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La mia prima volta
di Claudio Canzonetta
Ciglia lunghe di farfalla, che flapflappano, si liberano in volo pesanti, coperte da strati appassiti di rimmel, grasso secco nero definito a linee lunghe e sottili come il taglio degli occhi. Un neo intrigante su un mare di latte candido mi fissa, indicandomi la direzione. Voci dappertutto, voci di donna, di bambine. Voci sensuali, voci innocenti che sanno il peccato.
Due stivaletti gonfi mi precedono sinuosi, ondulanti, di cuoio nero stretti attorno a due melanzane rigonfie appoggiate proprio sotto l’orlo, che saltella veloce precipitando i passi. E le vetrine verdi di té e di caramelle, i denti bianchi e deformi, gli inchini e i rossetti. Ma non c’è odore, è l’ambiente antisettico, girotondo aereoportuale, transito mediatico, passaggio anti-bolgiastico con delle simpatiche bimbe caronte. Un giro di giostra, ci vuole, un altro ancora. Un colpo di reni, è una siringa, fa male ma dopo passa. Distruggere per ricostruire e assaporarne l’invenzione. Un po’ di dolore, ci vuole, quello che da alla testa e rigenera, l’arte e la vita! Un profumo rosa, ci vuole, di quelli velenosi, intossicato, che dalla morte non si torna indietro, almeno non uguali a prima. Sono pronto. La vidi che tremava ancora dietro l’appannamento delle retine. Era buio e sfilavo veloce sul N’Ex verso il destino, le rotaie insonorizzate conducevano una danza dolce coi piedi giunti, mentre tenevo gli occhi bene aperti a godere delle luci al neon e dei lunghi corridoi che anestetizzavano. Spesi energie inutili a tenere i polsi fermi: ero in preda al delirio, esasperato da una veglia infinita e dai colori opachi che si intrecciavano psichedelici. Tentai di palparle le caviglie, ma mi sfuggì. Le figure sparivano all’orizzonte, il sangue friggeva sotto le palpebre, che lottavano per non scontrarsi. Stavo per perdere conoscenza, quando una luce affumicata rigenerò l’atmosfera. Si aprirono i boccaporti. Lo scoppio mi si presentò come una lacerazione. Incastrato in milioni di traiettorie, faticavo a mantenermi distaccato, mi perdevo, immobile, in rigagnoli di maree. Pervaso dal ritmo, accennai un movimento, subito ritratto. Il mondo procedeva all’infinito, veloce, mentre pensavo al rallentatore. Attraversai con fatica i cancelli e gli spazi aperti continuavano ad inibirmi, spesi ore forse giorni a capacitarmi, me ne mancava la vitalità. Atterrito restai in disparte, dapprima, ma poi la necessaria voluttà del tentativo mi spronò, sferzandomi di vento bollente. Finalmente la ritrovai, nelle folle. Mi appigliai alle sue chiome, stringendo i fili nerboruti come fossero redini e la seguìi dentro quartieri nuovi, ah, il piacere della scoperta, e le sorprese, i giochi infantili del corteggiamento! Scrollai di dosso stanchezza e passato, sciolsi un sorriso, ma lei ritrosa inarcò la schiena e sparì dietro un’ombra, lasciandomi un profumo salato e la malizia dell’incontro. Sentivo di svenirne, più tardi, quando scoprì le ginocchia. Trenta ore senza dormire, venti senza mangiare, ormai quasi cinque senza fermare le gambe, ignoravo la stanchezza, galvanizzato dall’erotico candore. Ne volevo di più, avido, il tempo, fermo sino a poco prima, prendeva a sfuggirmi, e correvo per rincorrerla, chiederle di lei, implorarla di stregarmi ancora e di più, fino allo schiavismo, fino all’oblio! Impazzito battevo le strade, frugavo nei sottoscala, perlustravo le balaustre: godevo dei dettagli, mi ubriacavo di minuzie, me lei scodinzolava, irrigidendo le natiche e facendomi l’occhietto. Seguimi, diceva, svanendo dietro gli angoli. Ti seguirei allo stremo, le dicevo io. E lei mi ci portava. Ricordo un abbraccio fugace, prima di perdere i sensi. Ricordo le labbra, il respiro rotto, che mi pulsava nelle tempie e poi si allontanava, sottraendosi al bacio, non volendo sentirsi conquistata. Ricordo un abbraccio fugace, prima di perdere i sensi, e sillabarti nella notte: “Tokyo, mon amour, je retournerai...” Visualizzazioni: 682
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