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di Stefano Bona
(vedi la nuova galleria foto di Stefano Bona)
Dicono che la nebbia estiva faccia impazzire. Dicono che contenga particelle pericolose per i polmoni e per il sangue e per il fegato e per il cervello. Dicono che faccia impazzire. Impazzire, Dicono. Impazzire.
Io non sono pazzo. Mi chiamo Wang, come tutti gli abitanti del mio villaggio, Tiaoshan, nella Cina centrale.
Mi chiamo Wang e vengo da Tiaoshan. Tutti si chiamano Wang a Tiaoshan, tranne la maestra. Novemila famiglie, trentacinquemila persone, tutte con il cognome Wang, tranne la maestra. Il mio nome è Guoqiang. Sono fortunato: solo centotrenta si chiamano Wang Guoqiang come me, a Tiaoshan nella Cina centrale.
Ho abbandonato la scuola perché mio padre aveva bisogno di me e dei miei fratelli per raccogliere le angurie e andare a venderle al mercato in città. Non mi piaceva la scuola. La maestra era cattiva perché arrivava da Pechino, non le piaceva il nostro villaggio e non si chiamava Wang, e noi ci prendevamo gioco di lei.
Mio padre mi ha sempre detto che sono il più scemo dei miei quattro fratelli, ma non è vero. Il più scemo è Guofeng, che non sa contare nemmeno fino a dieci e si faceva sempre fregare quando vendevamo le angurie.
Ero stanco delle angurie, stanco di essere considerato lo scemo della mia famiglia. Una sera, invece di tornare a Tiaoshan dopo aver venduto solo sei angurie, sono andato alla stazione e sono salito di nascosto su un treno. Dai discorsi degli altri passeggeri ho scoperto che andava a Shanghai.
Alla televisione si parlava sempre bene di Shanghai. Tutti quelli che vivono a Shanghai diventano ricchi e hanno una vita interessante. Il mio treno stava andando proprio lì. Sarei diventato ricco e avrei potuto aiutare la mia famiglia a vivere bene. Ero felice, mentre mi nascondevo sotto il sedile per non farmi trovare dal controllore.
Il treno arrivò a Shanghai una sera d’estate dieci anni fa, era estate faceva caldo e pioveva, pioveva e c’erano fulmini in cielo che non avevo mai visto così da vicino. Non avevo soldi, rimasi a dormire sotto una tettoia dietro la stazione. C’erano tante persone là sotto. Arrivavano da altri villaggi e altre province che non avevo mai sentito nominare. Oltre a Tiaoshan non conoscevo molto la Cina. Anche loro volevano cercare lavoro a Shanghai. Alcuni dicevano che c’erano tanti cantieri in città, sicuramente lì c’era bisogno di braccia. Molti avevano parenti che già avevano fatto quest’esperienza e che riuscivano a mandare a casa un po’ di soldi. Anch’io ho pensato che potevo provare.
Shanghai era bella, con tutte quelle nuove costruzioni e tutte quelle luci. Mi piaceva tanto e presto imparai a usare la metropolitana che era stata inaugurata da poco, e a usare le scale mobili.
Trovai un posto in un cantiere, costruivano un palazzo, mi pagavano15 yuan al giorno, non avevo mai visto tanti soldi tutti insieme a Tiaoshan. Dovevo portare mattoni e sacchi di cemento, erano pesanti, ma non era un problema perché ero abituato a spostare le ceste di angurie. Dormivamo in otto in una baracca piccola piccola. Cominciai a imparare i nomi di altre città cinesi e a capire da dove venivano i miei colleghi.
Cominciai a leggere libri e riviste, imparai qualcosa di come funziona il mondo. Ogni tanto telefonavo a casa per dire che ero ancora vivo. Avevo fatto spaventare i miei genitori, quand’ero scappato. Non sapevano come avrebbero potuto continuare senza le mie braccia.
Io non sono pazzo. Mi chiamo Wang, come tutti gli abitanti del mio villaggio. Sono a Shanghai da dieci anni, scrivo e parlo sgrammaticato, e oggi ho venduto la mia società quotata in borsa. Dopo una giornata di nebbia nella calura estiva, guardo i lampi di questo temporale per l’ultima volta dall’ufficio al quarantesimo piano della Jinmao Tower.
