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La mia casa senza pianoforte... Stampa E-mail
22 giugno 2007

Intervista a Giovanni Allevi

 

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Foto di Daniele Mattioli, Testo di Michele Soranzo

 

Musicista oltre ogni definizione, Giovanni Allevi va avanti per la sua strada portando la musica classica al di fuori dei luoghi canonici per proporla al grande pubblico componendola e arricchendola di spunti e tonalità diverse, pop ma principalmente jazz, derivanti dai suoi viaggi e dalla sua forte sensibilità. Giovanni Allevi si trova in questi giorni a Shanghai dove terrà tre concerti su invito della Camera di Commercio Italiana in Cina. Ha concesso gentilmente questa intervista per i lettori di Vivishanghai.

 

La tua formazione è indubbiamente classica ma hai avuto anche intrusioni nel pop e accetti influenze jazz. Con la tua musica sei più alla ricerca di una fusione di generi o hai una tua linea e idea che intendi seguire?
Credo che il concetto di contaminazione in musica sia ormai superato. Quello che vorrei proporre è una musica al contrario IN-contaminata, votata non a mischiare i generi ma a crearne uno nuovo che abbia una propria forza strutturale. C’è il rischio di non essere immediatamente compresi e riconosciuti, io ho capito di avere una coerenza quasi suicida, seguo mio ideale di musica e vado avanti così.

Musicalità indefinita…


Non c’è un genere in cui Allevi rientri, ha un genere suo che in modo molto astratto potrebbe essere definito come “musica classica contemporanea”. E’ una definizione che però rischia di  spaventare molti, perchè la musica classica ha perso il contatto con grande pubblico, con le mie note si è avvicinata invece una nuova generazione.

Ti chiedi mai chi sono quelli che vengono ai tuoi concerti, che musica cercano? Ti influenzano in qualche modo le loro aspettative, o vai avanti per la tua strada che poi incontra i gusti della gente? 
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La gente che viene ai miei concerti mi conosce e sa benissimo la mia poetica, è il mio pubblico in primis a chiedermi di rimanere completamente libero nella mia espressione artistica e di non dovermi chiedere se piace o meno. Ho un feedback molto stretto con il pubblico attraverso il mio sito internet, sono gli stessi ragazzi a dirmi di creare senza alcun limite.

Ti senti un privilegiato in questo?


Si, assolutamente, non ho nessun tipo di pressione nè dal pubblico nè dal mondo discrografico.

Diploma di composizione con lode a Milano, di pianoforte sempre con lode a Perugia, laurea con lode anche in filosofia con una tesi sul vuoto nella fisica contemporanea. Esprimi i legami tra filosofia, fisica, e musica?


Certo, Per lungo tempo mi sono considerato una sorta di scienziato della musica, anche perchè la tradizione della musica contemporanea degli anni ‘60 e ‘70 si basava su composizioni matematiche, musica molto difficile all’ascolto costruita meccanicamente sulla partitura attraverso procedimenti anche matematici. Parlo di Luciano Berio, Luigi dalla Piccola, Stockhausen, musica contemporanea d’avanguardia, dalla dodecafonia in poi. Io provengo da questo ambiente, poi a un certo punto ho avuto una mia reazione, “No concept” l’ho scritto a New York, prendendo le distanze da tutto ciò che è concettuale, matematico e costruito.

Parliamo della composizione di ”No Concept”

“No concept” è stato scritto in previsione del concerto del Blue Note. Il successivo, “Joy”, invece, è nato a Milano da un attacco di panico per l’eccesso di gioia ed emozioni avute dopo il piccolo tour in Cina del 2005. Ho pensato: “se dovessi uscire vivo da qui cantero la gioia di vivere”. Era la prima volta in cui vedevo un teatro così pieno di gente, avevo già fatto un concerto prima a Hong Kong, ma a Shanghai l’Oriental Art Center era addirittura SOLD OUT, parola che non avevo mai sentito prima in vita mia.

Che cosa piace ai cinesi della tua musica?

