi ed evitare di osservare, di sapere persino; il senso di colpa, eppure, si ingigantiva col passare dei giorni. Quel pomeriggio, non era l’unico a non prestare attenzione ai movimenti di Koizumi. Aveva notato un signore distinto, sulla cinquantina, vestito elegamente ma senza cravatta, che continuava a guardarsi attorno, forse in ricerca di qualcosa. Aveva dei tratti abbronzati, sembrava non essere di quella zona, anche se indubbiamente l’abito era stato acquistato a Ginza, poco lontano. Celava un’aria strana, uno sguardo appassito, come sfiorito. Gli anni lo avevano intaccato ben più del tenente Ono, pure di molto più maturo. Lo fissò per qualche secondo, involontariamente. I loro occhi si incrociarono, per un istante. Poi il tenente Ono Hiroshi si rese conto di essere stato inopportuno, arrossì quasi e abbassò lo sguardo. L’uomo, forse risentito, si allontanò dalla folla. Ono non aveva dedicato all’incidente più di qualche minuto. Si era sentito un po’ idiota trovandosi a fissare degli sconosciuti, come un bambino curioso. D’altronde, conosceva la celebrazione a memoria, in tutte le sue parti, era lecito avere cadute di concentrazione. Koizumi era tuttora impegnato a bruciare fascetti di incenso in un altare bordato, pieno di cenere. Sarebbe stato, pensava Ono, solamente un altro anno nella sequela di commemorazioni della sua vita, un giorno ancora dedicato alla patria, dell’altro incenso speso per un sogno in cui non credeva ormai più. E allora si rifugiava nei Koi, sfamava gli spiriti, bilanciava il karma. La pace di quel parco era tutto ciò che chiedeva, alla sua età. Sua moglie era morta da poco, di cancro. La sua vita solitaria stava sfumando nell’oblio della dimenticanza, si trascinava avanti aspettando, senza un vero motivo. I ricordi si accavallavano spesso: trascorreva le giornate confuso nel passato, assaporando facce da tempo spente, che sbiadivano nelle rimembranze. Un pensiero felice attraversò d’un tratto la sua mente. Cercò di identificarlo, era con lui, lo inseguì nelle catene di idee, molto rallentate. Eccolo, lo illuminò. Poi lo perse. La mano lasciò andare il sacchetto, le palpebre si appoggiarono, le gambe cedettero. Il sapore frizzante dell’erba gli solleticava le narici. Se le torture nell’anticamera avvenivano senza suoni, dal dietro della villa uscivano orrori acustici definibili a stento. Il tenente Ono ne aveva a sufficienza per rovinare il resto dei suoi giorni. Decise di uscire a respirare l’inverno e sognare primavera. In strada camminò al centro della via. Non c’era pericolo di essere investiti, e preferiva tenersi lontano dalle cunette, da brutti incontri. Vagando per il villaggio ebbe voglia di dormire, per poi svegliarsi, scoprire che la guerra era finita, sarebbe tornato nella sua città, a farsi una vita, da eroe! Chiuse gli occhi per un momento, inspirando nel naso un’immagine di gloria e splendore. Poi l’incanto venne rotto da un grido di donna, non lontano. Si era portato, vagando, nei pressi di un’orto, con casale semi abbandonato. Dall’unica finestra si scorgeva all’interno un movimento, c’erano degli uomini. Si avvicinò. Le grida continuavano, sempre più acute. Tre soldati stavano violentando una donna. Era una scena a cui aveva assistito più volte, sarebbe dovuto andarsene, sapeva che restare non era saggio. Eppure no, non stavolta: un calore in cuore, una sorta di affetto incondizionato lo costrinse. Aveva bisogno di proteggere quella donna, ne valeva della sua coscienza. Si gettò sullo stipite, abbatté il portone con una spallata. La donna cinese era legata a terra per il collo, così che i suoi movimenti la strozzavano progressivamente. Due soldati la reggevano saldamente per le caviglie, divaricando le gambe in un angolo ottuso di ampiezza dolorosa. Il terzo ululava in quel momento, sbavando i suoi umori in quello che sembrava l’amplesso della sua vita, coi calzoni arruffati sulle caviglie, peloso, abominevole. Al fracasso del portone i tre scattarono, pronti a reagire. Poi riconobbero il tenente. Fecero qualche battuta, invitandolo a usufruire del loro svago. Il tenente Ono digrignava i denti e ingiunse loro di andarsene. I soldati, sorpresi, cominciarono a sfotterlo, alcuni battendo grandi manate sulle spalle, uno di loro abbottonandosi la patta. D’istinto Ono Hiroshi sferrò un montante ben assestato sulle costole del più grosso. I tre rimasero di stucco. Un bagliore sanguinolento usciva dalla strette palpebre, cadde il silenzio, solo la donna ancora piangeva, immobile. Lo fissarono per un’eternità. Infine si contennero, a stento, rispettando il grado. Sputarono a terra e uscirono imprecando, fottuto sinofilo del cazzo, l’avrebbe pagata. Il tenente Ono non riusciva a credere di essersi intromesso. Aveva messo a repentaglio la sua vita e la carriera per una sconosciuta. Paralizzato, rimaneva ad ascoltare i battiti sulle tempie. Vedeva già le serata, le coalizioni di soldati lo avrebbero chiamato anti-patriottico, amante del nemico. Vedeva l’errore commesso, e non sapeva rimediarne. Vedeva... una donna. Bellissima. Era ancora supina, coi vestiti a brandelli, sul gelido pavimento della baracca. Gli occhi chiusi, la bocca piegata in una smorfia di dolore. Il