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di Claudio Canzonetta
Da sempre mi interrogo sul quesito imponderabile. Da una parte c’è Leonardo, con le sue lunghe liste sul volo degli uccelli e sui moti delle acque. Il topos della Varietas, il dettaglio, la diversità, l’incredibile novità con cui il mondo si presenta quotidianamente. Oppure ridurre tutto a leggi sintetiche, universali. Ricondurre fenomeni all’apparenza diversi secondo logiche riassumenti, in modo da poterli trattare come unità, seppure nella moltitudine. L’intelligenza che si erge e si libera dal peso dell’Uno, dalla tirannia del particolare. O magari la stupidità dell’uomo che prova a capire e invece distrugge la bellezza del molteplice. Punti di vista.
Durante i miei studi di piano Jazz ho appreso scale, arpeggi, accordi, frasi e variazioni, per poter comporre a piacimento ed in tempo reale. L’atto creativo mi sembrava si esprimesse magnificamente nella concatenazione sporadica di concetti, che si univano solo per un momento, per poi scollarsi ed essere dimenticati, lasciando il gusto di un’epifania. La sorpresa, il pianista stesso non riesce ad essere continuamente sopra la melodia, a volte le mani parlano, e stupiscono l’intelletto con un angolo nuovo, uno spunto creativo, sui cui si elabora. L’interscambio di corpo e ragione, lo studio e la riformulazione di concetti vecchi secondo regole e risultati sempre diversi. Quanto mi sembrava banale la musica classica, che al confronto andava solamente imparata a memoria, eseguita, come dettato e obbligato da compositori morti da centinaia di anni.
Crescendo, però, mi resi conto dell’altro punto di vista, quello del pianista classico. Costui soffre di patologie psicodrammiche ogni talvolta ci si ritrova a musicheggiare in gruppo, tanto per alzare il morale. Si sente impacciato solo a mettere due note di fila contro un sassofono, ma solitario incalza quartine e sfila complicatissime sequenze di intervalli di sesta senza batter ciglio. Ma soprattutto: se è bravo, interpreta, non esegue.
Ad un pianista classico, la musica jazz (soprattutto quella dei primi anni) appare normalmente piatta, tutta uguale. Lo sforzo intellettuale per creare delle melodie e per scegliere le note improvvisando, fa sì che il pianista jazz dia meno importanza al timbro, ai respiri, allo spessore del sostrato musicale. Molto diverso è il lavoro di chi studia per anni le stesse note, diteggiature praticate fino alla cieca, per poi potersi concentrare sul frammento di pensiero, per ottenere l’estasi della conoscenza profonda, per godere del sottile, più difficile da raggiungere. Sempre creazione, quindi, ma sofferta, e meno accessibile. Penso che la vita sia come la musica, c’è chi la suona jazz e chi studia classica. Io rimango indeciso. Amil il molosso spacca le ossa e torna a casa ammaccato e sudato ogni sera. Scende verso il mare su Ishakpasa Caddesi e annusa il pesce avanzato e la ferrovia, mentre rientra. I calli sulle mani sono ormai screpolati dalla dose continua di vapore e sale, le gambe stanche si muovono in automatico. Il pancione gonfio di vino e la bocca rancida si asciugano con la brezza sui sanpietrini. I baffi crespi e spessi sono ingrigiti come le pietre su cui cammina, gli occhi sono taglienti e sottili come la luce. Sono le dieci, la fine del turno, e i bimbi giocano a pallone sul molo, mentre le voci spente del bazaar rintonano lontane, come un incubo. Amil ama la sua città. Ama la sua vita.