E’ insondabile come risposta, ma prima di tutto certamente la mia musica, che crea un impatto emotivo molto forte se l’ascoltatore si rende spontaneamente vulnerabile e penetrabile. Mi spiegano che i giovani cinesi sono educati a non manifestare troppo le proprie emozioni, evidentemente sono stati colpiti da una musica che li deve avere sconquassati emotivamente. Poi ci sono anche degli elementi extra musicali, come avere i capelli ricci, un simbolo di trasgressione - a fine concerto le ragazzine venivano a tirare i ricci -  e il fatto che cerco di parlare cinese, anche poche frasi maldestre, dette con una pessima pronuncia, ma ai loro occhi crea un gesto di riconoscimento verso la cultura che mi accoglie.

allevi3Qualcuno ti ha chiesto se canti o canterai, anche. Non pensi che se cantassi la tua musica non avrebbe un successo così internazionale, a volte le parole non sono anche un limite?

Io non so cantare e non canterei mai, comunque devo dire che si, è proprio cosi, specie oggi nella contemporaneità la gente non ne vuole più sapere di messaggi, di artisti che ti dicono che cosa pensare e desiderare, almeno questo è quello che mi comunicano i ragazzi che mi scrivono. Apprezzano evidentemente la mia discrezione e la mia proposta di una musica che ognuno può interpretare soggettivamente.

Per chi viene dal classico l’epoca delle comunicazioni può rappresentare un fermento creativo ma anche un tormento, non ti senti a volte spaesato, immerso nel rischio di contaminazioni negative e pressato da infinite possibilità?


Si in genere mi crea confusione il bombardamento percettivo, anche ora che stiamo parlando il mio cervello musicale sta facendo una analisi della musica in diffusione, ho questo problema diciamo cosi di analizzare musicalmente tutto quello che arriva e lo catalogo, tiro fuori la musica dalla mia testa, non prendo spunto dall'esterno.

Tecnologie e forme di distribuzione, comunicazione via internet, un pubblico sempre più esigente e creativo a sua volta nelle scelte. Siamo di fronte a una rivoluzione per la musica. Per un “classico” come te è un tempo sbagliato forse?

No, per me è stata una fortuna, la mia musica qualche anno fa avrebbe avuto difficoltà a entrare nei circuiti dell’imposizione, il fatto di essere stata scelta spontaneamente adesso è stato un enorme vantaggio.

Nuove tecnologie, entrano in qualche modo nel tuo lavoro?

Da filosofo ti risponderei che è vero, ora c’è una grande attenzione sulle tecnologie, quindi anche al problema della pirateria. Ma non dobbiamo dimenticare che sono solo dei mezzi, ciò che è importante è il contenuto, la mia attenzione è verso di esso. Che poi la mia musica possa trovare un mezzo piuttosto che un altro non è un problema che io riesco a definire.

Come compone allora Allevi?

Chiuso in stanza anche senza pianoforte, il centro di tutto è la mia “moleskine” con pentagramma. Il mio lavoro è tutto qui, trascrivo la musica che mi viene a trovare in testa. Carta e penna…

Ti risenti se ti danno dell’accademico in riferimento alla tua formazione?

Assolutamente, ti direi addirittura con un pizzico di presunzione, io sono l'Accademia che sta cercando un contatto col mondo contemporaneo.

allevi5Data la tua solida formazione accademica, che cosa gioca di più nella composizione, istinto o  tecnica?

Quando ho scritto “No concept” volevo dire proprio questo, riscopriamo il contatto con instinto, cuore, emozione, che sono diventati il centro della mia musica.

Come ti spieghi il grande successo avuto all’estero, sulla scena americana e in Asia?

Considero il successo un fatto insondabile, un regalo che mi è stato fatto ma che poteva anche non venire.

Musicalmente parlando, che cosa c’è di italiano in te? Se fossi nato in altro paese, mantenendo la stessa formazione classica, pensi che la tua musica sarebbe stata tanto diversa?

