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Da Marco
Hong Kong Beatz Stampa E-mail
03 agosto 2007

di Claudio Canzonetta

 

Tonino Baffettino si avvicina con fare modesto e mi porge con cautela la lista dei cibi e degli alcolici. Sono in una notte di spurgo, quello solitario, quindi passo il manuale bordò a sinistra e mi solletico con una mediocre bottiglietta di acqua Panna, liscia come la coscienza, così piace alla mamma.
Alla terza salsetta le narici si dilatano a comando. Il pasticcio di spinaci esalta la musica: loffia, pesante, indiana. Le tabla mi fanno sempre lo stesso effetto. Alcuni la chiamano ipnosi, altri nostalgia.
Arriva il fritt-essert e stranamente mi pulisco la coppetta, lustrando con abbondante mancia la mano del mio nuovo amico, Baffettino, che sorride ad arcobaleno. Mi formicolano le papille e le innaffio di Panna.

Vago, vado. L’importante è non fermarsi. Battere la strada finché è calda. Acquisto caramelle al peppermint e un’andatura barzotta, molleggiata. Mi rilasso sotto le insegne vietnamite, un passo avanti e tre di lato, fischiettando un motivo decadente. Tutta mia la città...
Sono un alieno, anche se non me l’hanno ancora ufficialmente decretato: devo ancora procurarmi la BR, la registrazione comunale, non le bombe carta.
Tre passi avanti e uno di lato. Miglioro.
Mi fermo solo per annotare sul taccuino, ma le caviglie stonano.

La baia è maleodorante e cattiva, intontisce coi suoi palazzi, dà il maldistomaco con i suoi pesci marci, che sputano in gola passando dalle scappatoie delle autobotti. Un trilione di musi in giro, molti ingonnellati; non abbastanza giallo, però, almeno per quanto ci si aspettava.
Ho segretamente decretato di uccidere il sarto pakistano all’incrocio di Mody Road: comincia a superare il grado dell’invadenza e a sfiorare lo stupro.

Le tabla mi hanno stampato in faccia l’ebetismo di qualche sera prima, a qualche metro e litro più in alto: Knutsford Steps degli “inseguitori”, all’assalto del bancone prelibato, metallico, poroso, coatto di raffinatezza austera. Riflettevo sulla sua superficie e sulla schiuma che non tutto l’oro luccica e che quanto mi piace il giallo, anche se è stampato in rotocalco.

Il mio appuntamento è in ritardo, mi viene voglia di smettere di lavorare e ricominciare il giro, ma solo per arrivare al prossimo spurgo da Baffettino.
Le case, pelose, mi incrociano gli occhi in mezzo ai grattacieli.
Scappare bisogna! Al Rifugio! All’insipienza! Al Lan Kwei Fong!

Sulle prime mi spaventava il fatto che si potesse telefonare anche sulla metro. Poi uno sconosciuto mi ha spiegato che il segnale perpetuo, in ogni zona della città, incluso il sottosuolo, è un modo per sfruttare appieno i cinque giorni di lavoro e mezzo alla settimana. Nessun dipendente buontempone potrà sparire alla ricerca cellulare!

Non credo ci sia bisogno di spiegarlo al pakistano di Mody Road...

E’ il carnevale!

Tamburelli di genti si incrociano i pennacchi lillà, quattro travestiti sfoderano le loro tette finte nel primo orgoglio made in HKSAR. E le sirene, i tacchi alti, il sudamerica, la revolucion! Son sempre belle le maschere, perché svelano più di quanto nascondono, rivelano mondi interiori, stadi di perversione, schianti e tremiti, formiche e mandracole. Qualcuno scambierebbe dollari per un cuoricino al fosforo da attaccarsi al petto. Preferisco buttarli dentro un cubicolo Thailandese, mi sfondo di insalata di mango, ma lo spurgo comincia a scemare, cedendo il suo succo di cocco al mio di fronte sventurato carnascialesco compare.

Passo oltre. La danza, i balletti arrotolanti, quelli lascivi, di strada e da bar, troppe mani appiccicate. Mani che scivolano, che cinguettano liscezza, sulle scollature, sulla revolucion!
Il carnevale delle genti, che rappresenta il mondo e i ponti, le metropolitane. E’ l’incrocio di culture, è sbavare la propria storia di sangue occidentale, è la contaminazione, il coagulo, la differenza. Tutti i festival e i concerti, insieme ai ristoranti, propongono la fusione, lo scontro dei mondi, quello nostro e quello loro. Li vedi contenti di parlare inglese, li vedi appagati mangiare giapponese, li vedi vantarsi di scopare francese. I gay l’hanno capito: trovare l’orgoglio, trovarsi dentro il carnevale, perché la diversità è già nello sfoggio quotidiano, senza finta modestia, smodatamente evidente. Al collasso...
Onore al prisma, onore alla confusione.

Il tempo sfugge, incide le sensazioni e sottrae ricordi. Vivo con loro, adesso, in un cielo senza tempo, fatto di microclismi, di attitudini e distorsioni, fatto di zuppe, di specchi, di disegni laminati.

Non c’è colonna sonora per i miei nuovi brividi.
Solo il riparo della nuova stanza d’albergo, un tavolo e le parole.
Schermate da tante e tante ore di impegno quotidiano.
Le parole, musicate dai colori del crocevia.


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