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Bella Napoli
Djak’, sprawl e Stambul Stampa E-mail
14 maggio 2007

 

di Claudio Canzonetta

 Ho appena finito un buon libro, in un sorso, giusto il tempo di questo (lungo) viaggio in aereo: “Branchie”, N. Ammaniti, regalatomi da una cara e vecchia amica.
Mi è tornata voglia di scrivere.

 

Non che sia mai passata, intendiamoci. Continuo ad esercitare i polpastrelli molto più sulla tastiera col Q a sinistra e la M in basso che su quella con i tasti neri raggruppati a due e a tre, che ahimé alquanto saltuariamente mi rilassa. Solo che scrivo in codice, stringhe fatte di numeri, citazioni, rapporti, resoconti. Lo sfogo mensile di Avocetta è come yoga per un centometrista cocainico. Eppure costa, attacca dal basso, da dentro l’intestino, e mi ero bloccato. Grazie all’Ammaniti ho avuto un’evanescente epifania, che mi ha aperto in due, ha scollegato per un attimo il cervello dal cervelletto. E accendo il computer, dunque, lottando contro i vuoti d’aria che mi procurano ansia e nausea, in un punto imprecisato sopra Sumatra.
Vi spiego l’intuizione: spiegare è l’intuizione!

Dico: mi sono esaltato per quasi due anni a scrivere storie, alcune meglio riuscite, altre più esoteriche/isteriche/idiote/incomprensibili (e quanti me lo hanno rimproverato: grazie! sapete che vi amo tutti), dissimulando le mie letture, i miei sogni, i sapori i colori le visioni tutto condensato in narrativa. Diverte, da matti, raccontare. Mi piace lavorare sui personaggi, senza regole, tranne quelle che decido io, di volta in volta.

Ma è ora di cambiare (...una volta tanto...).

Invece di avviluppare le mie idee dentro trame e avvenimenti, magari faccio prima se le spiego così come vengono. E ne vengono assai, e alla rinfusa.

Spiegare dunque.

Partendo dal principio: dal titolo.

Vivo all’estero, questo è noto a tutti i miei conoscenti.

Viaggio molto, troppo, circa due volte a settimana e quasi sempre in aereo, e questo lo sanno i più intimi.

Quello che sanno proprio in pochi è che viaggiare è al contempo la mia esaltazione e la disperazione.
Se la voglia di conoscere e la scoperta dell’altro sono passioni che mi hanno spinto ad andare lontano, la mancanza di permanenza mi preclude purtroppo gran parte della vita normale di cui molti godono. Il pianoforte si impolvera, gli amici mi reclamano di continuo, le storie sentimentali sono baraonde spostate, equilibrismi mal riusciti, casa mia è un appartamento da cui sono stato sfrattato e che devo liberare in un mese.

In più, poi, quando viaggi per lavoro, è solo una litania di aereoporto, decollo, taxi, albergo, fabbrica e ritorno, senza troppo spazio per immaginare.

Negli ultimi due mesi però sono riuscito a ridarle senso, alla parola viaggio, con due visite brevi ed inaspettate che hanno determinato, appunto, il titolo in questione. Ho usato le vecchie trascrizioni di Jakarta e Istanbul, che mi suonavano meglio.

Lo sprawl, beh, ci arrivate da soli, che vi devo dire proprio tutto?

L’Europa, l’Asia. L’Islam.  

Questo pensavo, e ora ve lo spiego.

In entrambe le città non ho trovato quel clima di fermento religioso che mi aspettavo, la tensione che uno si immagina da gente pronta a morire per un fine sopramondano, quasi metafisico. La prima volta che ho sentito cantare un muezzin di traverso i megafoni del minareto sono rimasto sconvolto che nessuno si accucciasse in mezzo la strada a genuflettersi verso La Mecca. Da sempre mi chiedevo come facessero a gestire il traffico, a garantire servizi base, ad evitare l’isteria collettiva, e invece niente. Sicuramente sia i turchi che gli indonesiani si fanno la loro cosa nel privato, non sfoggiano, pudici, l’ortodossia. E bravi.

Questi musulmani qui sembrano proprio carini, simpatici, molto cordiali, sempre pronti ad aiutare e fare un sorriso.

Ma forse parto prevenuto.

Ho sempre avuto un debole per chi crede, chi proprio è convinto e dedica la vita per le sue convinzioni. Io di solito faccio un po’ questo, un po’ quello, non avendo molto chiaro in mente come rispondere alle eterne domande chi siamo, perché viviamo, che succede dopo che i vermi ci si mangiano lo stomaco. E gli islamici ci credono di brutto: hanno regole severissime, non mangiano quello che non è permesso, non hanno rapporti se non è permesso, non bevono, si vestono tutti abbardati anche con quaranta gradi e pregano in continuazione.

Come fanno? C’è da ammirarli.  

Pensavo, dicevo, all’intolleranza musulmana, all’integralismo.

Quando viaggi e sei da solo continui a rimuginare, ma poi te ne dimentichi, e non ne hai neanche parlato con nessuno, è un po’ come masticare cervello di mucca al curry e non vantarsene dopo con gli amici: non ha lo stesso sapore.

Mi ero sorpreso dapprima dentro Hagia Sophia.

E’ la moschea più famosa di Istanbul.

Era una basilica. L’hanno riciclata.

Dentro ancora si capisce che era una chiesa, però adesso c’è tanto di menhir ad indicare la direzione e mega cartelloni rotondi con i nomi di Allah, Maometto e viva l’Islam.

Che strano che i sultani non abbiano buttato giù il tempio degli infedeli e costruito sopra un bell’harem!
Ancora più sconvolgente la moschea di Jakarta, Istiqlal.

