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L'altra faccia... / Lo scheletro del signor Li Stampa E-mail
03 settembre 2007

di Stefano Bona

 

Fang Dongbing guardò fuori dalla finestra. Il cielo buio pesto a mezzogiorno e il tornado che stava sconvolgendo Shanghai dall’altra parte del vetro non sembravano coinvolgerlo in alcun modo. L’ululare del vento non gli raggiungeva le orecchie, i rami e i tavolini che volavano proprio davanti alla sua finestra, al trentesimo piano, non erano visibili ai suoi occhi. Come era solito fare quando si rinchiudeva in sé, inconsciamente si accese una sigaretta, la ventunesima della giornata, aspirò a fondo e finalmente parlò, o meglio gridò. «Come posso andare avanti, dannazione?».

 

Per tutta risposta, lo scheletro del signor Li che stava seduto sul divano si limitò a fissarlo e a tacere, mostrando un sorriso che avrebbe potuto essere definito ugualmente ebete o beffardo.

Non era facile uscire da quel momento buio per colui che i giornali cinesi e di tutto il mondo si erano scomodati a definire “Il più grande scrittore del Ventunesimo secolo”, autore di dieci romanzi strepitosi. Era già stato nominato lavoratore modello e celebrato come eroe nazionale in patria, e all’estero osannato come icona di una nuova narrativa senza frontiere. Il sindaco di un villaggio italiano, Borgo Seicase, suo grande ammiratore, aveva deciso di nominarlo cittadino onorario. Era diventato un invitato fisso ai principali festival del libro e della letteratura in tutti i continenti.  E ora, dieci anni dopo aver pubblicato il suo primo grande successo, “La spada di Zheng He”, un giallo ambientato sulla nave del famoso esploratore, che tradotto in trentasei lingue aveva catturato l’attenzione di milioni di lettori, ora era arrivato a una svolta. Aveva deciso di abbandonare i gialli storici  (soprattutto dopo l’irriverente “Il giallo dell’Imperatore giallo”) per passare a racconti di spionaggio e avventura. Aveva viaggiato parecchio, aveva visitato molti paesi nel mondo, aveva raccolto dati sufficienti per costruire un bell’intrigo internazionale che partendo dall’Italia con il casuale ritrovamento di una valigia piena di documenti nelle gallerie della Rocca Paolina a Perugia, si concludesse con una scena mozzafiato in cima alla Oriental Pearl Tower a Shanghai, dopo aver fatto le tappe di rito a Londra, Mosca, in Siberia, a Washington, il Cairo e Kabul. Con una lunga serie di colpi di scena e la fascinosa agente Anita Chow come protagonista (“Dove passava lasciava una scia di uomini che per alcuni attimi dimenticavano chi erano, cosa stavano facendo e dove stavano andando: anche volendo, era impossibile non notare la sua perfezione e la grazia dei suoi modi”), sarebbe bastato incastrare bene gli eventi e un altro successo sarebbe stato assicurato. E questa volta magari sarebbe stato possibile pubblicare la traduzione in uzbeko e in karakalpako.

Ma ormai da una settimana Fang Dongbing era arrivato a pagina dieci, e dopo aver scritto proprio a metà pagina la frase “Michael Brown cadde dal balcone”, non c’era stato più verso di andare avanti.
Nulla da fare.
Zero.
Tabula rasa.

