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Bella Napoli
L'irrinunciabile commedia della vita Stampa E-mail
20 giugno 2007

Intervista a Mario Monicelli                                                                        

monicelliFoto di Daniele Mattioli, Testo di Michele Soranzo
 

Mario Monicelli era allo Shanghai International Film Festival, dove ha presenziato alla proiezione de "I soliti ignoti" da lui diretto nel 1958 e che ha aperto la rassegna Italian Cinema all'interno della manifestazione. Cortesemente e con molta disponibilità ha accettato l'intervista che segue. 

Nonostante fosse un film girato una cinquantina di anni fa e in bianco e nero, "I soliti ignoti" è stato molto apprezzato dal pubblico cinese che alla fine ha anche appludito. Una bella soddisfazione per lei, ma anche un ulteriore riconoscimento alla commedia italiana, non crede?

 

Si, una bella soddisfazione sia per me personalmente che per il genere che il film rappresenta. Pur facendo parte di una lunga tradizione culturale italiana, nel cinema italiano la commedia ha avuto riconoscimenti tardivi. All’inizio era vista come un genere spazzatura: divertente, comico, niente di più. Poi è stata portata in tutto il mondo.

monicelli2

 

Non pensa che sarebbe il caso di rivalutarla, sia per la sua origine che pesca nel teatro di Goldoni e Ruzzante, per fare solo alcuni nomi, che per tutti i grandi attori che ha visto impegnati anche nel cinema?

 

Noi italiani siamo nati dalla commedia, parte da Dante, così si chiamava il suo poema, appunto, che poi il Boccaccio per sua piaggeria ha fatto addirittura “Divina”. C’è poco da fare, la nostra identità è quella, la commedia come in quella di Alighieri non è solo da ridere, si piange anche; dentro ci sta di tutto: la tragedia, cose turpi, ridicole, tutto. E’ un genere che non si può spegnere perchè appunto è nei geni della nostra cultura, ma bisogna saperlo e poterlo fare. Non parlo tanto della commedia a lieto fine, quanto di quella che tratta argomenti tragici e che non morirà mai. Ora certo non è molto in auge, ma tornerà e con altri autori.

 

Come vede il futuro del cinema italiano all’estero?

 

Il Cinema italiano può avere un futuro solo se fa commedia e neorealismo, che è la vera natura del racconto e del cinema italiano. La commedia italiana è anche neorealista, ha una funzione e un valore che solo noi sappiamo dare, quando lo vogliamo. Ora è in un periodo di crisi ma rinascerà, ci sono autori italiani da ricordare come Sorrentino, Garrone, Virzì, Crialese, non è che sono tutti scomparsi.

 

monicelli3Che idea ha del cinema italiano che le piacerebbe vedere sugli schermi internazionali?

 

Quello che racconta l’Italia come è oggi, ma come la si raccontava ieri, in termini  autentici e con una vena umorismo. La nostra vera vena, ripeto, è umoristica. L’umorismo è una visione più sottile della realtà che è necessario conoscere molto approfonditamente per poterci ironzzare sopra e dire verità anche sgradevoli. E’ una strada che non va abbandonata. Il genere drammatico nella tradizione italiana è invece molto operistico ha sempre spinto sull’aspetto teatrale e drammatico, il melodramma, appunto. Nel racconto, sia esso cinematografico o letterario, la nostra tendenza è più verso il realismo.

 

Molti dei suoi film hanno rappresentato la figura dell’italiano nella sua piccola lotta del quotidiano attraverso momenti di bassezza, ma anche di grandezza, di cinismo, farsa, allegria, tragedia e riscatto. Lei stesso ha detto “…gli italiani non sono né eroi, né missionari. Sono generosi e non si perdono mai d'animo.”

 

Gli italiani hanno avuto sempre una vita difficile, senza la possibilità, o la capacità di essere autonomi e veramente se stessi. La storia d’Italia è sempre stata una storia di servaggio: sottomessi da francesi, spagnoli, tedeschi, non abbiamo mai avuto una vita autonoma. La nostra penisola ha avuto qualche monarchia qua e là, ma l’italiano più che un cittadino è sempre stato un succube. Abbiamo avuto però una storia culturale di altissimo spessore, al punto che l’Italia esiste più per la sua cultura che per la sua storia, intesa come militare, economica o civile. Storicamente siamo sempre stati in second’ordine. Culturalmente no, esistiamo proprio per questa ragione. monicelli4

 

I suoi film hanno fatto direttamente o indirettamente un’analisi sociale dell’italiano in mezzo secolo di storia. Da attento osservatore qual’è, direbbe che sia cambiato qualcosa nel carattere dell’italiano?

