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Marrakech
Jin Ping Mei Stampa E-mail
13 febbraio 2007

 

di Claudio Canzonetta

C’erano oggi tre donne legate da un solo carattere.
C’era Kaneko Aya da Sapporo.
C’era Jin Meilin da Tianjin.
C’era Kim Ji Yeoung da Seoul.
Nelle rispettive lingue i di loro cognomi vengono indicati con il carattere <Oro>, quello scomponibile in tre parti, con il radicale superiore preso a prestito per dare pronuncia, poi la terra e dentro la terra le pepite.
Un solo carattere scolpito nelle tre vite.

Aya era stata assunta da una nota ditta di Singapore che commerciava in scatolame da distribuire sul mercato giapponese. Appena ultimati gli studi, aveva provato a farsi una vita a Sapporo, aveva iniziato la scalata sociale partendo da segretaria e accompagnando i suoi boss al karaoke, versando loro fiumi da bere.

Per dimostrare l’assiduità nipponica, faceva i doppi turni e arrotondava con un part-time al ristorante sotto casa. Gli anni passavano e Aya aumentava lo strato di cerone bianco e il rimmel sugli occhi. Si inchinava ancora ad angolo retto, ma con meno vigore e convinzione, ancora segretaria e poche prospettive, continuando a lavorare 18 ore al giorno, versando da bere a boss ed astanti. Aveva rifiutato sprezzante le proposte di alcuni pretendenti perché poco adatti alla sua ambizione, ma cominciava a pentirsene. Adesso era pressione addosso. Si diceva dalla sue parti: “la donna è come il cenone di natale, dopo il 25 si butta”. I genitori non le avevano posto difficoltà al momento dell’espatrio: cominciavano a dubitare che la propria figlia si inserisse in una società tanto competitiva. Dal suo punto di vista, Aya era ben contenta di partire: un nuovo mondo le si apriva, diverso finalmente dalla società che tanto odiava e che l’aveva rifiutata.

Dal suo punto di vista, Meilin era ben contenta di vivere a Pechino insiema alla cugina: cercava lavoro, ufficialmente, ma tutti sapevano che evitava di trovarlo. Di buona famiglia, aveva preso un’appartamento con una sola camera e due letti proprio nei palazzoni dietro alla Università di Lingue e Culture Straniere, appena fuori dal terzo anello. Tutte le sere spendeva ore e costosi cosmetici, che andava poi a sporcare sui boccali della birreria universitaria. Meilin odiava bere, ma era troppo timida per affrontare una conversazione da sobria con perfetti sconosciuti. Era stata educata in modo ferreo, i genitori le avevano inculcato il rispetto della famiglia e le buone maniere. Sarebbero impazziti a vederla con i jeans strappati e l’ombelico al vento, in un tugurio imbottito di ubriachezza e molesti.  

Era stata educata secondo i principi della squisita tradizione coreana, Ji Yeoung, ma aveva passato l’estate a fare i capricci. I genitori non la riconoscevano e faticavano a capire. Le bellissime fattezze erano ultimamente sempre piegate a broncio: Ji Yeoung aveva un obiettivo ed era ostinata a raggiungerlo. Georgetown l’aspettava, il prestigioso campus di Washington, dove avrebbe finalmente imparato l’inglese, speso una considerevole somma di danaro e... ritrovato l’amore.

Aveva conosciuto Leroy l’anno precedente a Bangkok, sull’aereo diretto a Ko Samui, paradiso tropicale. Leroy sedeva per coincidenza nella fila di emergenza vicino alla bellissima ragazza coreana, smaliziata per essere un’asiatica ma ancora ignara del pungente fascino virile e maschilista del giovane afro-americano. Il fato aveva giocato a suo favore, per giunta: i due bungalow erano distanti solo poche centinaia di metri da percorrere a piante scalze sulla sabbia ardente. La compagna di stanza di Ji Yeoung l’aveva messa in guardia: non si fidava degli stranieri e conosceva il temperamento ardito dell’amica. Che non resistette a lungo al corteggiamento, profuso tra aqua-gymn e falò al sapore di Martini. Inspiegabilmente – per i suoi genitori – la vacanza di Ji Yeoung si protrasse fino a settembre inoltrato, i tre mesi più lunghi della sua vita. Lasciò Leroy nel bungalow, salutandolo tra le lacrime. Lui crudele si era rifiutato di accompagnarla all’aereoporto.
Dimenticami, le aveva raccomandato, non può funzionare.  

