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Viaggio nelle “case di terra” del Fujian
Testo e foto di Sara Beretta
A poche ore di macchina da Xiamen - e a quasi un intero giorno di lento scivolare in treno attraverso le campagne dalla lontana Shanghai, si stendono le verdi colline del Fujian, regione sudorientale della Cina, scenario di lussureggianti paesaggi subtropicali montani e costieri. Ed è tra le colline, tra le risaie e le piantagioni di tè e tabacco che si nascondono e conservano ancora i tulou (edifici di terra), segni viventi di un passato che la modernizzazione e l’occidentalizzazione stanno lentamente demolendo e dimenticando.
Vere e proprie vestigia di un’epoca lontana, le “case di terra” sono strutture circolari o quadrate, costruite dal popolo Hakka per difendersi anticamente dagli attacchi di invasori, banditi e predatori, dai pirati giapponesi durante la dinastia Ming (1366-1644) e di nuovo in un passato recente, nel corso della guerra di resistenza anti-giapponese (1937-45), la cui memoria lascia ancora aperte dolorose ferite. Se ne contano attualmente circa ventimila, disseminati nelle campagne, soprattutto nella circoscrizione di Yongding e nei villaggi circostanti, e per la maggior parte ancora vivi ed abitati. Alcuni sono oggi aperti al turismo (inconsapevole) cinese ed all’occhio incuriosito di qualche occidentale che si avventura a sbirciare questo scorcio di Cina antica nascosto nel nulla delle colline.
Si stima che gli abitanti del Fujian siano oggi oltre 35milioni: per la maggioranza Han, il ceppo etnico maggioritario, che costituisce il 90% della popolazione cinese, con il restante 10% suddiviso tra le altre 55 minoranze etniche riconosciute, ma si tratta in realtà di una mescolanza di gruppi etnici minori. Tra questi spicca per importanza storica e ricchezza culturale quello Hakka, che si distingue innanzitutto per i tratti fisionomici anomali - all’occhio Han hanno “il naso grande e largo”, scherza Jiang Xiuiping, 20 anni, abitante del tulou Chengqi, a Guzhu.
Un dialetto che costituisce una vera e propria lingua, un bagaglio culturale di tradizioni rituali e culinarie peculiari, un’intraprendenza politica e commerciale che vede oggi esponenti della comunità in posizioni di grande rilievo, ne fanno inoltre un gruppo unito, orgoglioso e rispettato. Popolo migrante, gli Hakka (“famiglie ospiti”, kejia) discesero nel IV secolo, e poi in ondate successive, dalle pianure del Fiume Giallo, incalzati dai nemici e dalla fame. Si insediarono dapprima nelle regioni meridionali del Fujian e del Guandong, per poi spingersi a Taiwan, Hong Kong, Macau e, in tempi recenti, oltreoceano. Fu però tra le colline fujianesi che costruirono i tulou, affascinanti ed esemplari fortezze in cui vivevano le comunità in totale condivisione ed autosufficienza, tanto da potervisi rinchiudere per mesi in tempo di guerra ed invasioni. Le mura di cinta, prive di finestre, abbracciano il cortile interno, dove si trovano i pozzi, le stie per gli animali domestici e la sala degli antenati che custodisce, secondo la tradizione confuciana, le preziose tavolette che tracciano le linee genealogiche delle famiglie. Se la vita collettiva si svolge negli spazi del cortile e nelle stanze del piano terra adibite a cucine e ripostigli, dove si lavano i panni, si gioca a majiang (la dama cinese) e si svolgono le attività quotidiane, è nelle piccole stanze ai piani superiori affacciate sul cortile che si ritirano a sera le famiglie. La vita del tulou sembra appartenere a tempi lontani, ma si tratta di una realtà agreste e viva, scandita dai ritmi della natura, dalla semina e dalla raccolta.
Terra, argilla, legno e pietra: i materiali donati dal territorio hanno resistito ai secoli, alle violente e frequenti piogge torrenziali, alle invasioni ed ai terremoti. Solidi, stabili, immobili e lontani dalle colate di cemento che stanno violentando le metropoli cinesi in corsa verso la modernità, ma anche le circostanti aree in via di sviluppo.
