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di Claudio Canzonetta La tavola scricchiola sotto lo sfregolìo delle nocche, scivola con un gracidare quasi di canarino, le mani si surriscaldano, si arrossano, ma continuano a pattinare sulla superficie levigata, fino alla completa estensione. Le gambe si allungano in un movimento parallelo, mentre la gola rinsecchisce e le palpebre si ammosciano. Cominciava a sentirsi stanca, le costole si impilavano su una sedia di legno sempre più pesante, sentiva le stecche disegnarsi nella pelle sotto le scapole, tatuare il logo a forma di borlotto rovesciato. I lunghi capelli le scendevano sui seni, il vestito lungo e logoro danzava sul pavimento, aiutato dal vento, uno spiffero che entrava dalla finestra del bagno. Era atterrita dal cambiamento. Sconvolta, spossata. Ammalata.
In cucina il reame degli utensili le ricordava una camera operatoria, quella in cui aveva tolto l’ernia, qualche anno prima. I coltelli seghettati erano riposti con la lama verso l’alto, accanto ai coltelli tondi, tra i cucchiai e le forchette. Il tutto era disposto, lucente, con un ordine simmetrico dentro separatori colorati, di mezzo i fornelli ed il lavabo. L’anestesia arrivava come un casco circolare che scendeva sul capo e bloccava le meningi: accovacciata sullo scolapiatti, la testa le si incastrava tra il mangiafumo dell’angolo a gas a sinistra e l’asciugatrice sospesa a destra, ma se ne divincolava con l’esperienza e l’accuratezza dei lunghi anni, senza contusioni. Mentre spazzolava l’insalatiera pregiata con una pezza bagnata, di solito tenuta nella vaschetta verde in basso, osservava i corpi smilzi appesi alla parete di fronte: la spatola tagliente e appuntita, il tagliere pesante, quello rotondo, il cornetto cinese a rete, il mestolo unipezzo, quello traforato, il forchettone tridente, la schiumarola piatta, i colini di tre diverse grandezze, la sessola per il ghiaccio, l’aciugadecanter, la frusta a mano, il girarrosto tagliente e forcuto, la grattugia grande per il parmigiano, quella piccola per la noce moscata, l’imbuto, il tritapepe, i misurini calibrati, lo snocciolatore e le forbici da pollo, lo spremicipolla, il tagliauova, i tre colapasta azzurro, rosso e bianco, il passaverdura per il minestrone che le piaceva molto liquido, le caraffe graduate, il tagliacipolle a fiore, il setaccio per la farina, i dosatori. Era affranta dall’impresa della riorganizzazione. Tutto era così perfetto e immutabile, studiato in anni d’apprendimento, di scoperte quotidiane. Stava meditando se prendere nota o meno della posizione dei vari oggetti, se disegnare una piantina per poter in seguito riposizionare esattamente in misure identiche e mantenere l’armonia tra gli oggetti. Prese matita e blocco, ma poi ci ripensò. Tutto sarebbe stato diverso, gli scaffali di altre dimensioni, gli angoli e le distanze un tempo convenienti sarebbero divenuti scomodi ed artificiosi. Decise invece di cominciare da cassetti e scaffali, da sempre il suo punto debole. Per primi gli impacchettati, che avrebbero conservato la loro dignità grazie all’involucro: piatti di plastica, bicchieri di carta, forchettine usa e getta, il cellophane per gli alimenti, la carta forno, i contenitori in pvc con il tappo, quelli di vetro, le scatole sotto vuoto per la pasta avanzata, i vassoi d’alluminio, le buste da surgelatore, la pirofila per il microonde, la teglia da forno, le buste richiudibili e le tovaglie infine, gli stracci, i grembiuli, i canovacci. Dopo la dispensa, ben fornita: il caffé, lo zucchero grosso di canna, il sale marino, lo zafferano, il cuscus, il tonno al naturale, i fagioli rossi, i fagioli dolci, mais, il peperoncino fatto in casa da Luciana, i savoiardi per il tiramisu, le linguine, i fusilli, il riso basmati, la farina, il