Meilin aveva conosciuto Juan la sera precedente appena fuori dal Blah Blah Bar. Juan era alto, spagnolo e ubriaco. L’aveva fatta salire per un drink, su per le scale del dormitorio. Viveva in una stanzetta singola, tirata a lucido, sembrava un albergo. Meilin non seppe resistere al fascino della pelle lustra e del costoso Calvin Klein che le accecava le narici: si concesse senza indugio. La mattina successiva lui si comportò da perfetto estraneo, si scusò per un impegno improvviso, le pagò un taxi e le lasciò un bacio ed un numero di telefono. Meilin assonnata dovette fare i conti con rimorsi ed un cugina incuriosita che la aspettava sulla porta.

Ma non demorse. Dopo una settimana compose timida il numero, Juan rispose gioviale ma non troppo convinto di riconoscere nome e voce all’altro capo del filo. Gli chiese se aveva programmi per il fine settimana, lei sarebbe rimasta sola visto che la cugina aveva in programma un weekend con i parenti nel Guangdong. Non aveva voglia di starsene a casa a dipingersi le unghie e morsicare patatine guardando telenovele. Ma Juan era già impegnato, sarebbe dovuto andare a Suzhou, nel paesino conosciuto come la Venezia d’Oriente a trovare degli amici. Le lanciò un improbabile invito, che la timida ragazza, pur essendo sobria, accettò immediatamente.

La casa degli amici di Juan era piccola, proprio sull’acqua, confortevole e antica. Era l’unica cinese, Meilin doveva aspettarselo. C’erano tamburi, sangria e marijuana, il gruppo di stranieri non le prestò molta attenzione. Quella notte dormirono abbracciati, parlando fino all’alba. Decisero di viaggiare insieme fino ad Hangzhou, poco distante. Sul Lago di Hangzhou scoprirono la primavera, passeggiando sotto il primo sole, tepido e puro. Mentre Juan appoggiava il palmo ruvido sulle sue dita, Meilin pensava di non essere stata mai così felice.

La casa di Aya era piccola, proprio sull’acqua, confortevole e moderna, non lontano da Coleman Bridge e dalla stazione di Quay. L’ufficio si trovava invece proprio dietro al Museo Storico di Singapore, a qualche isolato di distanza. Anche se non era stata assunta con uno stipendio da fare follie, poteva permettersi di andare a lavoro in taxi, cosa che la regalava la gioia del sentirsi indipendente, finalmente fuori dalle ristrettezze della società giapponese. Durante il primo mese di ricognizione da espatriata, un collega la invitò fuori, cortese. Nella serata piovosa di ottobre conobbero tre ragazzi australiani che in seguito li invitarono di frequente alle loro cene di vita. Il primo dei tre, Adrian, si innamorò a prima vista della tenera giapponese, che apparentemente si avventurava nella novità. La passione lo accecò ma svanì altrettanto brevemente: dopo qualche settimana di corteggiamento sfrenato e accorato, alle cordiali ma decise risposte di Aya, dovute in realtà soltanto alla reticenza che caratterizza l’educazione affettiva delle donne asiatiche, Adrian decise di dimenticarla e se ne tornò in Australia. Il secondo dei tre, Kel, essendo più razionale, la reputava una donna all’antica, seppe aspettare. I mesi passarono e Kel, partito il caro amico, si affezionava, apparentemente ricambiato. Lei ancora rifuggiva però l’impegno, convinta che un sì le sarebbe costato il resto dei suoi giorni, che non fosse tempo ancora per arrischiarsi. Allontanatosi da Singapore solamente per un viaggio di affari, Kel trova al ritorno una Aya intenta ad amoreggiare con un malese, giovane e sprovveduto. La costruzione dell’amore calcolato franò di punto, lasciandolo asciutto e sconsolato. Se ne partì anch’esso poco dopo, raggiungendo Adrian ad Adelaide.