I tulou sono ancora oggi un modello di architettura ecologica e funzionale. Sono però soprattutto un modello sociale: la vita è comunitaria, dal primo sguardo mattutino sul mondo a quando il giorno finisce con il calare del sole, ogni gesto è condiviso con gli altri abitanti del villaggio circolare. Il giorno inizia con l’alba, quando i passi leggeri fanno scricchiolare il legno delle stanze e del corridoio che le unisce. E’il momento dei profumi e del tintinnare delle stoviglie della colazione, quindi il portone della fortezza si apre, alcuni si avviano ai campi, altri sbrigano le faccende domestiche prima di iniziare le lunghe chiacchierate che faranno scivolare la giornata, entra con il suo banchetto il venditore di carne che si fermerà giusto il tempo di vendere qualcosa. La faccia romantica della campagna cinese.
Inizia il giorno, la vita delle “case di terra” esce all’esterno. All’esterno sono i campi, le colline, le lunghe strade dissestate che collegano tra loro i piccoli centri e su cui sfrecciano le vecchie moto, il mezzo veloce, funzionale - ed economico - più usato nella zona, che raccolgono passeggeri sulla via: non è raro essere sfiorati da una moto scoppiettante con tre (a volte quattro!) persone a bordo…Se si sceglie però di non approfittare dei bolidi e ci si avvia camminando per le strade e i sentieri che da queste si snodano, le sorprese e la vita che la zona riserva sono numerose e, se non sempre piacevoli, sicuramente meritevoli. Dai campi misurati dall’andirivieni dei buoi che arano solchi profondi spuntano le punte dei cappelli di bambù che, insieme con le risaie e la proverbiale “ciotola di riso”, tanto fanno la campagna cinese del nostro immaginario collettivo occidentale. Sotto gli esotici cappelli si piegano però le schiene curve e le gambe segnate da stagioni ed anni di immersione nell’acqua stagnante, un aspetto un po’ meno attraente e forse doloroso dei campi e delle armoniose risaie che qui sono la principale, e spesso unica, fonte di sostentamento per le famiglie. La campagna del Fujian è infatti molto povera: i collegamenti tra i piccoli villaggi ed i centri maggiori più vicini sono ostici e richiedono ore di scossoni e sballottamenti a bordo degli sporadici mianbaoche (pulmini-panino) e delle corriere che attraversano le colline e su cui si salta al volo, spesso con un carico di sacchi colmi di verdure da rivendere sulle strade dei paesi. 
Gli Hakka sono però le “famiglie ospiti” sì, ma anche ospitali: nonostante non vivano certo nell’opulenza, lungo la via è un susseguirsi di inviti ad entrare in casa e condividere il pasto frugale, chiacchierando - con notevoli inciampi e difficoltà, visto che la maggior parte degli anziani non parla mandarino, ma trascina una versione locale del dialetto Hakka. Le conversazioni fluiscono gustando il tè servito nelle piccole ciotole secondo una procedura che, di nuovo, ci riporta a tempi e gesti lontani, che sanno di tradizione e cerimoniosità. Nel tulou Yu Chong ( a Gao Bei), la piccola cucina di Jiang Huaying, 70 anni, il viso segnato dal sole e le mani nodose, una vecchia giacca militare blu con i bottoni giallo oro indosso, sembra immersa nel passato. Un passato recente e vivo sui vecchi muri, dove ancora stanno appesi poster sbiaditi su cui capeggia la figura di Mao Zedong, ma anche i calendari plastificati dai colori squillanti: anno 2007, il Grande Condottiero, braccio alzato, benedice la quotidianità della campagna e ancora promette uguaglianza e benessere per tutti. L’immagine di Mao, tanto controversa e discussa altrove, resta nelle campagne un simbolo e una promessa vibrante e presente.
