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Il nuovo ponte è quasi ultimato, verrà aperto fra poco. Trenta chilometri e più. Cominciato tre anni fa. Tre anni, non trenta.
Foto e testo di Stefano Bona
Se ne parla da tanto tempo, credevo fosse una leggenda. Oggi ho un paio
d’ore di tempo e chiedo a Sharon di portare il mio collega Angelo e il
sottoscritto a vedere che la leggenda è invece un fatto concreto.
Sharon, nome inglese di Hu Jingmei, è la proprietaria di un’azienda
nostra fornitrice.
Abbiamo appena concluso un buon affare e sembra
davvero felice. Lavora sedici ore al giorno, è sposata e ha un figlio
di cinque anni.
Almeno, oggi ha un figlio. La volta scorsa aveva una
figlia. Ogni volta che incontro Sharon suo figlio cambia sesso, chissà
se un domani lo/la conoscerò e scoprirò la verità. Intanto devo
accontentarmi di quello che mi racconta lei, e di ammirare la
naturalezza non comune con cui porta la sua dentatura equina, i baffi,
l’abitino di jeans a strisce blu e azzurre, le calze di nylon rosa che
le arrivano alla caviglia e le scarpe gialle a tacco basso.
Saliamo sulla sua nuova auto giapponese appena ritirata dal
concessionario. Angelo, perfido, si esibisce in una fila di
complimenti, dice che le donne al volante sono più brave degli uomini,
sono prudenti, guidano con coscienza. Sharon sorride, ringrazia,
ingrana la marcia, l’auto fa un sobbalzo indietro e va a sbattere
contro il muro del capannone. “Sto ancora imparando a usare il cambio
automatico”, spiega. Spinge avanti la leva del cambio, accelera e
questa volta l’auto si muove nella direzione giusta. Dietro di noi, un
gran frastuono. Abbiamo perso il paraurti.
Strada facendo, ci fermiamo a comprare qualcosa da mangiare in un
negozietto che vende prevalentemente cibi scaduti un mese fa e ha il
pavimento appiccicaticcio. Il proprietario ci scruta con interesse, non
capisce come mai siamo lì. Facciamo scorta di biscotti e bottigliette
di tè, risaliamo in macchina, andiamo a sbattere su un paracarro
perdendo anche il paraurti anteriore e finalmente, così bilanciati,
possiamo ripartire.
Sharon accende il lettore di compact disc e gli altoparlanti cominciano
a diffondere una musica new age che un minuto dopo cambia
improvvisamente in una interminabile compilation di disco music. La
parte interessante arriva quando una voce metallica si mette a
strillare in italiano “ho voglia di mangiare/pizza margherita/pizza
marinara/pizza pazza margherita”. Incrocio lo sguardo del collega, ci
scappa da ridere. Mentre fuori dal finestrino, intorno a una strada
deserta delimitata da due file di pioppi, scorre un paesaggio piatto,
la musica degenera: ora un coretto femminile canta “Ollellé ollallà /
faccela vedé / faccela toccà!”. Angelo ha un attacco irrefrenabile di
riso e sprofonda sotto il sedile. A me scappa una risata talmente
fragorosa che Sharon si spaventa, sbanda e per poco non va a finire su
un pioppo.
Dopo mezz’ora di viaggio, la strada si infila in un canneto, per poi
finire in un parcheggio in terra battuta, all’ombra di un argine senza
inizio e senza fine. Siamo arrivati. Il mare sta dietro l’argine, e il
ponte in un angolo del mare. Almeno, così crediamo. Arriva un piccolo
motocarro, scarica una quindicina di persone che si dileguano in una
manciata di secondi. Motociclette di varia natura ed entità sono
parcheggiate in bella mostra. Quattro anziani seduti sotto un
ombrellone, di fronte a un chiosco, ci studiano con lo stesso interesse
del negoziante di prima. Uno di loro ci saluta in giapponese, un altro
gli fa eco con uno stentoreo “Hello!!”, a cui rispondiamo educatamente
“Ni hao!”. Grandi sorrisi, poi noi passiamo oltre. Dietro le spalle
sento i quattro confabulare:
“Cosa vuol dire ‘hello’?”
“Significa ‘ni hao’.”
“Ah.”
“Proprio così.”
Sono contento per la giornata finalmente calda e azzurra, l’ideale per andare in spiaggia.
“Com’è il mare qui?” chiedo a Sharon mentre ci arrampichiamo sull’argine.
