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Marrakech
Ritorno a Shanghai Stampa E-mail
03 giugno 2007

 

di Stefano Bona

 

Dopo una settimana di lavoro senza orari e cene notturne da Dio Coffee, New Island Coffee, FreeMen’s Coffeee (unico locale al mondo nel quale è appeso un cartello che dice “Be careful to landslides”, attenti alle frane), UBC Coffee e un esotico ristorante xingjianese, finalmente arriva il sabato, ovvero il momento di fuggire dalla città-cantiere (o cantiere-città, a seconda dei punti di vista) Wujiang e tornare stanchi e smagriti a Shanghai! Per ritrovare l’ottimismo basta il pensiero che manca poco a sbafarsi un piatto di pastasciutta fatto come Dio comanda (Dio, non Dio Coffee).

 Come tornare alla grande città? Il consulto fra colleghi italiani è rapido e raggiungiamo subito l’unanimità. Scartiamo l’idea banale di noleggiare un’auto presso un’agenzia locale (che offre solo le Red Flag nere con vetri affumicati) e optiamo per il treno, a costo di farci mezz’ora di taxi fino a Suzhou.

La stazione ferroviaria di Suzhou è nascosta da un cantiere, affiancata da un cantiere e costeggiata da un cantiere. Tuttavia è rimasto lo spazio per entrarci, passando in mezzo a un altro cantiere, anche se non si capisce dove sta la biglietteria. Dopo lunghe ricerche  scopriamo che è in un altro edificio separato dalla stazione, di fronte all’ennesimo cantiere, che in questo caso propone  case in demolizione e acqua di fogna che sgorga sul piazzale. Dentro la biglietteria, scopriamo che prima di noi c’e’ qualche migliaio di persone in attesa agli sportelli. Basta poco  per capire che se vogliamo fare un biglietto, dovremo attendere ore, così passiamo al “Piano B”: taxiii!

Appena usciti di nuovo sul piazzale condiviso equamente da fogna e persone, veniamo circondati da un nugolo di pseudotassisti che ci urlano “Shanghai! Shanghai!!!”, e i miei colleghi si fanno convincere da uno di loro. 400 RMB ci possono stare, la “fapiao” è disponibile, tutti a bordo della Passat gialla e grigia parcheggiata con i finestrini spalancati al limitare dell’acqua di fogna, pronti via strombazzando ai risciò.
“In quale zona di Shanghai andate?”
“Distretto di Jing’An.”
“Ah.”
(segue lunga telefonata in dialetto locale fra il tassista e qualcun altro, poi silenzio mentre uno dei colleghi impreca perche’ gli si e’ cancellata la memoria del palmare).
Arriviamo all’imbocco dell’autostrada, il tassista accosta, spegne il motore e tira il freno a mano.
“Embe’?”
“Non vi accompagno io fino a Shanghai perche’ non sono pratico della zona centrale della citta’. Fra due minuti arriva un mio amico, andate con lui e pagate la cifra convenuta”
“???”
“Mei wenti, no problem” mi dice sorridente, poi scende dall’auto e si mette ad aspettare.
Intanto uno dei colleghi e’ troppo impegnato a bestemmiare nel suo dialetto e prendere a calci il palmare per rendersi conto di cosa sta succedendo. L’altro osserva, fa qualche domanda ed evita di commentare.
Dopo dieci minuti l’amico del tassista non si e’ ancora materializzato, mentre lui si da’ un gran daffare a sbracciarsi per fermare alcune auto con targa di Shanghai. Insomma, il nostro tassista ha un amico immaginario. E intanto noto alcuni dettagli della Passat che, se a una prima occhiata non avevano destato sospetti, a un esame piu’ approfondito rivelano che il taxi e’ ovviamente abusivo. Scendo, chiamo l’autista prima che tenti di bloccare una Freeca color vino metallizzato con le ruote storte e targata Shanghai.
“Shifu, so bene chi e’ il tuo amico. Allora, o ci riporti gratis alla stazione, o ci accompagni a Shanghai.”
Sempre piu’ sorridente, mi risponde “Bene, vi porto a Shanghai”. Via, si riparte.

Intanto sul sedile posteriore si svolge una tragicommedia tecnologica, e dopo tre quarti d’ora di viaggio il collega con il palmare rotto mi chiede per la diciottesima volta il mio numero di telefono. Glielo rido’, prova a chiamarmi, il mio cellulare resta silenzioso, alla fine gli risponde una ragazza in qualche luogo della Cina. Alla ventunesima volta che gli ripeto il numero, finalmente lo registra correttamente.
Man mano che procediamo, il tassista, inizialmente rilassato e affabile, si fa sempre piu’ concentrato, e ora guida proteso in avanti, aggrappato al volante.
“Vi accompagno fino all’aeroporto di Hongqiao.”
“E io ti pago 300 rmb invece di 400”
“No! Abbiamo detto 400 rmb!!”
“Allora portaci a Jing’An district.”
Dopo un breve tira e molla, mi da’ una pacca sulla gamba.
“Ok, vi porto fin la’. Ma… non so la strada!”
“Eccheccavolo, te la spiego io!”
“Sei sicuro?”
“Senti… lasciamo perdere, e vai avanti!”

Arriviamo a Shanghai, spostandoci da una sopraelevata all’altra, e lui guarda intimorito gli intrichi di svincoli che vede intorno a se’. Poi finalmente mi rivela il suo dubbio:
“Ma qui c’e’ in giro tanta polizia???”
“Questo non saprei dirtelo, lo vedrai da te.”.

Finalmente arriviamo a destinazione, ma non e’ possibile entrare nel cancello del condominio: c’e’ un assembramento di gente, e polizia ovunque. L’autista ora suda, probabilmente pensa che siano li’ per lui. Scarichiamo i bagagli, pago, mi porge con mano tremante una ricevuta in bianco (“compilatela tu!”), fa inversione e sparisce in un batter di ciglia mentre noi tre sorridiamo. Chissa’, forse domani il tassista si cerchera’ un lavoro vero.

Purtroppo la polizia e’ arrivata per ben altri motivi, sul selciato del cortile c’e’ un lenzuolo steso, da cui spunta una scarpa. Anche se non capisco nulla dei numerosi commenti in shanghainese fatti fra le centinaia di curiosi li’ presenti, non ci vuole una grande immaginazione a capire cosa nasconda il lenzuolo e cosa sia successo.  Ci passa la voglia di scherzare, e ci rendiamo conto che tutti i problemi che crediamo di avere sono in realta’ cosi’ insignificanti, mentre altre persone, perfino i nostri vicini di casa, sono sopraffatte da montagne di problemi molto piu’ consistenti, senza che noi lo sappiamo perche’ tendiamo a rinchiuderci nelle nostre piccolezze.

In silenzio saliamo in casa. Due ore dopo sul selciato tutto e’ di nuovo normale. Solo un lumino acceso nel buio sfida la pioggia e ricorda qualcuno che poco prima e’ volato per terra dal ventesimo piano, prima di volare in qualche altra dimensione, dove le preoccupazioni non esistono piu’.


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