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Dedicato a tutti gli espatriati alla scoperta delle moderne abitazioni cinesi.
di Stefano Bona
Se n’è andato. È volato via. Dopo due anni sono rimasto senza il mio Dragone di Giada.
Con un nome così pomposo, ci si potrebbe aspettare chissà cosa. Tutto, meno il marchio di una lavatrice. Di quelle che qui in Cina sono in gran voga, a caricamento dall’alto e rigorosamente funzionanti a sola acqua fredda. Il Dragone, di un indefinibile colore marroncino, mi aspettava pacifico
nel bagno dell’appartamento che avevo deciso di affittare. Ancora non
immaginavo a cosa sarei andato incontro quando l’accesi per la prima
volta...
Per un neofita delle lavatrici qual ero, i programmi di utilizzo erano incredibilmente semplici e intuitivi. Poca acqua, Mezza vasca, Vasca piena; Durata normale (20 minuti), Risparmio (10 minuti), Lunga durata (mezz’ora). Con la possibilità di prolungare il bucato di ben dieci minuti. Detersivo in polvere e ammorbidente da buttare nella bocca del Dragone insieme ai vestiti. Troppo facile per essere vero. Anche se era ben poca cosa rispetto a un’altra lavatrice, la “Cigno Selvatico”, che avevo visto altrove qualche giorno prima, la quale era dotata di un avveniristico schermo a effetto tridimensionale e sia all’accensione sia alla fine del bucato si metteva a suonare con allegria “Jingle Bells”.
Una decina di giorni dopo il primo bucato, divenne evidente che il Dragone aveva la digestione pesante. Camicie irrimediabilmente mangiate, pantaloni stropicciati senza possibilità di restituire loro un aspetto presentabile. Alcuni amici mi spiegarono che in alcuni negozi era possibile trovare reti in cui chiudere i vestiti durante il lavaggio in lavatrice, proprio per evitare che questi si rovinassero. Così feci scorta di reti, lasciando perplessa la cassiera di un supermercato che probabilmente credeva mi volessi dedicare a una battuta di pesca sullo Huangpu, il fiume che attraversa Shanghai, dove notoriamente i pesci “abbondano” e sono “sanissimi”.
Il rimedio si dimostrò efficace, ma non fu sufficiente a risolvere tutti i problemi di stomaco del Dragone. Stomaco che, nonostante la sua potenza devastatrice, si dimostrò incapace di sciogliere il detersivo Gatto Bianco con cui lo nutrivo. Così divennero la norma vestiti ricamati con strisce di sapone bianco essiccato, che non era possibile rimuovere nemmeno con una spazzola, talmente erano ancorate a magliette, camicie, calzini. Nel frattempo venne alla luce un altro problema.
Tutto ciò che originariamente era bianco o di colori molto chiari, a distanza di alcune settimane cominciò a tendere sempre più decisamente al grigio e al giallino. E non c’erano candeggine o smacchiatori che riuscissero a sortire effetti accettabili sui poveri capi che con il passare del tempo assumevano sempre più l’aspetto di stracci (del resto vestiti e stracci sono tutti fatti con pezze di stoffa, è solo l’uso che cambia): l’unico risultato evidente dato dall’utilizzo di queste sostanze fu quello di creare nubi tossiche di composizione incerta nel bagno di casa.
Meglio smettere di giocare al piccolo chimico. Era giunto il momento provare con un rimedio molto più semplice, trovando un modo per riempire la pancia del Dragone con acqua calda prima di ogni lavaggio: forse questo avrebbe ingentilito i suoi succhi gastrici.
Cominciai a riempire d’acqua tutte le pentole che avevo in casa e a farle scaldare sul fornello, ma lasciai perdere ben presto: i tempi erano troppo lunghi, il metodo troppo laborioso. Poi, in un momento di frustrazione, scoprii che il tubo della doccia arrivava giusto giusto alla lavatrice. Avevo trovato la soluzione!
Per mesi il bucato diventò una procedura complessa e affascinante: mettere i vestiti nella rete, buttare la rete in bocca al Dragone, aggiungere detersivi vari, tirare il tubo della doccia fino alla lavatrice, aprire l’acqua calda, riempire almeno metà della vasca, infine accendere il marchingegno infernale.
Ben presto realizzai che i risultati finali erano inversamente proporzionali all’aumento del tempo dedicato ai lavaggi: i vestiti erano sempre più informi e sempre più grigi, lo stesso colore che aveva preso anche il mio umore. Cominciai a sperare che quell’orrido parallelepipedo marroncino si rompesse una volta per sempre.
A furia di gufare, un bel giorno il Dragone si guastò davvero. Ma lo fece in modo cattivo, forse perché aveva intuito il mio odio crescente nei suoi confronti. Semplicemente decise di non digerire più e alla fine di un lavaggio lasciò la vasca colma d’acqua. Ovviamente non aveva nessuna valvola da cui far defluire l’acqua in casi del genere.
Telefonai a Sally Liu, la nipote di Mr. Zhang, il padrone di casa, per segnalarle il fatto.
“Ho capito”, mi rispose, “ne parlerò con mio zio”. Zio che avrei chiamato anch’io, se non fosse stato a Washington, dove viveva abitualmente.