Quel maledettissimo balcone sembrava avergli svuotato la mente. Anita Chow era finita chissà dove, dispersa fra le righe, e tutto l’intreccio narrativo si era ingarbugliato fra le pagine bianche.  E quel che era peggio, lo scheletro del signor Li era diventato improvvisamente taciturno. Silenzio di tomba anche da parte sua, colui che per anni era stato il suo mentore, prodigo di importanti suggerimenti nella stesura delle sue storie.
Non era così difficile: si trattava solo di mettere in fila un carattere dopo l’altro, dando un senso compiuto a tante righe per un certo numero di pagine. Ma proprio il senso pareva essersi smarrito, e l’armonia dell’insieme aveva lasciato il posto a un groviglio di caratteri che attraversavano la mente di Fang senza motivo.
«Come posso andare avanti, dannazione?», ripeté.
«Spostandosi da lì, per esempio. Devo pulire!», gli rispose una voce femminile inaspettata. Sobbalzò. Era la ayi, non l’aveva sentita entrare.
«Ah, signora Nie, se non ci fosse lei…».
«Ah, professor Fang, se non spegnesse sempre i mozziconi di sigaretta sul tavolo e nel tè...».
La visita della signora Nie servì a riportarlo per un po’ sulla terra. Originaria dello Shandong, non sapeva quasi leggere né scrivere. Ma sapeva che Fang era una persona importante, e lo aveva sempre chiamato “professore”, per via della casa piena di libri per lei sconosciuti, che lui non aveva fatto nulla per renderle accessibili, preso com’era dai propri impegni. A differenza delle altre che l’avevano preceduta, non era affatto intimorita da quell’uomo grassoccio, lunatico e solitario, e soprattutto non l’aveva mai impressionata lo scheletro che ogni tanto trovava seduto sul divano del salotto. Sapeva che le persone importanti sono sempre un po’ strane, e tanto le bastava.

«Il signor Li oggi non viene a trovarla?».
«Mah – rispose alquanto stupito, notando improvvisamente che sul divano non c’era seduto più nessuno – stava qui poco fa, non mi ero nemmeno accorto che fosse uscito. Sa, è un tipo piuttosto particolare».
«Già. Io ho finito per oggi. Torno fra una settimana, perché domani vado in Shandong da mio padre che è ammalato, eh povero papà, ormai ha quasi novant’anni. Le ho comprato riso, carne e verdure in abbondanza, e dei jiaozi appena cotti, cerchi di mangiare qualcosa. Le ho anche preparato una tazza di tè al gelsomino, lo beva, le farà bene».
«D’accordo».
«Arrivederci».

Ma Fang era già tornato nel suo mondo, e non sentì i saluti, la porta che si richiudeva dietro la signora Nie, né i tuoni che facevano tremare perfino il pavimento, né il vicino di casa che stava demolendo una parete con mazzate che avrebbero potuto benissimo disintegrare la Jinmao Tower. Di nuovo affacciato alla finestra pur senza guardare da nessuna parte, si accese un’altra sigaretta e dopo cinque minuti la spense nella tazza di tè.

Calarono le ombre della sera, poi venne un nuovo giorno, mentre non smetteva di piovere. Fang continuava a spostarsi nervosamente dalla scrivania alla finestra, capitò che si accendesse due sigarette contemporaneamente, senza accorgersene, mentre la tazza di tè era ormai ridotta a un ammasso di mozziconi macerati. Intanto Michal Brown restava inesorabilmente spiaccicato sotto il balcone, Anita Chow continuava a essere irreperibile e il nuovo libro rimaneva fermo a metà di pagina dieci.
«Dov’è finito, signor Li? Ho bisogno di lei, dei suoi consigli! Non so più andare avanti…», piagnucolò improvvisamente Fang.
«Ah, e così hai bisogno di me?», gli rispose in modo un po’ strafottente  lo scheletro, che ora era seduto sul divano, tenendo le gambe accavallate, le mani dietro la testa e il suo solito irritante sorriso.
Ma quand’era arrivato? Fang si pose questa domanda, ma non si stupì di non essersi accorto del ritorno del signor Li, perché  ormai era abituato all’andirivieni silenzioso e imprevedibile di quell’ospite così particolare.