 

E’ peggiorato, sicuramente, dal punto vista del carattere e dei comportamenti, oltre che  nella considerazione di sè e della vita. È migliorato certo nella condizione. Come si vede nei miei film di allora, l’Italia era un paese agricolo, non industriale, povero. Ora è semi-industriale, perchè dopo tutto quella che abbiamo noi è una piccola industria. Benessere e consumismo hanno modificato i comportamenti e le caratteristiche che aveva di sincerità e altruismo sono finite nell’opposto. Vedo l’italiano molto individualista, teso al proprio interesse a scapito di quello altrui. Si sta cambiando molto, e purtroppo in peggio. Se potessi farne un film rappresenterei proprio questo mutamento, un miglioramento economico e materiale da una parte, ma un peggioramento sotto l’aspetto dei rapporti umani.

 

Ho letto da qualche parte che il suo film preferito è “L’Armata Brancaleone”, per certi aspetti un Don Quihote della cinematografia italiana.

 

Si, perchè è una favola, racconta un medioevo insolito. Molto spesso viene romanzato, fatto di tornei e gente benestante, in realtà è stato un momento storico selvaggio, ignorante, volgare, come ho fatto vedere in termini di ironia, non solamente drammatico. Ha avuto molto successo, è un film che ricordo con affetto anche per questo. Don Quihote è un personaggio che cerca di fare vivere un’epoca ormai tramontata, “L’Armata”, al contrario, non vuole far rivivere niente. Non sono così presuntuoso da dire che possano essere paragonati, ma forse superficialmente è un po' cosi, sono contento che si usi questo lontano paragone con Cervantes.

 

Non le è mai venuta voglia di rigirarlo ambientandolo nel presente?

 

Non so, oggi sarebbe difficile fare un film molto divertente, con storie immaginifiche, se si fa la foto alla realtà bisogna essere molto duri. Quello di oggi è un mondo corrotto, sgradevole, di soppraffazione, non è quello del medioevo, primitivo. Non mi divertirei, farei molta fatica, e poi sono troppo vecchio, ne ho già fatti due…
 

Dei Soliti Ignoti però non ha voluto fare il seguito, come mai?

 

Il secondo dei soliti ignoti non lo ho fatto io, l’ha fatto Nanni Loy. Se mi è piaciuto? Non l’ho mai visto, ma mi hanno detto che era molto carino…sono contento…

 

Se lei ora fosse un cineasta alle prime armi, che genere di film farebbe nell’Italia di adesso? Riprenderebbe la commedia o proverebbe altri generi?

 

La commedia, ancora. Tratta la vita e il mondo che rappresenta per quello che è, prevaricatore, usando però il bisturi tagliente dell’ironia. La “Commedia”, ripeto ancora come esempio, l’”Inferno” col suo mondo di turpi, di gente colpevole ma che Dante sa trattare anche in maniera sentimentale, con amore, rabbia, invettive, sconcezze. Nella commedia si può usare di tutto, ma ci deve essere quel bisturi che permette di vedere la realtà com’è davvero.monicelli5

 

Ha visto o vede la stessa ironia in film o culture diverse da quella italiana?

 

Non in questi termini. Nella commedia italiana è sempre presente il dramma, il funebre, la morte. Al contrario di quella francese, più intellettuale e spirituale, o di quella britannica, elegante e pertinente. Se altrove finisce bene, in quella italiana manca invece il lieto fine, finisce sempre in un fallimento.

 

Un pregio e un difetto del cinema italiano?