Dopo due anni di cantiere mi misi a fare il lustrascarpe. Con gli stranieri sempre più numerosi, era facile guadagnare bene, fino a 60 yuan al giorno, un lusso. Un giorno un uomo d’affari cinese ben vestito venne a farsi lucidare le sue scarpe. Non ne avevo mai viste di così belle, erano italiane mi disse. Cominciammo a parlare, che mestiere fai gli chiesi, mi disse che era nel settore alimentare. Siccome non capivo il linguaggio che usava, mi spiegò in parole semplici che vendeva frutta e verdura coltivate senza pesticidi chimici. In tutta la Cina. Aveva uno sguardo buono. Si chiamava Zhou, era il più grosso venditore di frutta e verdura di tutta la Cina. Gli chiesi se vendeva anche le angurie, ovviamente sì mi disse, ma non era soddisfatto della qualità. Perché, gli chiesi. Perché era difficile renderle saporite, non sapevano di niente. Gli spiegai che le nostre angurie a Tiaoshan erano molto buone, volle sapere come le coltivavamo. Glielo spiegai. Allora lui non mi lasciò finire di lucidargli le scarpe, mi disse solo “Vieni a lavorare con me”. Tre anni dopo quell’incontro ero diventato socio di minoranza del signor Zhou, ed esportavamo con successo le nostre angurie in tutto il mondo. Tiaoshan era diventato il centro di produzione di angurie più importante di tutta la Cina, mio padre era diventato il coltivatore più conosciuto, lo avevano intervistato anche in televisione, però non mi voleva bene perché ero scappato di casa. Un giorno il signor Zhou si ammalò e decise di vendermi la società. Morì il giorno dopo aver firmato il contratto. Non mi dimenticherò mai di lui. In ufficio ho fatto appendere sue foto su tutte le pareti e gli ho fatto dedicare un altare.
Tanti cominciarono a giocare in borsa, non sapevo bene di cosa si trattasse, ma provai anch’io e guadagnai tanti soldi. Allora decisi di mettere sul mercato anche le azioni della società, e il loro valore decuplicò in pochi mesi. I contadini erano contenti di lavorare con noi perché li pagavamo bene, i dipendenti erano contenti perché li trattavo bene, i clienti erano contenti perché i prodotti erano buoni, gli azionisti erano contenti perché guadagnavano. Io lavoravo quindici ore al giorno ma vivevo bene, ero diventato ricchissimo, avevo portato benessere alla mia famiglia, mi ero comprato una villa nella concessione francese, dieci automobili di lusso, un aereo privato, uscivo tutte le sere nei locali più esclusivi e avevo tutte le donne che volevo.
Ma poi mi sono stancato. Non era giusto vivere così. Avevo superato il senso del limite. Pensavo solo ai soldi, ero finito in un mondo finto e gonfiato dove l’amicizia si basa sulla convenienza. Poi mi ha chiamato mio fratello Guofeng, papà sta male mi ha detto, torna a casa, c’è bisogno di te. Ho ripensato da dov’ero partito. Ho capito che era il momento di fermarmi.
Io non sono pazzo, anche se la nebbia estiva di Shanghai fa impazzire. Mi chiamo Wang, vengo sa Tiaoshan, oggi ho venduto la mia società quotata in borsa. Fa caldo, c’è un temporale con tanti fulmini. Domani torno al mio villaggio, in mezzo ai campi. Ora a Tiaoshan si vive molto meglio che dieci anni fa, anche se la vita è sempre dura. Ma almeno i sorrisi dei trentacinquemila Wang sono ancora sinceri e caldi, i loro valori semplici ma solidi. Ho deciso, cercherò là una moglie, mi farò là una famiglia. E farò qualcosa per aiutare quelli che partono come avevo fatto io, senza sapere cosa andranno a fare. Solo mio padre non è d’accordo. Sta morendo, mi ha telefonato poco fa, spero di arrivare in tempo per salutarlo l’ultima volta, mi ha detto che se smetto con questo lavoro sono tutto scemo, come lui ha sempre pensato. E’ mio padre, gli debbo comunque rispetto.
Domani mattina il treno parte alle sette. Cuccetta rigida. Per ricordare un viaggio di dieci anni fa.
Dedicato alla “floating population”. Sono milioni le persone che ogni anno cercano di spostarsi dalle campagne a Shanghai e nelle città più importanti della Cina, in cerca di fortuna. Devono vivere di espedienti, fare lavori massacranti, privi di qualsiasi tutela. A qualcuno prima o poi capita il colpo di genio, o l’occasione della vita. Alla maggior parte si prospetta una vita di sacrifici enormi, lontano dalla famiglia che rivedono una volta all’anno o forse meno. Ma nessuno di loro si dà per vinto.
Tiaoshan è un luogo immaginario. Tutte le persone citate nel racconto sono inventate.
Stefano Bona
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