|
John B. Coleman Jr. si svegliò col mal di testa il 19 Febbraio 1927. Dopo una colazione di controvoglia nella sua ampia magione in Bubbling Well Road, fece in tempo a radersi e incastrare il doppio collo in una cravatta blu col nodo stretto prima di scendere in strada per cercare un risciò e arrivare nella redazione del "China Weekly Review" in perfetto orario, come da abitudine.
John Jr. era a Shanghai da tre anni, e si avvicinava il tempo della sua "lunga vacanza", i sei mesi di rientro a casa che spettavano agli espatriati nelle colonie asiatiche di norma una volta ogni quadriennio. Non che fosse particolarmente contento di tornare nella sua terra, una brulla Lousiana in cui avrebbe finito per sprecare il suo tempo tra visite ai vicini e noiosi racconti di vita d'oltremare, lontano dalle raffinatezze e dalle curiosità cinesi: un salario doppio rispetto al suo precedente impiego negli USA e il basso costo della vita gli consentivano di frequentare l'alta società e, seppure lo sfoggio non fosse atteggiamento proprio di un redattore americano in missione, John Coleman non disdegnava la sua nuova vita fatta di lusso e prelibatezze. Le cavalcate sui pony mongoli, tenaci e testardi campioni che permettevano con un modesto investimento di aprire una scuderia e vincere numerose gare; i balli al Majestic Hotel e i ricevimenti organizzati dallo Shanghai Club, di cui era membro, esclusivi e raffinati, con dame e gentiluomini dai quattro angoli del mondo; pur anche i bar di Avenue Joffre, con le bellissime pricipesse Russe Bianche esiliate dai Bolscevichi e rifugiatesi a Shanghai a regalare magnifiche serate e colorare la grigia vita dei businessmen, tutto lo aveva stregato. La nostalgia per l'imminente partenza aveva disturbato i sogni degli ultimi giorni. Salutò il maggiordomo che accompagnò la porta alle sue spalle. Il sole lo accecò per un momento, in un caldo abbraccio vivace. Se ne accorse, dunque. Silenzio agghiacciante. Non un risciò, non una macchina. Poche persone giocavano coi bambini. Le case erano quasi tutte chiuse e regnava una calma innaturale: sembrava che la città più operosa d'oriente fosse ancora addormentata. Si avviò per Nanking Road, deciso ad accertarsi di cosa stesse succedendo. Le boutique erano sprangate, i passanti sparuti si gettavano addosso sguardi increduli. Accelerò il passo, le vetrine scorrevano sotto le scarpe una dopo l'altra, irrimediabilmente opache. Il Bund nella sua magnificenza si mostrò, con le colonne doriche e le banche, a simboleggiare la stabilità economica di Shanghai. Nessuno in strada, l'angoscia si stava impossessando di Coleman insieme al sudore per la camminata. Nel Whampoo River nessun sampan, i coolies si erano dileguati. I passi divennero corsa, il numero tre non era più così lontano: il Club avrebbe dato finalmente risposta ai suoi interrogativi. Nel Long Bar, quello con il bancone più lungo del mondo (almeno così recitava l'insegna), in cui i membri si distinguevano per categoria sociale a secondo di quale palmo ne occupavano per sorseggiare i loro Martini, Coleman salutò con un cenno alcune facce preoccupate e si mise a sedere vicino al suo editore, Mr. J. B. Powell, tuffato con il volto su delle carte e con il muso in un doppio whiskey, seppur presto di mattina. "Arrivano i Rossi", gli allungò le carte e scolò d'un fiato il bicchiere. Un manifesto vergato in cinese era accompagnato da una traduzione d'ufficio (riconosceva i tratti di Ms. Lee): lo Sciopero Generale era stato indetto per l'intera giornata, fabbriche deserte e negozi chiusi per salutare i comunisti arrivati alle porte di Shanghai. Esattamente quello che aveva immaginato. Powell gli porse un bicchiere pieno e riempì il proprio: sapeva che una bottiglia non sarebbe bastata. Da mesi ormai se ne parlava: il Partito Nazionalista fondato da Sun Yat-sen e rintanato a Guangzhou si era armato, addestrato da un inviato dell'internazionale, il russo Borodin, e si preparava alla conquista della Cina con una spedizione verso Nord guidata dal nuovo leader Chiang Kai-Shek. Come centro economico, Shanghai sarebbe stata di sicuro la meta designata: i fondi