Ho la fortuna di essere nato italiano. L’Italia ha una storia musicale che nessun altro paese al mondo puo vantare. Crescere in Italia forma le basi per un istinto musicale che non ha uguali. E’ qualcosa che ci viene riconosciuto a pelle, soprattutto all’estero: sei italiano, hai istinto innato per la musica!

Il Blue Note di New York è il tempio indiscusso del jazz internazionale. So che il tuo primo concerto lì è nato da una tua iniziativa, che ti sei presentato da solo aspettando fuori e pregando di farti suonare, è così?

E’ vero, ho fatto un giorno intero di anticamera nel 2004 per ottenere un’audizione, alla fine l’ho avuta, dieci minuti di tempo per convincerli a farmi suonare davanti al loro pubblico. In quei dieci minuti ho suonato come se avessi atteso tutta la vita, ho spaccato il pianoforte dalla rabbia e dall’emozione. Poi ci ho fatto il primo concerto nel marzo del 2005, e da allora ogni anno sono ospite fisso.

Cosa li ha colpiti della tua musica
?

La mia è musica classica contemporanea, non improvvisata, ma secondo loro proprio la mia musica è una possibile evoluzione del jazz.

Com'è il pubblico Blue Note?


Mi accoglie sempre con maggiore entusiasmo, quest’anno una comitiva di ragazzi di Tokyo che era già stata al mio concerto precedente mi ha detto di aver programmato la loro vacanza in modo da venirmi a rivedere al Blue Note.

In che epoca vive un pianista appassionato di musica classica ma aperto ad altri ascolti e compenetrazioni, non ti senti in una condizione particolare di ispirazione che altri non hanno?


Devo riconoscere i mei venti anni si studio e sacrifici, solo una comprensione profonda del passato che mi ha dato lo studio accademico, può dire qualcosa di significativo anche per futuro, per non restare troppo invischiati nel presente. Da ragazzo passavo tutto il tempo a casa a studiare senza essere mai invitato alle feste, oggi sto avendo una piccola rivincita…

“Tredici dita”, “Composizioni”, “No concept”, “Joy”, come definiresti i tuoi album e che cosa è cambiato nel tuo percorso musicale e di vita.
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Nel primo, che è del 1997, è di un giovane Allevi che scalpita, un album estroverso, ai limiti delle possibilità pianistiche e uscito in controtendenza all’interno di un clima new age, quando al piano si chiedeva unicamente rilassatezza e pacatezza. In “Composizioni”, uscito 7 anni dopo, c’è un Giovanni al buio, chiuso in se stesso, introspettivo, è un album incomprensibile, e quello anche che ha venduto di meno. “No concept” è una rinascita, per la prima volta con lo sguardo sul mondo e le cose, il contatto con realtà e un allontamento dalla concettualità. Ed è proprio allora che arriva il successo. “Joy” poi doveva essere la consacrazione e conferma del mio lavoro, ha venduto 3 volte il precedente, quindi una gioia totale.

Pensi mai che con “Composizioni” hai rischiato veramente di sparire dal circuito musicale?


Assolutamente, quando uscì i miei discografici mi dissero di lasciare perdere perchè la musica solo piano non interessava nessuno. Per questo ho coerenza suicida, perchè potevo anche gettare la spugna e quando ci fu “No concept” per tutti era già un progetto votato al fallimento.

Cosa era cambiato in te nel frattempo?


Il fatto di aver cercato il successo all’estero. Nel 2004 ho cominciato l’attività in Cina col primo concerto a HK, poi ho cercato NY, ho cominciato a dare a me stesso e al mio lavoro una percezione internazionale che ho volutamente cercato, volevo volare alto per per farlo, come sai anche tu, bisogna andare lontano.

Il successo arriva per una ricerca fine a se stessa o per una passione che va oltre la ricerca di un riconoscimento?


La ricerca del successo fine a se stessa è in realtà molto facile, ma al momento in cui la telecamera si spegne tutto finisce. Il successo vero implica una vita intera di sacrifici e una storia dietro, anche se si spegne la telecamera si è comunque creato un fondo per cui il successo resta. Per quanto riguarda me, non è tanto un mio successo, quanto della musica.

Allevi e la musica, in che ordine sono?