“E intanto io cosa faccio? Dove lo trovo un tecnico che mi ripara il Drago?! Voglio una lavatrice vera!”
“Provo a cercare un tecnico, però oggi è domenica, non credo che verrà ad aggiustarlo”.
“Quindi…?”
“Quindi porta pazienza. Ti farò sapere”.
Presi una pentola, cominciai a immergerla nello stomaco del Dragone, e poi svuotarla nel water. Ci volle un’ora e mezza, fra pentole e bicchieri, per riuscire a completare il lavoro. Poi, per due settimane, non riuscii più a mettermi in contatto con la nipote del padrone di casa, che si guardò bene dal richiamarmi, e tornai all’epoca del bucato a mano.
Esasperato, una sera chiamai Mr. Zhang a Washington, tenendo conto delle dodici ore di differenza.
“Come va a Shanghai?”
“Se lo ricorda il Dragone di Giada?”
“Il che?”
Seguì un dettagliato resoconto di quanto era successo due settimane prima.
“Ho capito” mi rispose alla conclusione del racconto, “ne parlerò con mia nipote”.
“Eh no!” La partita a ping-pong intercontinentale cominciava a diventare irritante.
“Non preoccuparti, ti manderemo un tecnico, poi fra due settimane devo passare a Shanghai e verrò a trovarti, così vediamo cosa posso fare per accontentarti”.
Il giorno dopo mi chiamò un tecnico, dicendo che sarebbe passato l’indomani in mattinata a riparare la lavatrice.
“In mattinata, a che ora?”
“In mattinata.”
Quella mattina non andai in ufficio. Il tecnico arrivò a mezzogiorno. Era un ragazzo di vent’anni, vestito con gessato nero e cravatta, portava in spalla una borsetta che a occhio non poteva contenere più di dieci cacciaviti e una chiave inglese. Gli spiegai cos’era successo e lo portai dal paziente. Dopodiché mi cacciò fuori dal bagno, dicendo che non aveva bisogno di alcun aiuto e anzi gli ero d’intralcio.
Passarono sì e no dieci minuti di silenzio intervallato da qualche rumore inquietante, poi il ventenne uscì dal bagno con un’espressione imperturbabile.
“A posto. Ora funziona, la puoi usare ancora.”
“Cos’era successo?”
“Lo so io. Fanno 10 RMB.”
Almeno ora avrei potuto tornare a lavare in modo più veloce. In attesa del padrone di casa…
Per riuscire a mandare in pensione il Dragone ci vollero altre quattro settimane, numerose telefonate Shanghai-Washington, una sera a cena con Mr. Zhang e famiglia (offerta da loro), un pranzo e un caffè con Mr. Zhang (che effettivamente arrivò a Shanghai nei tempi stabiliti e anzi passò a salutarmi appena uscito dall’aeroporto), parlando della vita a Shanghai, degli affari a Washington, dei grandi magazzini a Hong Kong, del fatto che Mr. Zhang aveva molte amiche sole che avrebbe voluto presentarmi “giusto per fare quattro chiacchiere in amicizia, eh”.
Finalmente, un glorioso sabato mattina, arrivò un omino alto un metro e cinquanta, magro come un chiodo, che cercava di sollevare una pesantissima lavatrice. Una lavatrice vera! Con l’acqua calda!
Staccammo dal drago il tubo dell’acqua, si allagò il bagno. Dopo aver lavorato un’altra mezz’ora con stracci e secchi, finalmente riuscimmo a installare la sua sostituta, che essendo di marca europea aveva un nome decisamente meno fantasioso, ma più rassicurante Ma l’omino non volle portarsi via il Dragone. Chiamai di nuovo Sally, mi chiese di non eliminare la vecchia lavatrice, avrebbe mandato qualcuno a ritirarla.
Parcheggiai il Dragone in corridoio, appena fuori dal bagno. Da lì avrebbe potuto assistere alle performance della sostituta, che in poco tempo restituì ai vestiti un aspetto decente. Passai altri due mesi, in compagnia di due lavatrici. Quando cominciavo a pensare che forse avrei potuto vendere il Dragone di Giada alla Tate Modern di Londra come pezzo d’arte contemporanea, ricavandoci pure un bel gruzzoletto, arrivò un altro omino alto un metro e cinquanta, dicendo che veniva a nome di Sally, per portarsi via la lavatrice. Lo aiutai a spostarla al piano terra, poi lui la caricò su una bicicletta e sparì nel nulla.
Era un sabato mattina di qualche tempo fa. Da allora Sally è scomparsa e fino a oggi non si è più saputo niente del drago meccanico, di cui mi restavano solo tanti ricordi e pochi rimpianti. Pensavo che fosse volato in un’altra casa da affittare. Ma poco fa, ecco arrivare la rivelazione: esposta in un’edicola vedo la rivista “Art Today” con copertina dedicata a Sally Liu e alla “Washing Art” da lei fondata: c’è una foto di Sally, seduta in posa provocante accanto a una lavatrice. E quella lavatrice è il Dragone di Giada.
Ogni riferimento a persone reali è puramente casuale.
Stefano Bona
Altri racconti di Stefano Bona:
Il mare scomparso
Il venditore di angurie
Ritorno a Shanghai 1,2,3
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