cittadini avrebbero garantito la possibilità di una ulteriore espansione, fino alla presa della nazione intera. Le voci avevano col tempo acquistato consistenza: da gennaio una collana di filo spinato separava la Shanghai delle concessioni dalle città cinesi di Nantao e Chapei, sotto l'egida dei Signori della Guerra, e ben 45 navi da battaglia stazionavano all'erta sul Whampoo. Il pettegolezzo circolava libero e le idee si confondevano, da una parte la propaganda rossa, dall’altra le Forze Speciali della Polizia Municipale che cercavano di screditare Chiang Kai-shek con articoli sui principali giornali cittadini, volantini e fumetti, dipingendo il Generalissimo di volta in volta come cobra, lupo o tartaruga. In seguito, gli animi si erano rilassati: la minaccia Rossa tardava ad arrivare e cominciava a sembrare solamente un fantasma mentre gli Shanghainesi si ritrovavano ad affrontare il problema reale di un reggimento annoiato con migliaia di soldati in città, intenti a giocare a golf e beccarsi la sifilide nei bordelli più in voga. Shanghai era diventata un accampamento, gli Shanghailander servivano i soldati che avrebbero dovuto proteggerli. Gli uni e gli altri ne avevano abbastanza. Alle fine però era successo: lo sciopero generale dimostrava l'adesione delle masse, Shanghai rischiava veramente, il fantasma tornava ad agitare i sonni ed eccitare le conversazioni. Quella sera John Coleman si recò di soppiatto fino al 237 in Dixwell Road, appena sotto le sopraelevate ai margini delle concessioni, in una terra di nessuno in cui unica padrona era Mrs. Litvanoff, la proprietaria della casa chiusa. Lo accolse con un sorriso smagliante e lo condusse alla camera con vista che gli aveva riservato. Jessica era bellissima e lo aspettava in un attillato cheongsam che risaltava le sue magre forme e i capelli lucenti. John rischiava molto: conosceva i loschi traffici della Litvanoff e sapeva come il frequentare una donna locale fosse intollerabile per un rispettabile straniero: i membri del Club lo avrebbero radiato, uno scandalo sarebbe stato inevitabile al giornale, la Polizia Municipale lo avrebbe coinvolto in impensabili indagini malavitose. Eppure non riusciva a resistere al fascino della sua compagna. Aveva conosciuto Jessica in un ballo, faceva parte della servitù che si occupava del catering. La Litvanoff, tra gli invitati, aveva intuito il suo sguardo e in un angolo gli sussurrò un appuntamento. Scaltra donna. Jessica sapeva regalargli momenti indimenticabili, era una donna avvenente e molto acuta: spesso le loro conversazioni servivano da spunto per gli articoli sul “China Weekly Review”. Coleman si slacciò la cravatta, Jessica lo avvolse nel suo profumo, solido. Sembrava impaurita. Le raccontò del suo incontro diurno. Nella zona cinese della città, diceva Jessica, in molti distribuivano volantini e affiggevano manifesti. Quando colti in fragrante, i comunisti non venivano avvisati né processati, con una lunga ascia dei birri troncavano loro la testa di netto. Aveva assistito di persona alle decapitazioni. In pidgin-english tremolante ripeteva in continuazione: “chop, chop, savvy!”. John l’abbracciò e fece tutto ciò che sapeva per calmarla. Dopo l’amore, fumando un sigaro, guardava il soffitto, pensoso. Aveva sentito dire che molti rivoluzionari di professione erano giunti di recente a Shanghai: la loro voce doveva aver colpito l’immaginazione popolare, e adesso mandava giovani al patibolo. E la situazione sarebbe peggiorata, ne era sicuro. Ma i Rossi non arrivavano. Era passato più di un mese dallo sciopero generale, un altro ne era stato organizzato, il 21 Marzo, con successo ancor maggiore. Le teste a Nantao si accatastavano, gli spazzini raccoglievano i cadaveri, ma il Generalissimo Chiang restava lontano miglia dalla città. Conversazioni fatte di mezze verità e supposizioni intossicavano i balli, i club, i ristoranti. Perché Chiang si attardava? C'era chi parlava di uno spaccatura nelle fila comuniste, chi voleva il Generalissimo ammalato, i più pensavano fosse solo una strategia per distogliere l'attenzione da ben altri e gravi rischi. Le personalità di