cardamomo, la passata, i pelati, i pistacchi, le noci. Gli scatoloni si appropriavano del pavimento, sottraendo vita alla casa. Tutto veniva stipato, lottando disperatamente per cercare di lasciare l’ultima parvenza di ordine, e facendo bene attenzione ad evitare di ritrovarsi con la macchina per il caffé sotto chili di borse o lo spazzolino ed il dentifricio in due scatole diverse. La vita progressivamente rallentava e si complicava. I pochi conoscenti sembravano evitarla, per paura di essere incastrati nella decomposizione avanzata di quello sfacelo. Era arrivata al punto di riposarsi sedendo sul cassettone monco, senza cassetti, come sdentato, fasciato dentro plastica trasparente e gommosa e di fare colazione sopra la televisione seduta sulla rete del letto senza più materasso. Comparivano angoli sporchi che infastidivano la sua perfezione di casalinga. Si accorgeva finalmente che non era mai riuscita a pulire quell’angolo sotto il piede posteriore del divano, o che c’era un alone di muffa dietro il comò. Avendo scoperto tracce di polisterolo nello studio, dove un tempo riposava la scrivania del defunto marito, era sul punto di fare giù l’imballo dell’aspirapolvere e trionfare sorridente del rombo di giustizia. Si pulì le mani polverose sul vestito. Un senso di malinconia la invadeva, la perdita di identità, del conosciuto, barattato con la spossatezza del trasloco.
E se fosse cattivo karma? Se fosse parte di un’insipida dieta kosher? Se fosse scritto, se fosse deciso, se fosse predeterminato? Se ne chiedeva il senso, davvero. L’abbandono del passato, il riciclo di una vita attraverso il passaggio da un appartamento ad un altro. Doveva avere un’importanza mistica, non si può solo cambiare arredamento senza mutare impercettibilmente i propri usi, le abitudini, l’essere stesso e la persona. Macrocosmo e microcosmo. La casa si ribellava, la espelleva come si rigettano i virus, la allontanava come un calzino puzzolente. Era un movimento organico, costruito. I giorni seguivano la frammentazione degli ambienti, la lottizzazione in pacchi da un metro cubo l’uno, tutto era sezionato, riposto, messo a tacere. Aveva la sensazione di esser pronta per entrare in un pacco lei stessa. Si, rinchiudetemi, inscatolatemi, riprendetemi indietro, pensava: almeno sarò di nuovo parte di questo quadro, sarò essenza viva del mio ambiente. Decise di essere sporca, sudata. Era ora di attaccare con il bagno. Toccare saponi, spugne e creme le sarebbe stato d’aiuto, anche solo per attimi prima dell’oblio.
Eccola, in ultimo, a nudo. La casa di Hong Kong, l’appartamento in cui sono cresciuti Khalil e Giorgia, mura spoglie, spazi vuoti. Come sembra grande adesso, è di un’imponenza quasi drammatica, sembra incutere terrore, più grigia, più maestosa. Lo sguardo non aveva più appigli, gli oggetti erano stati asportati, rimossi dalle sue mani sapienti e traslocati da una ditta ad ore. Era un ambiente asettico, le ricordava l’attimo in cui vent’anni prima si erano baciati, ancora ragazzi, sul freddo parquet, eccitati all’idea di condividere finalmente una casa tutta loro. Ludwig. Adesso avvertiva solo l’assenza, il nulla agghiacciante. I pensieri allagavano uscendo da sotto gli stipiti. Senza tende la casa aveva occhi più grandi. Una luce bianchissima entrava, svelando il parco e i palazzi di fronte, slanciati e pettoruti. Guardando la strada, si stupì di un dettaglio. Sembrava che i passanti sorridessero. Le sorridessero. Lasciò un fiore sul pavimento, a custodire il passato. Poi si preparò ad affrontare il futuro, con il formicolìo ai piedi ed il malessere nel bassoventre. Si chiuse la porta alle spalle, lentamente. Contò fino a tre, poi fece il primo passo, decisa, risoluta. Finalmente sapeva dove stava andando.
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