Considero la musica come una entità staccata da me, io sono un suo umile servitore ma è la mia musica che crea conseguenze, avvicina persone origina onde, è lei che attraverso me ha avuto successo. La musica per me è trascendente, Michelangelo diceva “la statua è gia dentro il blocco di marmo, quello che devo fare è solamente togliere quello che è intorno.” Per me è la stessa cosa, quando viene a trovarmi una melodia o un frammento, io so che prima e dopo ci sta tutta la musica, devo solo togliere. Così entra nell’esistenza delle persone e trova successo.
 
Se per vari motivi non avessi potuto seguire il tuo percorso, come sarebbe stato Allevi?

Sono sempre stato animato da coerenza suicida e non mi sono mai compromesso, volevo fare concerti nei palchi più grandi del mondo e ci sono riuscito. Se non fosse stato possibile avrei fatto qualsiasi cosa, anche il facchino in un teatro pur di stare vicino alla musica.

allevi6Quando è stato il tuo primo concerto? Come è andato?

Diciotto anni fa a Napoli, un pubblico di 5 persone, avevo vent'anni. Mi hanno fatto un tifo da stadio che mi ha dato tanto entusiamo è lì che ho capito che volevo fare nella vita. Sul mio pubblico non ho mai fatto una questione di numeri, ogni individuo è unico, irripetibile e, a suo modo, infinito.

Preferisci suonare in spazi grandi o più contenuti?

Devo dire che la soddisfazione di suonare nei grandi spazi è immensa, in Italia ci sarà un mio concerto il 14 luglio in Piazza Duomo Milano, sono previste migliaia di persone, poi all’Arena Sferisterio di Macerata, alla Cavea Auditorium di Roma, tutti luoghi con migliaia di ragazzi.

Non ti spaventa questo?


No, io sono spaventato dalla musica e dal piano in generale, ma quando il pubblico è con me, sono la persona piu felice al mondo.

Il concerto che ricordi con piu emozione?

Oltre a quello di Napoli di cui parlavo, il mio primo sold-out all’Oriental Art Center di Shanghai, e ovviamente anche il primo concerto a New York.

Cosa vorresti fare nel prossimo futuro, come vedi la tua musica, i tuoi prossimi lavori, la tua vita?

Da punto di vista musicale voglio dilatare le forme, meno brani ma più lunghi, prediligendo lo sviluppo compositivo. E poi anche avvicinarmi all’orchestra. A dicembre 2007 sarò in tour coi Berliner e suoneremo un programma fatto esclusivamente dalla mia musica. La modernità non deve essere un’operazione di maquillage esterno, deve essere conquistata sul campo con le note, voglio che il ragazzino che ascolta musica pop o rock ascolti anche la mia musica e si riconosca in essa.

Mai avuto critiche dall’ambiente classsico?


Come no, ho dei detrattori che se potessero mi metterebbero sotto con la macchina! Come mi considera l’Accademia è un falso problema, ho passato la mia vita allo studio e voglio considerami una parte di essa, anche se in un’avvenire cangiante.

Quando ti giri indietro vedi mai altri che sono dietro di te e che vorrebbero seguire la tua strada?

Assolutamente si. In alcune scuole di musica negli Stati Uniti nello zainetto dei ragazzi ci sono gli spartiti della mia musica. È come se fossi diventato a mio modo un classico e messo in bacheca. Ci sono molti giovani pianisti che vedono nella mia musica una possibilità.

Quali sono le figure musicali che apprezzi maggiormente?

Bach per la composizione, per piano invece Maurizio Pollini è un esempio straordinario. Chopin per il romanticismo, io esprimo appunto romanticiscmo contemporaneo…

E del panorama contemporaneo?

Seguo più che altro i grandi classici del passato, lo faccio per non farmi fagocitare dal presente

In te entra musica diversa dai viaggi che fai? Pensi che da queste frequentazioni asiatiche arrivi in qualche modo un nuovo contatto musicale?

La musica viene a trovarmi, e non ho scelta. E’ probabile che la musica che scriverò nei miei giorni in Cina conterrà qualcosa della tradizione locale, ma non è una mia scelta volontaria.

