|
Tubature, budelli giganti di metallo e condensa, aspirati, condizionati, prolungamenti l’uno dell’altro. Mi avventurai per Central e mi ci persi. Lì dentro si procede per traverse, a labirinti. Si tiene in mente la direzione (chi è fortunato ad averne una) e a occhio e croce si sceglie l’incrocio, ridotti a dimensione alfabetica dentro a un cruciverba tridimensionale. Cunicoli, tra i palazzi, a cinque metri da terra.
Mi faccio sempre prendere dal panico nel reticolo.
E’ innaturale! Sono un agreste, io, abituato a spazi e prati, ci sto male dentro le sbarre. Mi rifiuto di scegliere il pontile seminterrato, mi spaventa il sottopassaggio.
Ho provato una vertigine dantesca, da selva oscura: perso nel mezzo della città, al centro del mondo, sotto il tramezzo dei pensieri.
Avevo deciso di scappare. Lo farei, ma mi vergogno a correre, soprattutto perché i corridoi attraversano banche, negozi, uffici postali.
E’ una versione distorta della fantasia o la fantasia di un visionario?
Attraverso ristoranti, giro su me stesso, ripercorro la stessa strettoia, scelgo scale, salgo ponti, ma non mi avvicino punto all’asfalto. Sono scollegato, in apnea dal mondo. Siamo tutti puntini qua su nei “passaggi celesti”. E c’è chi ci banchetta e chi ci mercanteggia. Cordoni ombelicali refrigerati e riparati dagli sputazzi dei condizionatori, placenta per un popolo di fotofobici.
Vado via, vado via.
Ma mi perdo ancora, dietro ai rimbombi, appresso alle voci.
Non una casa, uffici, uffici, grattacieli, è inumano! Si lavora per mangiare e non viceversa!
Ho detto basta.
Per un attimo.
Di fronte, una bella signora riluce di una spilla conficcata nel suo spesso paletot a costine. E’ arricciata a forma di pavone e brilla di stelle gemmate. Sulle spatolate asimmetriche di cappero maturo, incastonate alcune linee pennute e iridi di pietruzze che giocano ad accecare. Si arrotola dalla coda, più ampia, fino al gozzo, per poi esibire con orgoglio una coroncina smerigliata, fatta di una cresta di finti rubini.
La signora in uniforme scruta il mio passaporto sforacchiato di sigilli rossi. Volta le pagine nervosamente, poi, come tutte le volte, rinuncia e con aria rassegnata appone un timbro ovale, premuto leggermente e con attenzione. Indi carica le sue voglie represse e sferra decisa un attacco longilineo al tampone inchiostrato, con rimbalzo sul libretto. Sono stato ammesso.
Manila la mattina di qualunque mese dell’anno assomiglia al mezzodì nel nostro luglio, ma con più figli, palazzi e inquinamento. Un’ottima mistura di vita. Mi ci lavo i denti, insieme al Darlie, il “dentifricio dei negri” (questi cinesi hanno un umorismo da spasso... ma a volte penso di essere l’unico a ridere...). E li risciaquo per strada.
Dall’alto del finestrino osservo la pista d’atterraggio che mi vola incontro con il suo circondario, i suoi tetti, le bicocche, le palme da cocco e le lucertole.
Sono a casa! Ho appena scambiato il mal di cubicolo con il mal d’auto, ma il traffico almeno è familiare, mi rammenta il lunedi mattina sul Grande Raccordo Anulare, quello con i lavori per la terza corsia.
Un tappeto di veicoli mi sbarra la strada.
Chiedo e mi viene risposto che questa è la normalità.
E’ l’intasamento dunque la vera essenza delle Filippine.
L’appiccicare diverse culture, diverse lingue in quel Tagàlog fatto di Asia e Sud-America.
E l’ingorgo di cucine, sedimentate negli stomaci con la San Miguel.
E lo scontro dei corpi, nudi, sudati, senza protezione, che garantisce una percentuale record di mamme singole, l’impoverimento ed il lavoro minorile.
E l’incrocio di baracche, accostate, appollaiate, una dentro l’altra. Qui si vive in un metro quadro. Come a Hong Kong, ma si spende meno.
L’intasamento, la moltitudine, la quantità.
Mi chiedo come si fa a innamorarsi, a scegliere un singolo, in un tal posto.
No, chiedetemi come ho fatto io ad innamorarmi di tal posto!
Colpa del mango?
Torno nel traffico. L’autista, che pondera meno del sottoscritto della densità e della poetica folla, bestemmia allegramente contro i cofani bollenti. Mi spiega che la colpa è dei Tuk Tuk (o della loro versione manilense, di cui mi sfugge il nome proprio), i piccoli autobus grigio metallizzato, che non fanno fermate, ma parmettono di salire e scendere in qualsiasi punto della città, al volo, direttamente al centro della carreggiata. Mi diverto ad osservare i rotoli di Pesos infilati tra le dita attorno al volante: gli scambi di contante avvengono precisi e veloci, in continuazione, ed il mini-bus da 16 posti (stretti in due metri cubi) non interrompe mai la sua corsa, ai 5 chilometri all’ora.
Un italiano espatriato, L.V., un mio consorte di emigrazione ma di stanza in questi lidi, mi spiega il segreto di Manila: la femmina.
Le donne sono il perno della società, agguerrite lavoratrici, madri infaticabili, matrone, manager, imprenditrici. I maschi oziano, si rimboccano la T-Shirt sul panzone e cercano di stravaccare bordo strada, sbevucchiando i quattro soldi lavorati dalla moglie. La donna filippina sceglie il suo uomo ma molto spesso non lo sposa proprio per questa ragione: sarebbe un peso morto, solamente un’altra bocca da mantenere.
Le donne sono la bandiera di questa nazione, con il loro stupefacente inglese imparato non capisco come, sparse nelle case d’Europa a rifare letti e nei locali di tutta l’Asia a cantare l’Hip Parade della settimana prima.
Belle donne, donne stanche, con la voce argentina ed il fare gentile.
Donne di un mondo che si compra, in cui una patente costa venti euro e un passaporto cinquanta; donne disprezzate dal resto del mondo, donnacce, qualcuno direbbe. Ma donne dal sorriso puro.
Di questo filosofavamo arrotolando bucatini, nell’unico decente ristorante italiano a Manila, il Nicotina.
Ma in bocca avevo già l’amaro del biglietto di ritorno...
Avete mai provata la libertà?
Il poter decidere di non decidere, di fermarsi, appiccicare il fondoschiena ben saldo nelle spiaggie, intorsolarlo in una buchetta bollente, ricoprirsi i piedi di calore e assaporare il nulla, riempito di sole e di sale.
La noia, l’ozio, la tranquillità.
Il puro sguardo, il pensiero silente, cadenzato dalle onde.
E appena pochi metri più in su, attraversato il selciato, il furore del mercato, quello paesano, cattivo, ululante e pestilento.
Appoggio meglio le natiche, le affondo nel ventre molle e sabbioso del lungomare e sento le lente mani rumorose della città dietro di me che scivolano brividi caldi sulla schiena.
Mi concentro sull’oceano; mi sperdo.
La libertà.
Ripristinata.
Visualizzazioni: 1085
Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Effettua il logi o registrati. |