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Non ho mai avuto il privilegio di pedalare. Almeno in senso culturale. Pochi bianchi, forse solo qualche danese che impenna sotto la neve di
Københaven o magari un manager del triveneto, novello Bartali camicia
sudata e canotta appiccicosa nel quotidiano sprint verso lo
stabilimento, possono affermare altrimenti. Per quanto mi riguarda,
quando spronato (costretto?) dal vicino di casa in completo da mountain
bike, tutto ciò che riesco ad ottenere da una bicicletta è un dolore
diffuso sul rene sinistro oltre ad un vago senso di sterilità
incombente che scoraggia gambe e spirito. Allora mi limito ad
osservare, a guardare con misto terrore e invidia le figure sfocate in
caschetto e culottes. E in Cina ho imparato una cultura, fissando chi
pedala: un’intera società si articola a partire da una bicicletta.
Già nei termini, i cinesi rivelano una sensibilità ed un gusto introvabile altrove. “Andare in bicicletta” si dice in mandarino “cavalcare il carro che si muove da sé”. Tralasciando ora il banale paragone bici-cavallo (anche in italiano chiamiamo “sella” il pezzo di plastica a cui delicatamente giustapponiamo le terga), mi soffermerei sulla poeticità del termine “bicicletta” in cinese: evidentemente sfiancato dal risciò e bramando senza speranza un animale da tiro, il nostro povero giallo deve aver trasecolato alla vista di un “carro” che non solo non va né spinto né trainato, ma che garantisce addirittura una postura seduta col massimo del comfort nello spostamento! A partire dalla diabolica bellezza di questo mezzo che si sposta “di per sé” una volta instradato, i cinesi partorirono un’intera società fatta di piste ciclabili (affollate e pericolose come un tour nella terra dei Wa), meccanici (su tutti i marciapiedi, seduti, con in mano un cacciavite ed un foglio di carta con su scritto “aggiusta-bici”), ed una selva di alte, piccole, scassate, professionali biciclette.
Si organizzarono proprio tutti, a partire da allora. Per fare economia tutte le biciclette in Cina vennero munite, innanzi tutto, di una pratica estensione sul retro, molto simile al nostro portapacchi, ad uso delle signorine che di traverso vi si seggono; i pargoli, invece, possono essere teneramente accomodati sul cestino anteriore, attenzione però, non più di tre, che si rischia di sbilanciare il biciclo familiare. Le sessantenni in gonna lunga maturarono una perfetta tecnica da semaforo: calate a terra rapidissime allo stop, sarebbero ripartite al verde con piede sinistro incollato su pedale, torsione del busto di quarantacinque gradi all’indietro, due colpetti col destro all’asfalto e oplà, al volo, agilmente in groppa e lanciate sul portentoso veicolo. E senza sgualcire l’abito! (poco in considerazione, in questi casi, è tenuta l’esposizione delle pudenda, ma non si vorrà chiedere troppo a queste simpatiche nonnine) Chi condivide o compera usata una bici, poi, ha il problema igienico di una sella spesso sporca o ridotta alla spugna. Dopo una lenta elucubrazione il popolo ha decretato una soluzione perfetta: si stende sul sellino un foglio di nylon molto sottile, che ha il vantaggio di isolare macchie e cattivi odori. Tale isolamento, però, avviene anche in zona coccige, causando caratteristiche chiazze sul dietro pantaloni, simbolo indiscusso di appartenenza ciclistica in Cina. Da notare come il nylon sia solitamente impiegato in Cina per apparecchiare i tavoli dei ristoranti, in modo da preservarli dal cibo e dagli ossi sputati dai molteplici avventori: mi esalta, lo confesso, riflettere sull’estrema praticità del cinese, che decide di utilizzare lo stesso materiale plastico per contenere rifiuti orali e anche scarti di altro genere in zone meno elette, senza alcuna inibizione! Se parliamo di business, da bravi i cinesi si sono attrezzati con i ciclo-taxi, i ciclo-risciò e le bici da trasporto, che riescono a traslocare un intero appartamento in un unico viaggio, usando calcoli di bilanciamento carico elaborati direttamenti dagli armatori americani del porto di Shanghai.
Anche lo stato partecipa alla follia: per tassare e poter in seguito multare tutte le biciclette della Cina, è stata inventata una ciclo-targa che costa ben 3 RMB (30 eurocent circa), obbligatoria. Sempre a proposito di prezzi, una bici nuova a Pechino costa circa 150 RMB (15 euro), usata si trova fino a 80 RMB (8 euro). Questi prezzi sono però soggetti a variazioni, in quanto lo stesso negoziante di zona si ingegna di “recuperare” le bici appena vendute, per poterle girare in seguito alla bottega del quartiere vicino e costringere così lo sventurato ciclista ad acquistarne un’altra, pagando in definitiva il doppio del prezzo originale all’ingegnoso lestofante. In ogni caso a buon mercato, lo si deve riconoscere.
Negli ultimi tempi – ahimé! – le strade del Mondo di Mezzo sono meno intasate dalle due ruote. Sarebbe di poco gusto criticare in questa sede il passaggio barbaro dalla bici al tassì o alla macchina privata, con conseguente aumento di ingorghi e inquinamento. No, preferisco attirare l’attenzione su un problema che reputo di ben più difficile risoluzione: una volta convertita la “società delle biciclette” in “società degli autoveicoli”, che cosa ne faremo della massa di due ruote inutilizzata, degli scheletri di questi destrieri ormai senza condottiero? Propongo, attingendo alla storia di questo stesso popolo: amici cinesi, abbandonate ogni indugio e preparatevi a fondere tutte le bici per tramutarle in sputacchiere e cominciare così un secondo e ben più proficuo balzo in avanti!
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1. Scritto da handik, il 27-08-2007 12:05 questo contributo è stato scritto nel maggio 2004. alcuni dati ivi contenuti, quindi, potrebbero non essere aggiornati o del tutto attuali. Claudio |
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