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di Claudio Canzonetta
Il fresco della mattina, quello allergico che punge e purga, che ammala
di passione, lo sguardo all’orizzonte e le palpebre cadenti sulle
cinque giravolte che le lancette hanno capriolato attorno al 12. La
sensazione di scandire il tempo, di bloccarlo, di viverlo. Il cielo è
apparecchiato, una tovaglia da lavorare all’uncinetto. Respirare fa
rientrare lo stomaco e rimesta il sangue marcio. Quasi non ci si
accorge dello strato di sporco che protegge le pelli.
Il villaggio si scopriva dal di dietro, inaspettato, come una pugnalata. Si infilava dentro cunicoli, sotto la motocarrozzella che mangiava polvere e ruggine. Albeggiavano case di mattoni, accatastati col sudore delle braccia, mentre uno stormo si portava via l’ultimo ottavo di luna morente. Il fieno era ancora lungi dal lacerare lo spesso strato di terra ghiacciata, amara, sterile.
Il silenzio era una benedizione: ispirava i ricordi, immaginava le genti che avrebbero battuto quegli sterrati familiari. Era uno spreco sporcarlo di motore, di benzina e fumo, ma ci attanagliava l’impotenza, l’atterrimento da strada, quello che basta che sia, basta che si va. E toccava andare, sorpassare i pollai, dimenticare i cerchioni di ferro rosso nelle cunette, lasciarsi indietro cespugli e tetti, le storie dormenti di una dinastia, di un pugno di famiglie che da generazioni si erano incrociate, producendo un nugulo di carte di identità con lo stesso cognome.
Guidava sicuro, il bruno al volante. Schivava i ciottoli e i maiali, ma non riusciva a scacciarne il fetore. Le abitazioni popolari si legavano, cominciavano a delineare un’idea di comunità. Era il centro, la vita, che di lì a poche ore ne avrebbe sprizzato il mercato, la carne sui banchi (ma senza mosche sopra, ché il freddo le scacciava), i bambini, gli scoppietti.
La via principale era contornata di mura asimmetriche. Un lavoro quasi escheriano di calce e blocchetto, labirinti incastrati tra un dipinto scaccia spiriti e le pudenda della cloaca pubblica, che vorace si faceva sentire, voleva essere notata, a forza di scatarri, mal di stomaco e spurghi puzzolenti.
Proseguivamo a stompi, sforzi e scossoni, lungo una muraglia, ben lontana da quella di diecimila volte un chilometro. Eppure anch’essa, minuta, mi ricordava di salite amare, della lotta contro la stanchezza, dell’ascesa per il panorama. E mi ricordava dei colpi di reni, passo contro passo, bastione dopo bastione, quando viene voglia di lasciarsi andare, ma in corpo ancora la febbre della scoperta, e si va su allo stremo, all’ultimo goccio, incontro al tramonto.
Alcune case sembravano di benestanti. Esisteva dunque un sindaco di quei villici? Una giunta forse? Magari dei possidenti, grandi proprietari, se pur per contratto la terra fosse ancora nelle braccia della Madre Patria, nell’ultima caccola di comunismo. Le tegole di quelle villette si impennavano sugli angoli, nel pieno rispetto della tradizione. Lì sopra, emulavano statuette della Città Imperiale, quella che era una volta proibita al popolo basso. Mi chiedevo se i residenti volessero esprimere tramite quegli ornamenti fuori luogo, da minareto, un distacco dalla plebe, e con esso il divieto d’accesso ai contadini. E nel mio snobismo da occidentale, riflettevo che inevitabilmente il somaro continua a dar dell’asino al bue.
Il lago era uno specchio di spettri. Così come quando lo vidi per la prima volta, a bordo di una piccola piroga remata a braccia, dall’impiedi, con una dondolante sospinsione di addominali e glutei da parte del più anziano di loro (dovere: la tanto vagheggiata pietà filiale!), il lago rifletteva i pensieri, li intorbidiva assaporandone lo spessore, li rivelava agli amici, compresenti in quello scorcio segreto, notturno. Ora il buio stava scrollandosi dal cielo e mentre faceva spazio al nuovo giorno, il lago taciturno continuava a riflettere immagini e animosità, gelato stavolta, rigido e pesante. Non erano più le imbarcazioni fatte a drago, quelle per divertire i turisti. Non era stagione da spasso: l’inverno glaciale, temperature artiche, e scommettete che la bora arriva ben più lontano di Trieste.
Non erano più le pipinare su cui lucrare, il caos della barbarie, i motorini a giocare sulle scalinate, i semini gettati alle anatre, gli starnazzi, i ridolini. Non erano le ruspe della raccolta, non erano quelle della semina. Non era la fatica, ma il lungo letargo in attesa e speranza di prosperità.
Me lo ricordavo estivo, quel paese. La musica di partito in etere, le canzoni notturne cantate all’aperto, facendo a gara. E a chi fuma di più, a chi ha la marca di pantaloni più famosa, chi rimbalza per più di sei volte il sassolino negli stagni, vicino alle foglie di loto, tutto da mangiare.
L’inverno addormentava, fasciava di maglioni, uno sopra l’altro e irrigidiva vicino alle stufe, che con ingegnosi macchinari idraulici, fatti di tubi bucherellati riciclati dallo sfascio, scaldavano materassi e deretani. Le mani screpolate erano pulite. Il resto del corpo non si riusciva nemmeno a intuire, l’intraveggenza era un sogno da costume: le forme censurate in una rotondezza da pupazzo di neve, il naso rosso come le carote. Non si aveva voglia di scoprire l’intimo, di baciare l’aria con la pelle, né per lavarla né per farla respirare. A stento ci si slacciavano le cinte per i bisogni corporali, effettuati con discrezione nel giardino dietro casa. E una cosa sola scocciava di più che dare in pasto le chiappe ai meno venti: lo spalare via i resti, subito dopo.
In cortile non si trovava più il materasso impolverato su cui amavamo riposare, poggiato su due panchette da ristorante. Il cortile stesso era diverso, e il ristorante. Tutto era avvolto da una spessa patina di rifugio.
In un interminabile schiocco, il bruno spense il motore.
Ben cinque monete del popolo scivolarono di mano, ed un commiato da businessman:”Se ti serve, sai dove trovarmi”.
Restavo solo, a cercare col naso.
Fu quella la seconda volta che lo vidi, ed era tutto un’incrostazione di guanti paffuti, nebbia di neve e carretti di legna umida. Mi veniva incontro con la famiglia, come a processione, appresso ad un cristo ritrovato. Ero partito senza speranza, volevo il passato, il ritorno. Ero arrivato, finalmente. Ed inaspettato, Baiyang Dian lacrimava di gioia.
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