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Bella Napoli
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25 giugno 2007

di Claudio Canzonetta

 

Però avevamo costruito tutto sulla sabbia... apposta, forse, per metterci a tiro dell'onda, per la tentazione di prendere ancora il largo, per annegare una volta per tutte, per avere il viaggio ancora a portata di scarpa, per finire eternamente perduti.”

Puzza di cipolla.
Detestava quando una sconosciuta gli si avvicinava e se aveva mangiato pesante allora rischiava veramente di procurargli una crisi di nervi.

La mediocre signora che si credeva una attraente ragazza si faceva sempre più vicina durante la conversazione. I motori coprivano il soggetto, si parlava a caso, oscurati dal risucchio delle ali che maciullavano nuvole.

 

A caso, per dare fiato alle cipolle.

Provocatoria, insinuava allora una mano sotto il cappotto, infilandogliela sottobraccio. Stringeva. Paura dell'aria? Non sembrava proprio, ma la motivazione di quell’approccio da geisha non era al primo posto nei suoi pensieri. Era stato un lungo e faticoso viaggio: gli aeroporti avevano sfilato in lenta processione, una inesorabile decadenza verso la pista di atterraggio. Gli pesavano i chilometri accumulati, come a piedi. Una catasta di volti e biglietti da visita. Sentiva le unghie avvinghiarsi sul maglione, e tutto quello che riusciva a domandarsi, la questione ultima di quel percorso non poteva che essere: ma che cazzo ha inghiottito questa, una camera a gas?

Il meeting era finito prematuro. Gli altri manager si erano avvicinati baldanzosi e balzellanti, ammiccando al karaoke. Non era serata questa, stasera no. Una doccia magari, per scrollare il viaggio dalle spalle.
Le camere di albergo dopo qualche tempo si assomigliano tutte. Sono fatte in modo che si indovini a senso dove trovare l'asciugacapelli, il cognac o i preservativi. La standardizzazione globalizzata: una insignificante e stereotipata monotonia.

Il biglietto di buona notte sul piumino rimboccato a triangolo lo irritò particolarmente. Si risentiva risentendosi, gli sembrava di aver già fatto, già dato.

Prese un'aspirina e un ascensore, per il 25simo piano. Quattro cameriere si inchinarono all'apertura della porta, imbarazzandolo, demotivandolo. L'una conduceva al Romantic Bar, l'altra indicava alla sauna, poi la sala giochi, mah jong, ping pong e toilette. Girò due volte quel labirinto di porte, incrociando sorrisi, urla di trionfo e bambini che si divertivano a nascondersi nei montacarichi.
Cedette infine: fu accomodato nel Friendly Chat Bar.

* * * * *

 

Un signore alto di umore strano stampato sul muso fece capolino nella sala. Era stata una settimana lunga: la sera prima un gruppo di alcolizzati dalla capitale l'avevano costretta alla rovina, era finita abbracciata al water. La serata era iniziata lenta ma decisa. Non voleva strafare: si teneva sulle sue, era all'inizio d'altronde, ma la sala era quasi vuota e sapeva cosa le aspettava. Lo sconosciuto si guardò attorno più volte. Sembrava cercasse una risposta, uno scintillìo negli occhi, un invito a rimanere. Aveva nello sguardo lo stampo del solitario e in testa diversi peli bianchi, dovuti più al vizio che all'età. Era molto alto, per essere cinese: forse era di Harbin, la sua città natale. Era però vestito troppo di buon gusto per essere un bifolco del nord. Gli anni di viaggio lo avevano di certo snaturato.

Esitò per un attimo: stava per imboccare la porta da cui era entrato. Poi sembrò tirare un sospiro di rassegnazione. Fece per sfilarsi il cappotto.

Il cameriere lo avvicinò al banco. Sapeva il mestiere: i tavoli a centro sala erano solo per gruppi da tre in sopra, quelli che avrebbero ordinato una costosa bottiglia di Remy Martin XO da mischiare col tè verde; i fronte palco andavano per lo spettacolo, ma sarebbe cominciato solo molto dopo e non si deve far aspettare un cliente. No, aveva fatto la scelta giusta: i solitari stavano per il banco, una striscia di mogano lunga con sgabelli sui due lati, proprio di fronte all'entrata. Era il posto meno chiassoso, adatto per una "amichevole chiacchierata". Sul lato con spalle al palco erano schierate loro, le hostess. Troppo poche per un albergo a cinque stelle e una di loro addormentata sulle braccia.

