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Il profumo del sole freddo Stampa E-mail
11 giugno 2007

di Claudio Canzonetta

All’uomo di Eriko.

 

Piccole scintille bruciano i tendini di traverso l'aria ghiacciata.

È la caduta di una goccia dopo l'altra, pennellate che scivolano sui macigni, a colorare il mio riflesso d’acqua. Scende possente fuori e attraverso, separa dal mondo, recidendolo all'estremo. Un muro come a pioggia mi siede di fronte, a dieci passi: è l'artificio che sovrasta i rumori del mondo, una cascata finta registrata su un basso continuo, oppure il gocciolare è il vero artefice del sipario stesso? Gli scogli giustapposti e impilati, cementati nel verde sono base o ornamento del palcoscenico?

 


Le guance pizzicano di mentolo mentre formicolano i pensieri. Chiudo gli occhi e attraverso il muro, fondo il tempo con la geografia.

Un raggio di sole infilza un'insegna verticale di tessuto svolazzante, mentre un altro rimbalza più in alto sulle stecche della serranda di legno. Dentro l'unico vano di dieci piedi per cinque, su un altare rialzato e sbieco, due uomini bruni sono inginocchiati su pedane di legno. L'uomo canuto a sinistra osserva il più giovane con fare compiaciuto, seduto sui talloni. Un suo battito di ciglia sembra raccogliere in sé la manifestazione contratta dell'eternità. L'allievo è intento e curvo sul lavoro. Accanto, di fronte al giaciglio in bambù, ha schierato gli alleati, un fusto minuscolo di acqua candida ed un altro identico di sporco giallastro. In mano, incollata tra il fianco dell'indice ed il polpastrello del pollice, impugna l'arma: un quadrato di pietruzza, una scheggia sottile con sul fondo una screpolatura annessa, come di lima rugosa. Con polso fermo il giovane sfrega l'arnese sulla lama, millimetro alla volta, con movimenti impercettibili. Talvolta la bagna utilizzando i secchi. Lavora il metallo, il giovane, con la pietra, l'acqua e l'anima. Lo punisce per settimane, domandolo a fatica, impugnando l'elsa nuda ed iscritta con uno straccio, e sfiorando di continuo il taglio, nell'ebrezza di un gioco spericolato. Le cosce flesse, le ginocchia a terra, allargate. Ogni tanto si innamora della sua katana di epoca heian, la imbraccia e facendola vibrare nel piccolo stanzino produce un’eco cupa e continua, che frulla le orecchie. Il capo chino, il maestro l'osserva e la giornata che invecchia, incurante dell'immobilità delle cose.

Poco lontano il vento sposta i cespugli di Ohori senza scomporli nella loro grazia, ed un perfido guardiano scalcia donnabbondianamente un ciottolo dal contesto, interrompendo l’armonia sacralizzata dalla sapienza antica. Il sasso balza sugli spigoli e torna a fondersi nei cerchi concentrici del giardino secco. La natura è nemica dell’uomo, si impone contro la volontà con un istinto vorace a conservarsi pari a quello opposto di distruzione. Battagliamo col mondo, ma siamo entrambe perdenti.

I passi si rincorrono sui viali sagomati, fino all’apice del colle, dove le felci scoprono un incastro di legni, un riparo in cortecce e assicelle, arrotondato dai mesi, e una panca per il riposo. Lo sguardo precipita a valle, soffiato dalla tramontana, si tuffa nell’acqua immobile, amniotica. Il liquido scuro, pesante, si impolla in una calla quasi intestinale, rigagnolosa, fino a slargarsi nello sfogo dell’evacuazione vaporifera, una piatta comoda come il seno di una mamma, è l’appoggio che stavo cercando. Mi siedo per poco, però: l’acqua svicola sfrenata dentro le piroette di chicanes, assottigliandosi. Diventa solo un’intuizione di canale, una saliva di candore che scivola veloce, appena un’accenno di bagnato sulle costole della terra, vergognosamente a nudo. Gli zampilli schizzano contrari, sputano flutti che si riassettano lungo scie miliari, vanno a fondo sotto città e montagne, ma riaffiorano sempre, forti del chi la dura va sano e lontano.

Li ritrovo sotto meganebashi, il “ponte degli occhiali”, una doppia arcata che sorregge una strada di sanpietrini e si rispecchia nella sua immagine, creando circonferenze perfette che alla distanza diventano lenti giganti. Da loro si snoda il centro di Nagasaki, inerpicandosi lentamente sulla lunga salita. Le case una contro l’altra, le vie di lanterne e bar promiscui si intrecciano sul pendio, si inclinano in una vertigine luminosa e disarticolata. Osservo i corvi sui lampioni, i lampeggianti agli incroci sempre accesi, le spose in kimono, ma qualcosa turba l’alito gelido dell’alba.

Come un’illuminazione, il perfetto è evanescente.   

La frenesia m’arrampica sul tempio, inforestato nella montagna. S’impossessa dei gomiti, i muscoli indolenziti continuano a battere, le suole corrono su per la scoscesa, reagisco a colpi di reni, col fiatone, mi si spezzano le caviglie, sanguino, sputo, prendo a testate i tronchi, elimino il silenzio della notte con le mie boccate d’ossigeno, si deve capire il mio attraversamento e anche l’inizio del giorno! Fletto i pettorali per ricevere frustate d’inerzia, il panorama che si ribella, un rantolìo comincia a fischiare nel cervello, in prossimità dei timpani, forse lo immagino, sarà il mio spasmo, mi sento perdere la presa sul terreno, volo, gaudente, preso dal mio impeto vigoroso!

Ma è inutile.

Il mondo non mi vuole e comincia a scuotermi via con forza. Movimenti prima longitudinali e poi sobbalzi mi danno il mal di mare. Sento il grido della faglia che si smuove, è assordante, preannuncia disastri imminenti. I corvi si staccano, i lampeggianti cadono, alcune case di legno sembrano abbracciarsi e ondulare come in un coro di cantanti natalizi. Il cielo si oscura di calore, poi un forte e acre sapore di cenere mi attacca le nari, e la gola diventa un punto, la saliva acida saltella sul palato e lo frigge. Chiudo gli occhi per vedere più lontano, le immagini in negativo di bambini che scappano, le strade divorate dal fuoco e dal fumo, che sale sciando verso il fungo.

I brividi si scollano dal derma.

Riprendo conoscenza.

La temperatura dell’onsen ha inflitto segni evidenti sulla madida pelle arrossata. Mi alzo, barcollando, e assaggio felice lo sbalzo termico. L’aria ghiacciata fa prendere respiro e massaggia le tempie. Sono nudo ma senza brividi, anche se poco fa nevicava, e solo la cascata mi protegge dall’aperto. Immergo la pezza e mi cospargo di gocce, già fredde.

Sudare nell’acqua è un esperienza pre-natale: mi nutro di placenta e cresco diverso, me nonostante.


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