Il punto di vista di Akiko sul concetto di varietà contro singolarità è completamente diverso da quello di Amil. Akiko ha avuto la fortuna di essere educata da genitori tradizionali e tradizionalisti, college femminile, coprifuoco e buoni principi. Ha avuto un ragazzo per tre anni, prima di essere lasciata con il cuore infranto, poi un’altro e appena ventitreenne già pensa al matrimonio. Sin da piccola si è vista bere da quella piccola coppa di sake di fronte all’altare. Se ne immaginava i dettagli: il kimono ricamato ed ampolloso, le frange pettinate come pioggia geometrica, appena un ombra di rosa sulle gote e le labbra e lui, nero vestito, che le porge il braccio, timido, guardando l’ufficiante. E con la cerimonia pianificava casa, lavoro, figli, Akiko da mamma, Akiko da moglie, Akiko da donna matura, fedele, devota al suo principe azzurro. Incontrando amiche più liberali, a scuola, che tagliavano le gonne più corte o si vedevano con i giocatori di baseball sul terrazzo o in palestra, provava sempre un brivido di puro ribrezzo: sprecare così i sentimenti, in una dissipazione e corruzione del suo ideale ultimo, la faceva stare male. Aveva un impeto di empatia profondo verso le sue compagne, che riteneva ancora immature, quasi sue inferiori, non avendo il suo stesso grado di comprensione delle cose.
Amil, dal canto suo, aveva quattro mogli, anche se squattrinato. La tradizione islamica lo permetteva, ma solo per acquisire stato sociale, ed un nucleo familiare così grande di solito era riservato ai più benestanti. Amil da ragazzo era stato un bel dongiovanni (questo un po’ meno in accordo con la legge islamica). Era conosciuto per Galata e dintorni come assiduo frequentatore notturno. Di giorno sudava già nei bagni, di notte sudava tra shisha, boccali e lenzuola. Con gli anni e la approfondita conoscenza del territorio, si era costruito tutto un incastro di relazioni ed anche un sistema di regole per mantenerle. I nuovi approcci erano stati limitati ad uno al mese, altrimenti sarebbe stato impossibile controllare troppe storie simultaneamente. Ogni donna aveva a disposizione massimo diciotto ore consecutive, di solito dall’aperitivo alla colazione, e mai più di una volta ogni quindicina. Rigorosamente Amil voleva avere l’ultima in tutte le relazioni: donne troppo intraprendenti o esigenti, che pensavano di controllarlo, o anche solo condizionarlo, venivano lasciate di colpo, e senza rimorso. Amil amava il gusto della varietà, il sapore di labbra sempre diverse, la sorpresa dell’abbordaggio ad una sconosciuta. Con il tempo l’appuntamento venne sostituito dal matrimonio, frutto proibito, che legava alla caccia un piacere sadico, portava con sé l’estro del tradimento, l’ebrezza dell’inconfessabile.
Come tipologia di vita, al contrario, Amil credeva in una sana routine sempre uguale fatta del suo lavoro, presso lo stesso hamam in cui aveva cominciato venti anni prima, le stesse strade, gli uccelli che lo salutavano al mattino, i rintocchi del canto del muezzin, gli amici al bar la sera, gli stessi compari cresciuti insieme parlando degli stessi argomenti per una vita. Persino il suo menù era stereotipato: la cucina casareccia era una adorazione per Amil, e non avrebbe cambiato il kebab di montone del martedi o la frittura del venerdi con nessuna altra delicatezza esotica.
Il padre di Akiko era un dirigente della Japan Airlines, e come tale, aveva diritto a voli gratuiti per tutta la famiglia. Contrariamente ad Amil, a tre anni Akiko aveva visto il Louvre, a cinque le Torri Gemelle, a quattordici aveva vissuto a Melbourne un’estate intera, ospitata da una gentile signora ormai vedova. Akiko sa cucinare bene, ma preferisce una lasagna ad un katsukare, e il babaganoush al sakitori. Raramente esterna queste sue predilezioni culinarie, per evitare di mettere in difficoltà amici ed innamorati, ma da sempre è stata attratta da piatti raffinati di culture completamente diverse. Trovava futili le conversazioni dei suoi genitori su quale nuovo ristorante facesse il sushi più squisito: un pezzo di tonno crudo resta sempre un pezzo di tonno crudo, in qualsiasi ristorante! Akiko vive a Tokyo, ma non avrebbe difficoltà a cambiare città, soprattutto se questo servisse ad avvicinarla al suo futuro marito. Conosce a menadito i vicoli di Toronto, ed adora sperdersi per Napoli, nonostante tutti le ricordino come sia molto pericoloso. Soffriva, talvolta, di una smania improvvisa, l’insofferenza per la piattezza ed il grigiore della capitale d’oriente, aveva voglia di alternative, di cambiare aria. Parlando fluentemente quattro lingue, i suoi migliori amici vivevano tutti lontano, e comunicano tramite mezzi elettronici a scadenze molto rade. Akiko non ha un vero e proprio lavoro. E’ una ragazza brillante, alterna mesi duri di ingaggi temporanei, consulenza, stewardess, modella, operatrice turistica, cameriera, a spazi più rilassati, rifuggendo perlopiù impieghi permanenti e a giornata piena. Amava ripetere che preferiva barattare parte del suo tempo contro un compenso adeguato, piuttosto di svendere la sua vita intera per poco denaro in più. Ed in mente aveva sempre un futuro da donna di casa, convinta che la carriera le fosse solo d’intralcio.