 

Il cinema non esiste di per se è, rimane un’arte minore applicata all’industria. Il cinema non può esistere senza un’industria alle spalle. Non è una “somma arte” come si crede. Le arti autentiche che esprimono la spiritualità di una persona sono musica, letteratura, pittura, scultura. Gli americani hanno una grande industria che fa fare film di ogni tipo, anche di grande qualità. Quaranta anni fa in Italia si facevano anche 300 film l’anno, allora c’era un’industria dietro che permetteva di fare film che sono rimasti nella storia. Se non si ricostruisce un minimo di questa industria sarà difficile che si possano avere film di qualità che passino il secolo. Ora si fanno 60-80 film anno, forse anche 50 appena, ma non è tanto quello, è la distribuzione che manca, tanti dei film realizzati non vengono nemmeno distribuiti nella sale perchè sono occupate dal cinema americano.

 

Parlando in generale, che cosa le fa più piacere del cinema oggi e che cosa meno

 

Il cinema europeo segna il passo, ripete se stesso. A volte è fatto bene e con grande mestiere e gusto, ma non basta per farne un cinema che superi la propria generazione. Ci sono altri popoli e culture emergenti che fanno film importanti, e penso al cinema iraniano o a quello cinese che sta sperimentando una vera esplosione.

 

Lei ha diretto quasi tutti i grandi attori e attrici italiani del novecento: Totò, Gassman, Sordi, Mastroianni, Cardinale, e tanti altri. C’è qualcuno con cui è rimasto più legato, o qualcuno con cui ha avuto anche qualche problema sul set?

 

Mai avuto problemi con nessuno, solo con Lea Massari, che avevo scoperto io, fra l’altro, ho avuto dei contrasti, con tutti gli altri mi sono sempre trovato benissimo. La Cardinale l’ho tirata fuori dalla Tunisia, era una ragazza che non parlava nemmeno italiano, alla Vitti ho cambiato personaggio, stessa cosa con Gassman, ma senza mai contrasto o opposizione, anzi con grande amicizia.

 

monicelli6Prima “La grande guerra”, poi nel 2006 “Le Rose del Deserto”. Il tema della guerra torna spesso nel suo cinema, anche con le battaglie perse di Brancaleone. Ci vede forse un’epitome del carattere nazionale?

 

Gli italiani fanno la guerra sempre per motivi personali, mai per ragioni che riguardano lo stato o la patria. Affrontano qualsiasi cosa ma sempre per interesse personale. Al di là di questo, col film volevo dire che quella guerra, esaltata dal fascismo, era stata in realtà ignobile, combattuta da gente mal nutrita, male armata, mal guidata, fu un tradimento fatto da italiani ad altri italiani che si è ripetuto poco dopo con gente mandata a combattere guerre insensate nelle steppe della Russia o sulle sabbie del deserto africano. Ho cercato di capire e raccontare il comportamento di questo italiano medio, del contadino, dell’operaio e del piccolo borghese, tutti trascinati dentro un grande evento controvoglia, perchè non lo fanno con intenzione di diventare padroni del mondo come hanno fatto inglesi, francesi, tedeschi. Alla ventura per una cosa senza senso. Io mi auguro che non ci siano altre guerre di nessun genere per l’Italia, che andiamo a fare, a conquistare cosa?

 

Film in programmazione?

 

Non voglio più fare niente. Mi riesce difficile fare ironia su quello che succede in Italia, in Europa e nel mondo. Credo che stiamo andando verso una catastrofe, la specie umana sta mutando se stessa in maniera catastrofica, nera, questa è una cosa che vi apparterrà, forse nemmeno a voi ma ai vostri figli.

 

E’ più difficile ora fare ironia che in passato?

 

No, si può sempre fare,ma la deve fare però chi appartiene a questa generazione, io so fare solo invettive, lo sente anche da come mi esprimo.

 

Questa è la sua prima volta in Cina, è arrivato a Shanghai da qualche giorno e quindi non può aver visto molto della città, ma potrebbe darci comunque una sua impressione?

 

Sono rimasto stupito, vedo una cosa che non so se è vera, l’esplodere di una grande attività, un fermentomonicelli7 che non ho riscontrato in altri posti dove sono stato, a Teheran, forse, ma qui la popolazione è molto viva, proiettata altrove. Mi sembra che non si tenda tanto a consevare, quanto piuttosto a rinnovare. E’ stupefacente l’aspetto esteriore che si vede, questa è la mia impressione di tre giorni. Sono stato ai Giardini di Yu, molto ben fatti e lavorati ma anche oppressivi, chiusi con rocce, molto lavorati certo, belli da vedere, ma anche difficili, non hanno questa apertura che vedo invece a Shanghai.

 

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