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di Claudio Canzonetta
Il telefono mi sveglia quando la donna della mia vita sta per slacciarsi il perizoma. A strap.
Ho troppa paura di perderla, continuo ad occhi chiusi. Cerco a tastoni. Sento bagnato vicino allo stomaco, anche se non ho mai sofferto di eiaculatio precox. Merda, mi son tirato addosso un bicchiere e dall'odore si direbbe vodka. Che spreco. Insisto però, lei è calda, so che non vuole essere interrotta nel suo strip, mi impegno ad immaginarne i contorni mentre tasto il comodino. Trovo finalmente la cornetta, cerco di non strozzarmi con il filo e sussurro con un filo di voce: "chi cazzo è". Mi risponde un altro squillo.
La sveglia, la troia. Mi districo velocemente dal telefono, rotolo su un fianco, e ci appoggio delicatamente un cazzotto sopra. Un bel rumore di vetri rotti segna la fine del tormento acustico. Dovevo essere proprio sbronzo ieri sera, per decidere di alzarmi presto e lavorare. Devo evitare di comprarne un'altra, così mi passano queste idee allucinate.
Dove eravamo.
Sono ancora a palpabre chiuse, ma la donna della mia vita sembra essere andata a farsi un giro con il mio migliore amico. In culo anche a te.
Mi riprendo a mezzogiorno, quando metà della città è già a metà della giornata. Mi trascino fino al lavandino e affogo il sonno dentro l’acqua.
Ho preso chili, le guance pendulano rigonfie. I bei solchi sotto gli occhi fanno maschio, li strofino un po’ cercando di non farmi accecare dalla saponetta. Ci riesco, inaspettatamente. Mi sbarbo, sputo un po’ di dentifricio, una raspatina all’ombelico, una sotto l’ascella sinistra, una più in basso. Ho preso chili, le maniglie pendulano rigonfie. Spingo il bottone sull’ebollitore, metto l’acqua calda nella scatoletta di spaghetti istantanei, stappo una birra. Il peperoncino mi fa venire un po’ di catarro, lo scaracco preciso nel cestino alla mia destra, senza sbrodolare. Non potrei star meglio. Sono il miglior designer del mondo. Devo solo fare in modo che il mondo se ne accorga.
Mi sposto in ufficio, che fa molto professionale. Esco dal cesso, cammino lentamente ma deciso nel corridoio, un passo due passi, giro a sinistra, eccolo. L’ufficio è in disordine, ma neanche troppo, lo standard artistico. Sono pieno di energie: metto a posto! Raccolgo i panni dal pavimento e li getto nel corridoio, tiro un calcio al cassettone aperto, prendo tutti i fogli sulla scrivania e li butto nel cesso, adesso rimangono solo le bottiglie sparse un po’ dappertutto, ma quelle le lascio, casomai ci sia rimasto qualcosa dentro. Perfetto. Sono forte oggi, ho già completato il primo incarico e a tempo record!
Poggio le chiappe sulla poltrona, le tende mi rivelano uno spacco con vista sul condizionatore del vicino che ispira sempre. E’ ora di pensare.
Ho pensato per due ore circa. Poi me ne sono reso conto e ho smesso.
Non mi viene in mente niente di costruttivo, quindi mi attacco al telefono, magari succede qualcosa.
_ Tim Wong, food delivery.
_ Un pacchetto di gomme, uno di preservativi e dieci birre al sesto piano.
_ Niente da mangiare?
_ No, ho fatto colazione, grazie
_ Non abbiamo la licenza per gli alcolici, Wok, come te lo devo dire?
_ Allora portami i preservativi che non si sa mai...
_ Perché passa quel culattone di tuo cugino a sistemarti le mutande?
_ No è che ho visto tua madre qua sotto che cerca clienti e pensavo di farmi un giro.
_ Oh, così presto? ...le avevo dato un cinquecento ieri sera, se lo sarà già bevuto tutto... adesso mi tocca pure di pagarle il pranzo...
_ Me li porti o no?
_ Cosa?
_ I guanti.
_ Perché senti freddo? Ci saranno quaranta gradi!
_ No, coglione. I cappucci, come li chiami...
_ Ah, quelli. No, freddati le palle e sta lontano da mia madre, che già ne ho troppi di casini.
_ Ok la, vado a scoparmi il gatto, allora.
Povero micio, ti lascio stare ma solo perché sono di buonumore, oggi. Sicuro trovo un bel progetto, magari costruisco una copia del colosseo a Hong Kong.
Chi posso chiamare, per finanziarlo?
_ Baker e Associati, Studio Legale, mi chiamo Angela, posso aiutarla?