“Oh, non è bello. Non si può fare il bagno. E poi non c’è più.”
“Come sarebbe a dire che non c’…” quando arrivo alla sommità dell’argine, mi muoiono le parole in bocca.
Davanti a noi, effettivamente, si vede solo una distesa d’erba e fango.
Di mare, neanche una goccia. Eppure la carta geografica colora questo
punto d’azzurro, questa è la costa, come può essere scomparso il mare?
“Colpa del caldo, ha fatto evaporare l’acqua…” spiega tranquillamente Sharon.
“Ma… il riscaldamento del pianeta non dovrebbe far aumentare il livello
del mare?” ribatto pensando alle teorie sull’effetto serra lo
scioglimento delle calotte polari la scomparsa di alcune isole
l’estremizzazione dei fenomeni atmosferici, mentre Angelo si toglie le
scarpe, scende di corsa verso il fango, e ci si butta dentro con la
gioia di un bambino.
“Anche prima non era granché”, mi risponde Sharon senza rispondere,
“l’acqua era gialla e torbida. Però adesso qui si allevano ottimi
granchi!”.
Rinuncio a capire per non impazzire, ma non è facile.
Scendiamo anche noi dall’argine e ci spingiamo fin dove la terra è
asciutta. Alla nostra sinistra il ponte si allontana dalla costa (se
così si può chiamare) per scappare verso l’orizzonte, appoggiandosi su
una selva di colonne. Di fronte a noi, in lontananza, alcune barche
riposano per sempre in mezzo al nulla, a testimonianza di un passato
più acqueo di oggi. Più a destra c’è un pontile, a cui è attraccato un
battello con la chiglia affondata nel fango. Abbondano le coppiette e
le famigliole che scattano foto sorridendo davanti a questo monumento
surreale. 
“L’hanno lasciato come ricordo.”, dice Sharon. “Poi per un certo
periodo abbiamo usato lo hovercraft, con cui si poteva arrivare fino a
Shanghai. Ma anche quello adesso è inutilizzabile, con un terreno così”.
“Hai visto? Hai visto? E’ pazzesco!! Uuuuuhhh!!!” urla Angelo correndo
a torso nudo, mentre gli altri visitatori pensano lo stesso di lui,
scambiandolo probabilmente per una nuova attrazione.
E’ ora di rimetterci in marcia, se non vogliamo perdere l’ultimo
autobus per tornare a Shanghai. Sharon si offre di accompagnarci alla
stazione e ci dice di aspettarla all’ingresso del parcheggio. Ora il
chiosco è vuoto, i quattro anziani di prima sono scomparsi. Sentiamo un
rumore tremendo di ferraglie sfregate. Finalmente arriva la nostra
amica, a bordo della sua auto. Gli specchietti non ci sono più e le
fiancate si sono ristrette. “Devo farmi l’occhio sulle misure” si
giustifica sorridendo. Che suo marito faccia il carrozziere? Per
concludere la giornata nel migliore dei modi inserisce un altro disco.
Sono curioso di sapere cosa ci toccherà ascoltare questa volta.
Sorpresa. Paolo Conte inizia a cantare “Una giornata al mare…”
Inimitabile Sharon!
Fra pochi mesi entrerà in funzione il ponte che collegherà Jiaxing con
Ningbo, tagliando per una trentina di chilometri attraverso la baia di
Hangzhou e dimezzando i tempi di percorrenza fra Shanghai e Ningbo. A
dire il vero, il ponte arriva in un punto imprecisato fra Yuyao e Cixi
(la questione è assai dibattuta dai rispettivi abitanti), e da lì una
strada a scorrimento veloce lo unirà a Ningbo.
Le persone inserite in questo racconto sono in parte frutto di
fantasia, mentre il luogo descritto è assolutamente reale, come
testimoniano le foto scattate due anni fa. E altrettanto reale è la
colonna sonora, che in seguito ho sentito più volte diffusa anche dalle
radio locali di Ningbo.
Stefano Bona
Visualizzazioni: 1890
1. Scritto da Vicemax, il 04-08-2007 15:34 ciao Stefano, ma dove si trova esattamente questo posto? mi piacerebbe visitarlo |
2. Scritto da Stefano, il 05-08-2007 10:03 Ciao Vicemax, e' fra le citta' di Yuyao e Cixi, 70 km. da Ningbo. Non saprei dirti come ci si arriva, ma quando si e' a Cixi penso basti chiedere informazioni per il Da Qiao... Auguri! |
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