Erano passati tre anni da quella prima sera di ottobre, ed il terzo dei tre, Alex conosceva ormai bene l’amica giapponese: era stato costretto a subire le vicende dei suoi amici, a testimoniare l’euforia della passione e l’amaro della tragedia. Conobbe pure l’antipatico malese, flirt di un paio di sere che era costato alla ragazza di Sapporo un rapporto di quasi un anno. Ma soprattutto la comprendeva, infine: ormai trentenne, senza un lavoro remunerativo ed ambendo ad una vita coniugale da sogno incorniciabile, Aya era ossessionata dalle sue esperienze affettive, si sentiva malata d’amore e incapace di decidere, non sapeva fidarsi delle persone fidate e sbilanciava con sconosciuti, vivendo in sostanza quello che le appariva un completo fallimento. Alex era bello e ricco, solitamente circondato di donne, aveva vissuto le storie dei suoi due compagni con distacco, quasi scherzandoli per la loro fragilità. Ma il tempo gli giocò un brutto scherzo, e come in un assurdo fotoromanzo, Alex ed Aya si trovarono soli a Singapore e per la prima volta convinti di un amore profondo che stava per cambiarli totalmente.
Aya sorrideva, sembrava più alta e più giovane.

Juan era bello e ricco, solitamente circondato di donne, ma da quando c’era Meilin sembrava cambiato. I due si erano trasferiti a Shanghai, lui aveva trovato lavoro, lei fingeva di frequentare un corso professionale e di dormire dentro l’università in stanza con cinque altre studentesse, tutte più giovani; lui tornava la sera portandole un regalo, lei lo accoglieva con un bacio e la cena calda. I mesi cambiavano i vestiti, prima li alleggerivano poi erano costretti al cappotto. La casa di Shanghai mostrava una foto di Juan e Meilin all’ingresso. Durante un soggiorno a Tianjin, Juan si era presentato ai genitori di Meilin ed era stato ufficialmente introdotto agli anziani di famiglia. Era un passo importante, ma non decisivo. Tutti del resto continuavano a fingere che Meiling studiasse fuori sede per non affrontare lo sconcio di una convivenza non legittima.

I mesi cambiavano i vestiti, prima la incappottavano poi facevano scoprire le gambe ad una Ji Young sempre più bella. Il campus di Georgetown era in fiore, gli studenti parlavano sui prati, le biblioteche erano deserte, le gonne sempre più corte. Leroy la andava a prendere dopo il lavoro per l’aperitivo in centro con gli amici. La vita era esattamente come doveva essere, pensava Ji Yeoung, l’aveva finalmente spuntata sui suoi genitori, giocando contro le loro stesse armi. La preoccupazione maggiore per la sua famiglia era la forte possibilità che le bella ragazza potesse innamorarsi di uno straniero, onta per la famiglia e degrado per la fanciulla stessa. La mamma di Ji Yeoung le aveva promesso che non l’avrebbe lasciata partire e maritare un americano a costo della sua stessa vita: si sarebbe suicidata davanti ai suoi occhi, se Ji Yeoung non avesse rinunciato a quegli infausti propositi. Lei era stata più astuta, però, e aveva platealmente svelato come avesse deciso di recarsi a Washington solo perché il suo attuale fidanzato v’era stato trasferito per lavoro: con un’alta concezione della famiglia e conoscendo i giusti meriti di una donna che sacrifica le proprie ambizioni per seguire i passi dell’amato, non vedeva altra soluzione che raggiungerlo al più presto negli Stati Uniti. Vivendo in Università, poi, poteva sfruttare al meglio quel soggiorno ed evitare di dormire sotto lo stesso tetto con il suo futuro consorte. I genitori dovettero cedere a tale santa manifestazione d’intenti.
Di certo, Ji Yeoung non specificò la nazionalità del suo boyfriend: vivendo a Seoul i suoi erano convinti che il ragazzo dovesse essere un pasciuto e rispettabile coreano. Non vedevano l’ora di conoscerlo personalmente, ma avrebbero dovuto aspettare ancora, pazientemente.

C’erano oggi tre donne legate da un solo destino.
C’era Kaneko Aya da Sapporo, che viveva a Singapore con Alex, ma lo lasciò per darsi in sposa al candidato proposto da sua zia, quarantacinquenne funzionario di banca.
C’era Jin Meilin da Tianjin, che viveva a Shanghai con Juan, ma lo lasciò perché era stufa di una città che non capiva e di quegli assurdi modi occidentali.
C’era Kim Ji Yeoung da Seoul, che viveva a Washington con Leroy, ma lo lasciò per evitare che la mamma si suicidasse ed il padre attentasse alla sua vita.  

Nelle rispettive lingue i di loro cognomi vengono indicati con il carattere <Oro>, quello scomponibile in tre parti, con il radicale superiore preso a prestito per dare pronuncia, poi la terra e dentro la terra le pepite.
Non è tutto oro quello che luccica.


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