_ Passami Chuk.
_ Il sig. Cheung è in riunione, desidera lasciare un messaggio?
_ Si, digli che se non alza la cornetta in due secondi rendo pubblica la foto che gli ho fatto mentre si chiavava il senatore sul cofano della mia macchina.
_ ... attenda pure in linea
_ Wok, cazzone, ho un cliente da un milione, richiama dopo! E piantala di incasinarmi la segretaria con tutte le tue stronzate!
_ No Chuk è urgente, stavolta
_ Spara, ma in fretta però
_ Ho avuto un’idea, mi servono un centinaio di milioni per realizzarla
_ Posso darti un paio di venti per una secca al Jockey Club, al massimo
_ Ok, perfetto
_ E l’idea?
_ Lascia stare, è un progetto sofisticato, non credo che un avvocatuccio riesca a carpirne tutta la complessità artistico-concettuale. Mandami Angela con i quaranta dollari su in ufficio. Anzi, dille di andarmi a piazzare Riding Wind vincente sulla seconda.
_ Fanculo.
_ Si lo so che mi ami, ma adesso ho da fare.
Sudo per il troppo sforzo mentale, o forse perché si è rotto il condizionatore.
Ho bisogno di aria fresca, i quattro metri quadri del mio ufficio mi stanno stretti. Torno in cucina, piglio le chiavi.
Faccio le scale una per volta, spostando il peso da una gamba all’altra stando attento a non cascare. Nonostante il buonumore, preferisco evitare movimenti azzardati di prima mattina. Un tizio una volta mi raccontò di come dormì così tanto, ma così tanto che alla fine svenne nel sonno, da quanto aveva dormito. La morale è che c’è sempre chi sta peggio.
Wanchai mi acceca con i suoi minibus e le puttane filippine, combatto per non essere investito da un taxi rosso, da un palo della luce e da un bel paio di tette. Evito i primi due ma mi prendo le tette in faccia, poi uno schiaffo subito dopo. Neanche reagisco. Rigo dritto fino all’incrocio, ma mi si pone un dilemma.
Sinistra Steward Road, c’è mio cugino architetto, ricco, posso battergli un lavoro. Destra Lockhart Road, il paradiso dell’Happy Hour. Tiro fuori un pezzo da due dollari, ottagonale. Croce, ho perso. Tiro i due dollari in un tombino e giro per Lockhart, inveendo contro il fato avverso. Cammino fino a Luard Road, che ormai i bar della Wanchai bassa non mi fanno più credito. Ultimamente ho un pessimo rapporto con i baristi.
Mi infilo nella prima bettola che trovo, tavolini di legno, poltrone sbruciacchiate. Mi scelgo uno sgabello sul bancone, ignorando l’occhietto della battona di sala. La cameriera, sfatta dalle notti, abbozza un sorriso, gelido.
Resisti Wok, mi dico, resisti.
Non funziona.
_ Whisky sour, sorella.
_ Il whisky è a prezzo pieno, vuoi qualche altra cosa in Happy Hour?
_ Si, allora prendo un whisky e coca.
_ Contento te, bel culo... whisky coca in arrivo.
Resisti, mi dico, resisti.
Non funziona.
_ Il tuo mica tanto.
_ Cosa.
_ Di culo, mica tanto bello.
_ Tesoro, ti piacerebbe, ma mi riservo per le grandi occasioni, non c’è bisogno di sfoggiare a voi burini di strada.
_ Ci ho ripensato, fammelo doppio il whisky e on the rocks.
_ Tesoro, ti sei svegliato male oggi?
_ No, voglio vedere se con due dita di alcol il tuo culo migliora, magari adesso sono troppo sobrio. E smettila di chiamarmi tesoro.
_ Vaffanculo, tesoro.
Elaine, così si chiama, mi appoggia un bicchiere sul bancone, io le appoggio una banconota da cinquanta e una mano sul nostro oggetto di discussione, giusto per sfatare questo mito. Lei sembra non gradire.
Dal retro sbuca un ometto alto un metro e mezzo con i baffetti e un fazzoletto sudicio allacciato a bandana sulla fronte. Scolo il mio whisky d’un fiato, lascio biascicare qualcosa che non capisco all’ometto, poi gli assesto il mio ginocchio destro sul cavallo, saluto Elaine e me ne torno in strada.
Il cervello sembra girare meglio, adesso che il sangue torna in circolo.
Poi lo infilo in un altro bar, e la giornata finisce, in qualche modo.
La vita non la smetti di correrle appresso fino a che realizzi che ci scivoli sopra da una vita.
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