Lontana la Shanghai al neon e occidentale, lontana Pechino in fermento per ospitare le Olimpiadi del prossimo anno, in preda ad una nuova rieducazione che offrirà allo sguardo del mondo intero una città pulita ed ordinata. Tutto sembra molto lontano a vedersi dal pesante portone di legno dei tulou, che li ha forse conservati in una bolla fuori dal tempo, ignara ed incurante di ciò che accade all’esterno. Un tempo che si è fermato, tanto che i membri della comunità sono per lo più anziani, alcuni ultranovantenni (e di nuovo ci sarebbe molto da imparare dalla vita semplice ed armoniosa di queste parti…) e tanti, tanti bambini che scorrazzano per i campi e che sillabano le filastrocche nella scuola elementare che ne raccoglie più di un centinaio proveniente dai dintorni. L’altissimo tasso di natalità delle campagne è un problema attuale e pressante, cui si cerca di rimediare con gli slogan di vernice rossa e bianca della campagna politica per il controllo e la pianificazione delle nascite, che sui muri della scuola, del municipio e del piccolo ospedale (dove il dottore arriva una sola volta alla settimana) ammoniscono ed istruiscono: “Meno nascite più felicità”, “Pianificare le nascite per una vita più ricca”, “Anche le bambine danno un seguito alla discendenza”. Ma dove sono i giovani? Dove sono i genitori dei bambini che corrono vocianti fuori da scuola nelle braccia dei nonni? E’ dalla voce dei pochi rimasti che si scopre che i le “case di terra” non sono fuori dal tempo, ma che ne stanno anzi subendo la corsa e che i suoi abitanti cercano a loro volta di rincorrerlo. “In campagna non c’è niente da fare, non abbiamo niente. Tutti se ne vanno. Domani mio padre torna da Xiamen dove è andato a fare il da gong (bracciante). Questa volta va così, non so la prossima”. E’ di nuovo Jiang Xiuping che racconta: 20 anni, è rimasta con i nonni nel tulou Chengqi a Guzhou, nel distretto di Yongding, uno dei più spettacolari e meglio conservati, con 400 stanze e 60 famiglie che vi abitano. E’ qui che si è ingegnata nell’impresa turistica, nuova fonte di sostentamento per gli spiriti intraprendenti della zona. “Cattura” i visitatori, per lo più giapponesi, che prendono una corriera da Xiamen verso le colline spinti dalla curiosità, li accoglie, fa loro da guida accompagnandoli nei punti strategici da cui scattare fotografie-cartolina del suggestivo panorama delle case di terra adagiate tra le colline, che riporteranno a casa un’immagine idilliaca di una Cina remota, nel tempo e nello spazio.
“Abbiamo una camera libera e la affitto a quelli che si vogliono fermare una notte, che vogliono dormire con noi. Ma la gente lascia i tulou, costruiscono le case nuove, vogliono vivere da soli”. Le case nuove sono cubi di mattoni dai due ai quattro piani, costruite grazie a incentivi governativi, che forse sono però sufficienti alla sola posa dei muri, a giudicare dall’aspetto spoglio e già decadente delle costruzioni. Sono tuttavia l’orgoglio degli abitanti, il segno evidente e tangibile degli sforzi e delle fatiche di quei figli che, come il padre di Jiang Xiuping, hanno lasciato la famiglia e la terra natia a bordo di una corriera o di uno sleeping-bus che, stipati e accatastati con un unico vestito e qualcosa da mangiare, li portano verso la fortuna, verso “l’altra Cina”. I da gong lasciano i campi in mezzo al nulla per sbarcare nelle grandi metropoli in cerca di un lavoro, temporaneo e massacrante, che permetterà loro di costruire una casa nuova e mantenerla, anime che si aggirano per vie che tanto lontane sono dalle campagne da apparire un mondo diverso. La faccia drammatica della campagna cinese.
Rimangono però i gesti lenti e poetici della quotidianità delle risaie e dei campi, il grano e le semenze distesi a seccare al sole, la sapienza della produzione artigianale di tutto ciò che occorre alla sopravvivenza, ed anche del superfluo: liquore, candele, leggeri e colorati fogli votivi per le preghiere e le cerimonie. E rimangono i numerosi bambini che studiano e corrono nel campo della scuola, allo stesso tempo speranza e preoccupazione, dono e onere per le famiglie.
Il gruppo di vecchi che si era radunato nel cortile suonando una musica dolce con il calare delle sera si ferma, e tutto tace. “Domani arriva la corriera, devo andare a Yongding a vedere se arriva qualcuno”. Ci si prepara alla notte e il portone del tulou si chiude, lasciando fuori il mondo esterno. Ma in attesa della corriera di domani.
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