Beh, è molto diversa dalle moschee di Istanbul, sembra un trionfo mussoliniano, marmo e alluminio inossidabile, tipo EUR, ma ha un suo fascino. Le linee futuristiche, la gigantesca pianta rotonda che si innesta sulle figure rettangolari, la completa assenza di porte e finestre, ma soprattutto: è stata costruita solo nel ’60, ed è piazzata proprio a fianco di un edificio molto più piccolo e vecchio, la Cattedrale cristiana, del tempo del dominio olandese. Istiqlal sembra un affronto al cristianesimo. Se la Cattedrale è ricca, figurativa, didascalica, fatta in legno massiccio e caldo, intima e sinuosa, la moschea è fredda, gigante, semplicissima, senza un’icona ma con intricatissimi percorsi di ferro arricciolato, per suscitare l’immenso mistero coranico.

Divertente no? Se ad Instanbul l’Islam ha voluto stuprare un po’ il cristianesimo, entrargli dentro e trasfigurarlo, a Jakarta gli si è solamente posto vicino, ma curandosi bene di dire: guarda quanto sono meglio!

Per usare una metafora tristemente in voga, gli Indonesiani sono un po’ come il nostro Materazzi, adorano sfottere ma senza passare alle mani, mentre quegli innocui simpaticoni dei Turchi, con i prelibati kebab e il profumo di shisha alla mela, non hanno resistito alla voglia di dare una bella capocciata agli antagonisti predecessori.

Jakarta per chi viene da Hong Kong è peggio di un cazzotto nei coglioni.

Prima di prendere questo aereo ho passato quattro controlli di sicurezza all’aereoporto e due in albergo, ho fatto la fila al check-in per ben 95 minuti e stamattina ho impiegato quasi mezz’ora per trovare la minuscola entrata di uno shopping mall gigantesco. Il traffico, la mancanza di segnali, l’inefficienza, le complicazioni inutili. Se esiste un modello di disorganizzazione civile, Jakarta ci arriva molto vicino.

Ma da buon sadico, mi sono perso in ammirazione delle vie sconclusionate, dell’aria tossica e gli edifici sporchi, manco a dirlo.

Potrei scrivere con i piedi!

Nel senso: potrei parlare per ore dei passi, veloci la notte per rincasare, dentro vicoletti che fanno paura solo a pensarli, o lenti, su per le salite, durante giorni da quaranta gradi, appiccicati ai sandali, o scalzi, sui marmi dei cortili, le fresche brezze negli avlu.

Anche agli arti inferiori, Djakarta e Stambul si presentano opposte.  

Mentre camminavo attorno all’unico monumento di Jakarta, il Monumento Nazionale, un pisellone di marmo alto una ventina di metri con una fiaccola dorata sopra, ricordavo con estrema gioia la bellezza della Moschea Blu, del Topkapi e riassaporavo i pochi istanti goduti a Sulthanamet. Le passeggiate, le viuzze di sanpietrini, sbalzellate sulla collina, una Istanbul tutta a piedi, dentro i palazzi antichi, attorno a facce gentili.

Quanto è diverso il panorama della piazza più grande di Jakarta...

Se nella vecchia capitale d’Oriente il centro è vicino, agglomerato, si preferisce sempre scaldare le suole piuttosto che salire su un tram, a Jakarta è di fatto impossibile raggiungere un posto qualsiasi a piedi, fino al punto che si è preferito risparmiare sulla costruzione di marciapiedi e attraversamenti pedonali (tanto nessuno li usa): una mano sapiente sembra aver sparpagliato e allontanato i quattro punti cardinali ed ha indi determinato le punizioni corporali: mezz’ora in macchina per comprare il pesce, un’ora in autobus per mangiare un gelato e ben due ore nel traffico per arrivare ad un museo (che nel frattempo avrà probabilmente già chiuso).

Che poi è strano: Istanbul è costruita su colline, tra una sponda e l’altra del Bosforo e attorno al Corno d’Oro, ci si ammazza per arrampicare e ci si sfracella per scendere, ma Jakarta è tutta piana. L’abitudine pedonale dev’essere comportamentale e non legata alla comodità, ne deduco.

Consiglio comunque trainers comode per chi viaggia in Turchia e ciabattuole traspiranti per l’Indonesia.

Così diverse tra di loro, queste due città mi hanno abbagliato per una similitudine.

Dopo mille anni di dominio cristiano, gli ottomani hanno preso il potere nel XV secolo. Dopo anni di lotte e guerre civili, sono riusciti in pochi decenni a ripopolare Istambul e creare una società civile in cui ebrei, cristiani e musulmani ancora vivono in armonia. E questo succedeva poco prima che portoghesi, spagnoli e inglesi facessero a gara a mettere bandiere e a massacrare indiani nelle americhe.

Gli olandesi, d’altro canto, dopo aver occupato Jakarta per quattrocento e passa anni, prima di andarsene, cacciati dai giapponesi e dall’opinione pubblica mondiale (ma anche da quei voltagabbana degli inglesi, che li hanno illusi e abbandonati) pensano bene di scannare un 50,000 locali a Suluwesi. Si potrebbe supporre almeno un paio di secoli di intransigenza indiscriminata verso gli stranieri, considerato anche che i cugini mandarini nella stessa epoca venivano attaccati dai giapponesi e ancora dopo cinquant’anni il cinese medio affonderebbe il kyushu. Al contrario, i nostri bravi indonesiani non serbano rancore e preferiscono sfondarsi di legnate, chi appresso a Soekarno, chi dietro a Soeharto, per qualche decennio.

Insomma, mi stupisco di non essere odiato.

Come dicevo, magari ho i preconcetti, ma a me sembra che il diavolo sia meno brutto di quanto lo si dipinge.
 


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