Akiko era una lettrice vorace ed un’ottima studentessa. Flaubert, Dante, Poe, Lu Xun le sono amici da vecchia data. Amil, invece, era quasi analfabeta. Suo padre lo aveva mandato a guadagnare appena raggiunta l’età legale, e gli aveva tramandato i segreti del massaggio, gli aveva insegnato come gonfiare il sapone in una federa e come asportare la parte esteriore della pelle senza arrossarne la scorza. L’unico libro che Amil avesse letto e quasi mandato a memoria, era il Corano. Da buon musulmano, Amil pregava diverse volte al giorno e spesso si fermava nei portici delle moschee o si sedeva sui tappeti a meditare. I passaggi coranici riempivano la sua vita, assumevano diversi significati in fasi progressive, lo ispiravano durante l’indecisione e quasi costituivano un enigma astruso da decifrare alla vigilia di ogni scelta. I versetti intricati gli ricordavano gli arazzi, gli arabeschi sulle mattonelle, le sculture criptiche delle moschee, l’arte di Islam, l’essenza del mondo. Non aveva bisogno di cultura: aveva già tutto quello di cui necessitava.
Amil è per l’unilarità superficiale e la varietà profonda, Akiko per il cambiamento esteriore innestato su una morale assoluta ed unica. Due nazioni, due sessi, due regimi cerebrali, due generazioni, due modi di vita. Opposti che si attraggono.
Seduti nel cortile di Hagya Sophia ho chiesto ad entrambe quale fosse per loro il senso della vita. Amil non ha avuto esitazioni: essere un buon musulmano e donarla ad Allah. Akiko ha abbassato gli occhi e timidamente ha ammesso di non saperlo, anche se in cuor suo credeva nella semplicità, una famiglia, una casa in cui vivere e morire, senza stare troppo a filosofeggiare. Mi ha sorpreso la spudoratezza con cui Amil mi rifilava impetuosamente una frase di comodo, la mal disposizione a rivelare i suoi pensieri reconditi pur con un amico. Amil ha sicuramente un’idea ancor più vaga di me sulla vita.
Akiko invece sa cosa vuole: inconsciamente ha già deciso per l’Uno, piuttosto che per la Varietas, ma non se ne sa spiegare il perché. Ho confessato ad entrambe di essere tormentato dall’ingordigia, la voglia di fare, avere, essere tutto, in ogni posto, in ogni momento, pur sapendo di chiedere a me stesso l’impossibile. Credo si debba fare una scelta, ma ogni scelta è un sacrificio, è un omicidio, un atto di vandalismo. Cambiare sempre mostra la quantità, ma perdi in qualità, e non si assapora, ci si stacca dalla passioni profonde. D’altra parte, però, restare immobili garantisce una conoscenza impegnata, ma unilaterale. L’uno esclude l’altro, in ogni vita convive l’antitesi. La quantità mi devasta, schiaccia con le sue libbre, micrometri di singole unità, ognuna speciale, in fila un milione alla volta. Gli antichi predicavano il giusto mezzo. Io voglio di più.
Voglio una fuga jazz in fa minore. Visualizzazioni: 683
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