Ho letto che hai un pianoforte in particolare che usi. Lo porti sempre con te ai concerti?

allevi4Doppio paradossso: io a casa non ho pianoforte, a Milano vivo in un bilocale molto piccolo. Ma è anche una scelta, non voglio che la composizione sia influenzata dal movimento delle dita, deve essere un brainstorming e basta.  A Milano c’è un pianoforte che uso per registrare e che spesso porto con me, è un Bösendorfer Imperial, ma è molto delicato e cerco di non fargli fare grandi spostamenti.

 

 

Ogni palcoscenico è diverso per te? Sceglieresti tra Roma, Napoli, New York, Hong Kong o Shanghai?

La differenza è dovuta unicamente alla diverstà dell’essere umano che ad ogni latitudine è semrpe uguale, ma anche sempre diverso. Siccome mi riferisco non ai numeri ma ai singoli, ogni concerto è diverso. Sono sempre tutti entusiasti.  

Quali possono essere le tue impressioni sulla Cina?

Veramente difficile da dire, è una realtà talmente complessa e grande che richiede del tempo. Io cerco di imparare anche un pò di cinese, mi accorgo che è una lingua molto musicale, per parlare cinese bisogna saper cantare, le espressioni cambiano con le intonazioni. La città vera per me è di grande ispirazione, con i suoi grandi problemi, le persone che si affannano dietro alle proprie vite, voglio essere parte di questa umanità, non chiudermi in una torre d'avorio.

Musica italiana, che cosa ti piace e cosa no


E’ sempre molto bella, ci riconosco l’istinto per la melodia. Ultimamente però si assomiglia un po' tutta, vedo la paura di fare cose originali. Camminiamo sul filo del rasoio, è rischioso certo ma alla fine dà soddisfazioni molto più grandi.

I concerti sono un momento in cui sei unicamente tu a fare musica per il pubblico, o è anche un’occasione in cui è chi ascolta che ti crea della musica dandoti ulteriore ispirazione?

Si, è nell’ascoltatore che si realizza l’opera arte, nella profondità del suo pensiero e delle sue emozioni che si crea un quadro che è appena accennato da mie note. Quando faccio un concerto ho la sensazione di essere circondato da opere vaganti, alla fine dovrei essere quasi io a chiedere autografi. Sono loro a dare un senso alla mia musica, a completarla con la loro sensibilità.

La tua musica è stata usata di recente in uno spot della BMW. Modifica in qualche modo il tuo messaggio questo accostamento commerciale?


Cambia il contesto, io sono un ragazzo che manco veniva invitato allle feste al liceo. Ora, che la BMW decida di inserire la mia musica nello spot e farla conoscere in tutto il mondo in poche settimane per me è stata una benedizione, lo considero una sorta di Cupìdo che mi ha fatto conoscere ancora di più al pubblico. Io voglio essere contemporaneo, e quando mi hanno detto che la mia musica era stata scelta tra Springsteen e Santana mi sono sentito veramente contemporaneo e invitato finalmente a un grade party.

E’ vero che hai composto anche l’inno della regione Marche?


Si, bellissimo, è stato scritto di recente nel mio ultimo soggiorno a New York, dopo il concerto al Blue Note. E’ stato buffo, era ormai il mio terzo concerto a NY, e molti si sono avvvicinati invitandomi a ricevimenti e cocktail, invece mi sono ritirato nella casetta di una cittadina del New Jersey, con davanti un prato di scoiattili e lì ho scritto l’inno.

Come mai secondo te è capitato proprio nel New Jersey?


Me lo sono chiesto anche io, come mai l’inno delle Marche proprio qua? Perchè da lontano potevo immaginare le Marche che mi mancavano e perchè sarebbe stato l’inno delle Marche nel mondo. Mi sono quindi immedesimato nei marchigiani che hanno sognato o sognano la propira terra.

Quindi è un inno nato da un emigrato?

Esatto, mi sono sentito un emigrato per una settimana!

 
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