corpo contrito aveva riacquistato un andatura naturale, le lunghe gambe si erano adagiate una contro l’altra, come a coprire le vergogne, in un estremo momento di pudore. Anche nel terrore dello stupro, la donna era di un pallore incantevole, la pelle bianchissima era sporcata solo da un rivolo di sangue che le scendeva da un orecchio, come un pendente. Il corpo era stato ammaccato con calci e pugni, ma non si era ancora azzurrato in ematomi. Solo i segnacci sulle caviglie, sui polsi e sul collo evidenziavano la lotta furiosa contro gli aggressori. Una tristezza epocale invase di brividi Ono Hiroshi, insieme alla tenerezza di una passione inspiegabile. Coprì le nudità con la sua giacca, cercando di riscaldarla. La donna, che non piangeva più, socchiuse gli occhi, lo intravide appena, le labbra si rilassarono in un sorriso. La commozione si impadronì del tenente Ono. Tremante, si avvicinò, spostò dalle gote una ciocca di capelli arruffati. La donna spalancò del tutto le palpebre e lo guardava con intensità. Ono si avvicinò con lentezza, sempre fissandola. Le labbra si unirono e rimasero corpo unico, mentre Ono Hiroshi provava per la prima volta l’amore. Una fitta sotto la milza lo fece risvegliare. Era stato tramortito e trascinato altrove. Era notte, imbavagliato e legato, ginocchioni rivolto al bellissimo Altare. Uno sconosciuto gli aveva appena conficcato un pugnale nella parte sinistra dei suoi intestini. Lo riconobbe: era il signore ben vestito che lo aveva fissato nel pomeriggio. Che voleva ammazzarlo. Appena ripresa conoscenza, allargate le pupille nel dolore, la voce melliflua dello sconosciuto intasò le orecchie del vecchio, in una lingua elaborata dal tono letterario, con pesante accento di Tokyo. “Ho vissuto albe e tramonti alquanti nelle ombre. Ho agitato gli spettri nascondendomi tra di loro. Sono divenuto insignificante, ho tradito il mio spirito, rinnovato le mie parole, le ho scambiate con quelle di qualcuno che non conoscevo. Ho ferito il mio io per soddisfare l’orgoglio. Sono pronto per affrontarmi, adesso. Ho studiato e imparato a godere nell’attesa. Gusterò ogni momento, ora.” Il pugnale ruotò di un quarto di circonferenza portandosi perpendicolare al suo stomaco. Lentissimo, incominciò la sua strada tranciando budella. La bile mista a liquidi intestinali gli invase la bocca, cattiva, prepotente. Notò poggiata sull’erba una bellissima katana. Comprese finalmente. Lo sconosciuto stava compiendo un rito sul corpo del tenente Ono, seppure molto diverso da quello pomeridiano di Koizumi: il tristemente noto seppuku. Probabilmente voleva far passare l’aggressione come un suicidio, il più nobile gesto. Perché? “La notte gelida come la lama si inserisce nella tua pelle. E’ quello che meriti. Hai portato seco i motti sacrileghi di una nazione profanatrice, hai sfregiato un impero celeste, che era il mondo intero e paradiso in terra. Riconosci i miei tratti, distogli le orecchie dalla mie parole. Assapora nello stomaco la virilità di una mano straniera” Il pugnale si insinuò ben oltre la fibbia della cintura, stava per arrivare all’altra costa, lacerando in due labbra vomitanti sangue il ventre di Ono Hiroshi. Tra poco, Ono sapeva, il pugnale avrebbe fatto una curva, sarebbe impennato verso l’alto, fino al momento più doloroso, la penetrazione del fegato, la disintegrazione dei nervi. Solo pochi eletti riuscivano a mantenere la lucidità per compiere quel gesto da soli. Il terrore nero avvinghiò il tenente soffocandolo nello stretto bavaglio. “Riconosci i miei tratti, assapora la mie parole. Finalmente la vendetta, cullata dolcemente per anni. Ho vissuto nella tua ombra, camminavo alle tue spalle. Tu ignaro, conducevi la tua vita di piccolezze. Mi resi invisibile, imparai a parlare come fate qui, a vestirmi di foggia barbara ed effeminata. Ma covavo il rancore dentro di una fanciullezza da orfano, la rabbia è rimasta scolpita nelle mie rughe. Apprezza ora il bilancio delle colpe. Stanotte il mio orgoglio sarà placato, ed il tuo spirito si staccherà vagando fantasma attorno al corpo, impazzito per gli atti terribili di cui lo hai macchiato. La pace finalmente ci attende.” La testa si staccò dal tronco senza fare rumore. Un silenzio rallentato la accompagnò al suolo, dove la accolse un manto d’erba ad attutire il tonfo della morte. Dopo un’eternità durata un bacio, il tenente Ono lasciò le labbra della cinese e le sorrise. La donna lo guardava con la stessa espressione di poco prima. Un terribile sospetto si fece strada. Cercò di scuoterla, abbracciò, stringendola nel calore del suo corpo. Nulla da fare: l’amore della sua vita era spirato, nullificato dal suo bacio. Una lacrima scese incontrollabile rigandogli il viso fino a cadere sui cenci sporchi con cui aveva coperto la donna. Si era battuto per un morto. Si era innamorato di un morto. Aveva baciato un morto. Un rumore lo distolse dall’angoscia. In un angolo, tremante nell’ombra, un bambino sporco, mezzo nudo, lo osservava. I loro occhi si incrociarono, per un istante. Poi il tenente Ono Hiroshi si rese conto, si riebbe, arrossì quasi e abbassò lo sguardo. Il bambino svanì nel nulla.
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