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di Claudio Canzonetta
— Oh.
— Eh, che c’è.
— Niente. Tutto bene?
— Più o meno.
— Hai una sigaretta?
— Ah-a.
Enrico la fa apparire con un gesto fluido, sfilandola direttamente
dalla tasca dei suoi denim. Si esercita per due pacchetti al giorno,
portandole alla bocca sempre nello stesso modo: è diventato quasi un
professionista del prestigio.
Le Marlboro morbide, nascoste nel jeans, sono invisibili. Dita rapide pizzicano il filtro con sicurezza, nascondendosi per pochi centimetri all’interno dell’orlo, come se andassero a pescare direttamente in una gigantesca tasca piena di sigarette, miracolosamente intatte. Un trucco ben assestato, una insolita routine che di solito attira la mia attenzione. Oggi ci faccio poco caso.
La gola secca mi blocca le narici. Dicono che i sensi siano collegati. Effettivamente il mio gusto è quasi nullo, mentre sono sordo all’olfatto.
Da stamane è comparso un corpo solido perso dentro me, in una zona imprecisata che mi sembra essere a cavallo tra esofago e faringe, un bolo di saliva o di muco che non riesco ad espellere. Respiro a stento e il dolore che provo quando inghiotto mi ricorda un rumore assordante, unghie infrante sulla lavagna.
Più in basso, all’altezza dello stomaco, ho i crampi.
Ho le vertigini, più in alto, all’altezza della testa,.
Sudo ed allo stesso tempo ho freddo.
Le scapole scricchiolano se le muovo per scrollare le spalle, come fossi rassegnato. Quasi si spezzano se invece le tiro su, come non importasse o come faccio a saperlo io. Quando sto fermo, sto bene però, bene davvero, un torpore stordito.
Adesso mi metto più comodo.
E’ che questo sgabello è un po’ duro.
O forse sto seduto da troppo tempo.
Ho perso il conto dei minuti ormai.
Enrico spegne la cicca, la stessa o la quinta, non lo saprò mai.
Sembra intuire quello che penso.
Si dilegua.
La febbre, sdegnosa signora, calda vertigine, si è innamorata di me e mi attanaglia in un orgasmo da togliere il fiato. Il mio fiato, il suo orgasmo. Non mi diverte affatto.
Fa caldo qui, queste quattro pareti ospitano troppi occhi.
Ho come l’impressione di essere osservato.
Quelle due ragazze, ad esempio, sembrano innocentemente intente in una conversazione tutta fatta di risolini, di battiti di ciglia, eppure giurerei si siano voltate nella mia direzione, a turno, a intervalli regolari. Stanno confabulando qualcosa, dietro i loro sorrisi c’é una trama sottile e precisa, sotto le loro gonnelle si nasconde sangue, un urlo forse. Mi stanno spiando, ne sono sicuro. Ricordo la più piccola di loro, con le treccine, sono sicuro di averla vista già, da qualche parte.
Là dietro, quel finto giornalista con gli occhiali, scribacchia su un finto quadernino delle finte note convulse. Ha un auricolare nell’orecchio destro, piccolo, ma non abbastanza per cui non lo scorga. Qualcuno gli sta dando indicazioni e lui registra i miei movimenti. Mi stanno analizzando, sezionando. Sento una riga di sudore solcarmi la schiena, spaccarmela in due, dipingersi sulla maglia.
Contro i piedi, un rumore sordo e metallico attira la mia attenzione. Altri occhi, dentro una grata. C’è un passaggio per un sotterraneo, proprio sotto di me. Incassata nel pavimento, una porta di ferro a due ante, con una griglia, nasconde un uomo che si lamenta per uscire. Mi tiro stancamente in piedi, per lasciarlo passare. Quasi immediatamente me ne pento.
Quel tatuaggio! Un serpente intrecciato sul bicipite! Lo riconosco: è il simbolo di una delle più potenti triadi del sud! Nonostante la cresta e la catena, il disinvolto stile pankabestia pechinese, è sicuramente qui per me.
Il silenzio ghiaccia la stanza di un colpo. Rintocca come una percussione il piccolo orologio appeso alla parete più lontana. Alza il muso lentamente, lo scolla dal pavimento. Mi guarda fisso, adesso. Accenna un ghigno, scopre i denti marci. Con lo sguardo in un movimento parabolico e ossessivo tocca lentamente tutti i presenti, li tritura. Poi mi si inchioda a dosso.
Sto perdendo la vista, la nebbia avvolge i tendini e le cartilagini, peso metà di prima. Mi stanno braccando, devo scappare, sottrarmi all’agguato. Combatto per non svenire, voglio rimanere lucido, guardare in faccia i miei nemici!
Da dietro mi afferrano, una voce mi sussurra: “è l’ora”, due braccia incrociano le mie vicino al petto e mi sollevano. Sento le gambe scollarsi da terra.
Un lungo cunicolo stretto si snoda all’esterno della piccola camera gremita.
Sento delle urla, dei gemiti attutiti dalle spesse mura.
Un’intera folla di perversi, arroventano le voci confuse.
Aspettano me, sono qui per vedermi in ginocchio, distrutto.
Cerco di oppormi ma la presa si fa più stringente, non mi lasciano andare.
Costretto verso il mio destino.
Gli occhi mi stanno uscendo dalle orbite, brividi di delirio preannunciano l’elettroshock, una sensuale tortura dei sensi, appena qualche porta da me.
Torna la memoria.
Sono già stato qui!
Conosco questo posto!
Adesso so cosa devo fare: posso ancora lottare e riuscire a venirne fuori.
L’uscita, in fondo al corridoio, mi confronta, sembra sfidarmi.
Pesanti tendaggi bordò schiacciano i movimenti orgiastici all’esterno, ma i suoni attutiti si fanno più pressanti, li sento avvinghiarsi alle mie budella.
Devo aspettare, non perdere la concentrazione.
Colpi secchi di circolazione mi percuotono le tempie, li inalo e li mastico, accelerandoli. Ipersensibile, la pelle si arrossa per la presa sulle braccia: ma è all’erta, fremente.
Un momento ancora, solo un altro passo.
Solo un passo, poi i miei bodyguard lasceranno la presa e con un salto salirò sul palco per fare storia.
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