spicco rivelavano complotti alle diverse testate giornalistiche ma non ci si arrischiava nella pubblicazione, per paura di smentite. I dubbi si insinuavano anche all'estero: dalla Russia Stalin benediceva Chiang Kai-shek come capo supremo di una Cina comunista e armata, mentre Trotsky allarmava sulla sua doppiezza di intenti. Gli stessi rivoluzionari stavano perdendo il filo esatto della situazione, ma unanimamente condividevano il futuro di speranze per i compagni cinesi, impegnati nell’aspra lotta. John B. Coleman Jr. si svegliò con il mal di testa e sentiva, stavolta, che doveva essere un cattivo presagio. Non ebbe bisogno di scendere in strada: le fucilate risuonarono distinte dentro i timpani già da sotto le lenzuola. Era indeciso se alzarsi o richiudere le palpebre cercando di cancellare l’incubo, ma in fondo sapeva già che sarebbe finito a naufragare dentro un whisky secco al Long Bar, mentre Powell, il suo editore, gli avrebbe confermato che Shanghai era rossa e Zhou Enlai capo indiscusso. Pochi giorni dopo che Shanghai venne conquistata (con esclusione delle Concessioni) dall’armata di Zhou Enlai, Powell gli chiese di incontrarlo sul Bund, in tarda serata. Era una richiesta strana: non era raro che il suo editore discutesse di strategia durante lunghe serate con i redattori, ma solitamente gli incontri avvenivano in massage parlour o in sale da té, lontani dagli sguardi indiscreti, mai in pubblico come stavolta e, per giunta, nei dintorni del Club. Powell con il viso protetto dall'alto bavero di un impermeabile, lo aspettava, lo sguardo assorto verso est. Rimasero in silenzio, senza un cenno di saluto. Pootung si stagliava sull'orizzonte oltre il fiume, le bandiere rosse sventolavano sopra le fabbriche dormienti, qualche luce ricordava che la città era viva. Sul Whampoo River, immobili, le numerose navi da guerra, dentro cui si celavano a riposo i pochi soldati di turno serale. Il lavorìo di un sampan li destò dai pensieri. "Ieri sera Chiank Kai-Shek è arrivato a Shanghai" Il sangue gli si gelò nelle arterie. Si era convinto da tempo dell'assurdità della minaccia di un Generalissimo: pensava l'armata comunista fatta di cellule disorganizzate e credeva Zhou Enlai l'unico responsabile della presa di Shanghai. "Dov... com'è riuscito a... chi lo ha lasciato entrare?" "Noi." Powell puntò solennemente il dito verso un'imbarcazione di foggia cinese, armata fino ai pennacchi, tanto da confondersi sullo sfondo bellico. Se il Generalissimo era arrivato nella Concessione a bordo di quella nave, non c'era possibilità di errore: Chiang era stato identificato e ammesso all'approdo, se non addirittura invitato dalle forze internazionali. "Sono stato uno stupido a non ascoltarlo. Diceva la verità, Fessenden". John ricordò immediatamente la conversazione di pochi giorni prima. Non gli avevano prestato attenzione, tante eminenze ciarlavano sugli eventi più improbabili, e la storia raccontata sembrava affatto verosimile. Stirling Fessenden, Capo del Consiglio Municipale, aveva incontrato verso la fine di febbraio Du Yuesheng, nella sua villa in Rue Wagner insieme ad un interprete e al capo della Polizia Municipale Francese. Ricordava il volto incredulo di Powell a quella rivelazione. Du Yuesheng era il più noto e potente gangster di Shanghai. Controllava il traffico di oppio della città, a partire da Soochow Creek, lo snodo internazionale, alcuni bordelli di alto bordo, tra cui il famigerato Happy Times, in cui si poteva entrare solo su invito. Capo della Società Segreta Verde, la più grande di Shanghai, teneva sotto ricatto tutte le bande mafiose della città, corrompeva i capi della polizia municipale e le autorità cinesi, sequestrava ricchi e nobili e poi si interponeva per fissare un riscatto di cui chiedeva una percentuale, era conosciuto nell’alta società, membro onorario del Merchant’s club, proprietario di varie gioiellerie e immobili, presidente di due banche, membro permanente del Consiglio Municipale e fondatore di una scuola superiore. Tutti lo rispettavano e lo temevano, tanto che Mei Lanfang, la star internazionale dell’Opera Pechinese non di rado recitava