Il cliente le sedette vicino. Chiese il menù e ci si immerse dentro. Sembrava contrariato. Palato di classe. Ordinò un’etichetta nera on the rocks, che rimandò indietro due volte perché non bastava di cubetti. Abbozzò un sorriso. Timido? Toccava a lei il primo passo.
"Serata dura, eh..."
Assentì.
Odiava i clienti difficili. Ma la intrigavano a loro modo. Prese ad osservarlo ma solo di traverso, maliziosa.
"La tua amica sta male?"
Pesante accento meridionale: Hong Kong, di sicuro.
Guardarono entrambe in direzione della ventenne accasciata sul banco.
"Non è una mia amica, non ci ho mai parlato, lavora qui anche lei. Credo abbia bevuto troppo."
"Ah, tu ci lavori, qui"
"Si, ma solo per una decina di giorni. Studio all'università del Zhejiang. Adesso non ci sono corsi, per la festa di primavera, allora mi faccio qualche soldo, visto che non posso tornare a Harbin"
"E' un lavoro duro, però. Sei sicura di riuscire a bere al passo con i clienti?"
"Beh, non sono una gran bevitrice, però non è obbligatorio sbronzarsi. Basta far stare allegri i clienti e bere qualcosa per guadagnare, ma senza ingordigia. La salute è importante."
"Hai un crocifisso al collo..."
"Si, sono cristiana."
"E non... dico, lavorare qui non..."
"No, non c'è problema! Questo è un posto di classe, pochissimi allungano le mani, e ci sono i buttafuori, comunque."
"Che strano. Sai, a Hong Kong non esistono questo tipo di hostess. La gente trova ridicolo venire a pagare da bere ad una che viene pagata dal gestore per farsi pagare da bere! Suona un po' come una truffa!"
"Si, lo so. Però funziona. Guarda quante hostess ci sono: incrementiamo le vendite di una buona percentuale, e il gestore è contento, perchè ci paga solo per quello che beviamo"
"Davvero? Allora prendi qualcosa. Non voglio farti perdere tempo"
"E io non voglio farti buttare soldi. Sul serio, non c'è bisogno. Mi stai simpatico e non mi dispiace una chiacchierata"
"Insisto".

Mentre ordinava una cola per tagliare il whisky, troppo violento per una studentessa, cominciò lo spettacolo. Una cinquantina di ragazze improvvisarono balletti, cantavano o sfilavano, semplicemente, tutte con il numero appeso alla cintura, bene in vista.
Le piaceva questo vissuto signore: forse era il fascino della grande città, del forestiero. Si era lanciata in una conversazione ardita, su ciò che conosceva meglio, il marketing. Lo stava perdendo però con quelle lunghe tirate tecniche, anche perchè ostacolata dal frastuono della pista.

"Che cosa ne pensi dei massaggi in questo posto?"
Era quello a cui mirava?
"Beh... Non sono mai stata, ma dicono siano molto... rilassanti, soprattutto dopo una sauna."
"Ma sono massaggi... veri? ... professionali?"
Fece fatica a nascondere l'imbarazzo.
"Ti ho detto, non sono mai stata. Ma conosco un posto, una SPA molto professionale in Fuzhou Road."
"No, credo proverò quella dell'albergo, non ho voglia di uscire. Grazie della compagnia".
Rimase sola a fissare la porta. Continuava a domandarsi se fosse una persona incredibilmente ingenua o l'avesse in qualche modo presa in giro. Le saliva alla mente l'immagine della sauna alberghiera, delle luci basse, color sangue, le camerette con le sbarre per appendersi al soffitto e le sputacchiere, e rabbrividì, toccandosi il crocifisso.

Voleva convincersene: gli uomini son tutti uguali, era quello che voleva.
Eppure le restava in bocca l'acido di un avvertimento mancato, la colpa di corruzione verso uno sguardo amico. Le venne voglia di rincorrerlo, salvarlo!

Ma la chiamarono, e si ritrovò con due colleghe a farsi offrire Veuve Clicquot per il resto della lunga nottata.


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