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Ritorno a Shanghai (continua...) Stampa E-mail
11 giugno 2007

Da Wujiang City a Wujiang Road

di Stefano Bona

 

Un’altra settimana si è conclusa a Wujiang. Sono giunte voci attutite di lotte fra ministri e Guardia di finanza in Italia, e di un vertice del G8 in Germania che si è concluso con alcuni accordi firmati e altri sfumati, in mezzo alle contestazioni dei no global e altri vari gruppi di pacifici contestatori.

 

Qui invece le notizie importanti sono due. La prima ha tre nomi: Gao, Gao e Wu, ossia i tre operai che abbiamo trovato per cominciare ad avviare l’attività nella piccola fabbrica che stiamo attrezzando. Wu comincia bene, quasi fracassandosi la testa contro un tornio che si trovava casualmente sul suo percorso.

La seconda notizia riguarda un macchinario che funziona a singhiozzo. Pur essendo un sofisticato ammasso di ferraglia, cavi e interruttori, sembra dotato di una psicologia tutta sua, e ogni due giorni decide di fare le bizze. Arrivano i tecnici dell’assistenza post-vendita, ovviamente è la prima volta che riscontrano un guasto del genere sulle loro macchine, non sanno dove mettere le mani e lo smontano quasi tutto. Giunti alla conclusione che la macchina non ha nessun problema, la rimontano (senza avanzare alcun pezzo, a onor del vero) e dicono che i problemi sono dovuti alla corrente elettrica poco stabile. Allora chiamiamo gli elettricisti, che si offendono quando diciamo che la corrente non va bene: secondo loro non c’entra nulla, anzi è più stabile della norma. Seguono battibecchi fra elettricisti e tecnici, e crisi di nervi dei colleghi italiani che non riescono ad avviare la produzione. Al di là di tutto, il risultato è chiaro: la macchina non funziona e nessuno sa perché. Forse è proprio per questo che nel bel mezzo di questi psicodrammi ripetutisi un paio di volte in tre giorni, ritenendosi offeso per gli accidenti e le maledizioni ricevuti, l’infame macchinario si rimette in funzione da solo.

Tutto questo viene condito da  una selva di dettagli che vanno a riempire la nostra vita in mezzo alla polvere e alle zanzare di Wujiang: la candidata donna delle pulizie con carta di identità scaduta da 10 anni, un’altra ragazza in cerca di lavoro che si presenta con i documenti di sua cognata perché i suoi non sono in regola, la scoperta di una steak house chiamata “Bull fighter” che ha per tema dominante la corrida, e la raccolta di VIP cards delle varie catene di coffee shops che si fa sempre più copiosa.

E’ di nuovo sabato, e mentre da qualche parte in mezzo alle zanzare un gattino bianco miagola disperato zompando qua e là,  i due colleghi italiani non hanno bisogno di chiedermi di tornare a Shanghai per il fine settimana. La voglia di uscire da quella che fantasiosi cartelli sparsi un po’ ovunque definiscono “top tourist city” ha sopraffatto tutti quanti. A differenza di sette giorni fa, però, questa volta decido di lasciar perdere il treno e prenoto un’auto a noleggio. E come risultato si materializza il mio incubo, che mi perseguita ormai da settimane: la Red Flag nera con i vetri oscurati. Design improponibile, fanalini tenuti insieme con il nastro adesivo, porte che emettono sinistri cigolii quando tenti di aprirle, finestrini che guaiscono di dolore quando tenti di abbassarli, ammortizzatori sfondati e una vita lunga quattrocentomila chilometri alle spalle. Se provo a dire all’autista che quest’automobile non mi piace, si arrabbia: ma non sai, mi chiede, che la Red Flag è stata l’auto ufficiale di Mao, di Deng, di Jiang Zemin e di tutte le più alte cariche politiche cinesi? Lungi dal voler mettere in discussione cotante certezze, sprofondo nel sedile di pelle consumata e cerco di regolare il poggiatesta, che mi resta beffardamente fra le mani dopo essersi staccato dallo schienale. Prima che il suscettibile guidatore Mr. Zhong (lo stesso Zhong di Zhongguo, ossia Cina in cinese, ci tiene a precisare) se ne accorga,  il mio collega seduto dietro di me mi aiuta in fretta a rimetterlo al suo posto. Per qualche chilometro veniamo accompagnati dal volo di una cicogna che sembra volerci salutare da lontano.

Nonostante tutto, arriviamo a Shanghai sani e salvi, ma sfiancati da una delle settimane lavorative più pesanti che ci sia mai capitato di affrontare. Abbiamo bisogno di qualcosa per riprenderci quel tanto che basta per tirare sera.

Nei momenti critici è importante darsi delle priorità. In questo momento la nostra priorità è molto banale e concreta, e si chiama cappuccino. Così facciamo una meritata sosta al bar Flora, che per qualche strana ironia della sorte, sta proprio all’ingresso di Wujiang Lu. Mentre siamo seduti ai tavolini, veniamo accolti da un gattino nero che miagola disperato zompando qua e là fra i cespugli in un’aiuola, incurante di un altro gruppetto d’italiani troppo assorti in una profonda conversazione sui fucili di tutte le marche e sulle armerie più lussuose del mondo. Che il gattino nero di Wujiang Lu sia parente del gattino bianco di Wujiang City?

Le coincidenze cominciano a essere tante.

Quando la conversazione degli altri italiani si sposta dalle armerie all’acciaio con cui si fanno i fucili, noi tre salutiamo il micio e decidiamo che è il momento di rimetterci in marcia. Bisogna trovare un albergo dove far alloggiare i miei due colleghi per una notte.

Ne propongo uno nuovo di zecca, che fa del design il suo fiore all’occhiello. Prezzi abbordabili, camera con lavandino (di lusso) sistemato proprio all’ingresso, arredamento in stile futuristico, TV al plasma appesa alla parete, bagno così minimalista che la porta non c’è ed è sostituita da una tendina… ah, il design!

Sogghignando, lascio i colleghi a prendere confidenza con quello strano microcosmo e mi avvio verso casa.

Camminando sul marciapiede intasato dalla solita commistione di pedoni, bici e motorette, vedo una cicogna che passeggia sul tetto di una casa. Ennesima coincidenza. Il cerchio si è chiuso. Se queste curiose circostanze toponomastiche e zoologiche hanno un senso, non mi è ancora ben chiaro. Non so dire se sia un simbolico passaggio di consegne da Shanghai a Wujiang, o un invito a non lasciare Shanghai. Dopo un po’ capisco che è inutile scervellarsi: basterà imparare dalla cicogna. Un uccello migratore sa sempre quando è il momento di andare, e da che parte andare.

Forse sarà così, anche qui.


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