privatamente nella sua villa e che la rivista “Who’s Who” lo inserì persino nella lista dei gentlemen più conosciuti della città. Du si muoveva solo se preceduto da una scorta armata di due macchine, e a bordo di una berlina antiproiettile. Fessenden aveva, secondo la sua versione, chiesto aiuto al boss malavitoso per difendersi dai comunisti, dopo che Zhou Enlai aveva occupato la città. Du Yuesheng, dapprima aveva ascoltato in silenzio per poi lanciarsi in un vibrante rimbrotto: Zhou con i suoi compagni avrebbero presto attaccato le Concessioni e mandato a morte il Consiglio Municipale! Urgeva una soluzione! Chiang Kai-Shek era la soluzione! Esattamente, il temuto Generalissimo Chiang, ai confini di Shanghai da mesi, secondo Du era in rotta con i Comunisti: i Rossi si erano separati in due tronconi in lotta tra di loro, i Nazionalisti di Chiang ed il PCC di Zhou Enlai. Chiang avrebbe protetto le Concessioni, Du lo avrebbe contattato e si sarebbe assicurato della sua onestà, ma a delle condizioni: in cambio della sua protezione chiese armi e munizioni ai Francesi e a Fessenden il permesso di entrare armato sul suolo internazionale. Mentre Fessenden rilasciava la sua intervista a Powell, il Consiglio stava valutando la proposta di Du Yuesheng. Coleman non riusciva a credere che Shanghai fosse caduta in quell’agguato: se da parte loro i Francesi avrebbero probabilmente accettato le richieste di Du Yuesheng per facilitare i comuni interessi nel traffico internazionale di droga, la Concessione Internazionale al contrario correva un grande pericolo nel mettersi nelle mani del gangster. John era al corrente della relazione tra Du e Chiang Kai-Shek, i due erano membri della stessa Società Segreta: di sicuro quell’incontro aveva servito ai due un’insperata possibilità di mettere Shanghai sotto conquista! Zhou Enlai stava veramente per attaccare le Concessioni? Chiang Kai-Shek avrebbe sul serio protetto gli stranieri? La situazione era così disperata? John Coleman si rifugiò nella stanzetta in Dixwell Road, nelle braccia della sua Jessica. I giorni fermevano tra dimostrazioni e decapitazioni, le serate languivano tra le lenzuola tese di passione. Era sopraffatto: per la prima volta nel suo soggiorno a Shanghai, John non era più convinto di voler restare, ma non trovava la forza di lasciare il suo paradiso privato. Qualche sera dopo, in una calda serata primaverile di quell’Aprile 1927, Jessica venne a bussare alla sua porta. Non era mai successo prima. D’un fiato gli raccontò come due giorni prima il capo dei Sindacati Generali Wang Shouhua fosse stato invitato da Du Yuesheng nella sua villa per discutere con Chiang Kai-Shek della futura strategia comunista: non ne era più ritornato. Du e Chiang avevano sfidato i comunisti, ci sarebbero state rappresaglie e scontri, la guerra civile, forse. Era terrorizzata, Chiang era un folle omicida, l’avrebbe trovata e uccisa, la Concessione era la sua unica salvezza, lo implorava di salvarla! John la azzittì di colpo, soffiando qualcosa al maggiordomo. La fece entrare in casa, pensando già allo scandalo che ne sarebbe nato. Quella notte non riuscirono a dormire, per motivi diversi. Parlarono ininterrottamente, fermandosi solo per fare l’amore. Prima dell’alba John le comunicò la sua decisione, sofferta. Jessica avrebbe dovuto lasciare Bubbling Well Road immediatamente, prima che fosse giorno, l’avrebbe raggiunta poi in territorio neutro, lontano da sguardi indiscreti: il rischio di distruggere la sua vita e la sua carriera era molto più concreto di un’ignota e forse infondata razzia anti-comunista. La lasciò andare con l’arancio all’orizzonte, lei le lacrime sulle guance sporche di rimmel e un addio sulle labbra. La mattina del 12 Aprile 1927 Jessica venne uccisa insieme ad altre migliaia di civili da soldati con una fascetta bianca sul braccio e l’ordine di trucidare chiunque non l’avesse. Il Terrore Bianco stava cambiando la storia di Shanghai per sempre, lasciando John B. Coleman Jr. nell’impotenza asciutta del rimorso. Visualizzazioni: 706
Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Effettua il logi o registrati. |