«E così hai bisogno di me? Te ne accorgi solo ora che ti mancano le idee? Ma ne hai mai avute idee nella tua vita?  Ogni volta che i tuoi romanzi mietevano successi e ottenevano critiche entusiastiche in ogni parte del mondo tu ti beavi della tua bravura e amavi ricevere tutti quegli elogi. Ma ti sei mai degnato di pensare che le idee e i consigli te li ho sempre dati io? Hai mai detto ai tuoi ammiratori e alle schiere di ammiratrici di quanto fosse importante per te il signor Li? Mi hai mai dedicato un libro, un convegno o semplicemente una conferenza?». Ora il signor Li era un fiume in piena, prese una sigaretta, l’accese e cominciò a fumarla nervosamente.
«Sì, vado in giro a raccontare che l’ispirazione mi viene data da uno scheletro, così finisco in un manicomio. Non dica sciocchezze, signor Li!».
«Balle! Ti nascondi dietro la paura di essere preso per matto in modo da prenderti tutta la gloria. Ti ho mai chiesto qualcosa in cambio? Guardami! Pensi che uno scheletro ti voglia chiedere i diritti d’autore? Ma cosa me ne faccio dei soldi? No, caro mio. Quello che ti chiedo è la sincerità. Ti ho conosciuto in un momento difficile della tua vita, ricordi? Eri un emarginato e stavi per buttarti da un ponte, ti ho fermato e ti ho dato la possibilità di diventare qualcuno. Beh, almeno un “grazie” dopo dieci anni di successi avresti anche potuto sprecarti a mandarlo al vecchio Li!».
«Lo farò con questo nuovo libro», disse Fang, asciugandosi le gocce di sudore che gli colavano dalla fronte. «Lo farò con questo nuovo libro, glielo prometto! Ma adesso, per favore, mi aiuti a proseguire. Se non pubblico il nuovo romanzo, non la potrò ringraziare pubblicamente…».
«E’ tardi, Fang. Avresti dovuto pensarci prima. Il tempo non ti è mancato. Sono sicuro che saprai portare avanti il nuovo romanzo da solo, ormai dovresti aver imparato come si fa. Auguri, stammi bene».
«No, aspetti…!». Niente fa fare. Fang rimase fermo, la bocca aperta e un braccio sospeso a mezz’aria. Lo scheletro del signor Li era già andato via, restava solo una sigaretta ancora accesa nel portacenere sul tavolino davanti al divano, e una nuvoletta di fumo azzurrino sospesa sotto il soffitto. Fang scoppiò in un pianto dirotto, come non gli succedeva più da dieci anni. L’ultima volta che aveva pianto così si trovava in piedi sul parapetto del Nanpu Bridge, dieci anni prima.

Sembrava che le nuvole non volessero più spostarsi da Shanghai. E il nuovo libro di Fang restava inesorabilmente fermo a metà di pagina dieci.

Sette giorni dopo, finalmente in una bella mattina di sole, la signora Nie, tornata la sera prima dallo Shandong,  entrò nell’appartamento dello scrittore per fare le pulizie. Il guardiano che stava all’ingresso del palazzo sentì il suo urlo arrivare dal trentesimo piano.

Fang  Dongbing era seduto alla sua scrivania. Il suo corpo stava cominciando ad andare in decomposizione, segno che doveva essere morto da un paio di giorni. Il letto era intatto, e le provviste lasciate una settimana prima non erano state toccate. Secondo il medico legale che lo esaminò, lo scrittore era morto di fame, sete e deperimento. Nessuno seppe mai spiegare perché. Sulla scrivania c’era un computer acceso: un file vuoto, duecento pagine bianche. Solo sull’ultima pagina campeggiava, enorme, la scritta “FINE”.

Sei mesi dopo, tale Pablo Ivanov, uno sconosciuto  ventenne spagnolo di origine russa, pubblicò un libro intitolato “Il dossier segreto”. Era una splendida spy story come non se ne leggevano più da tempo. Cominciava con il ritrovamento di una valigia piena di documenti nella Rocca Paolina a Perugia, per poi proseguire nelle città di mezzo mondo e concludersi con una scena mozzafiato sulla cima della Oriental Pearl Tower a Shanghai. La protagonista era un’agente di Hong Kong, la fascinosa Anita Chow (“Dove passava lasciava una scia di uomini che per alcuni attimi dimenticavano chi erano, cosa stavano facendo e dove stavano andando: anche volendo, era impossibile non notare la sua perfezione e la grazia dei suoi modi”). La critica accolse con entusiasmo questo gustoso romanzo e lanciò  Ivanov come un talento naturale, lo scrittore-rivelazione del secolo.  Quando qualcuno chiedeva a Ivanov chi fosse il signor Li a cui aveva dedicato il libro, lui rispondeva sibillino: «Il mio scheletro nell’armadio». Nessuno lo prese mai per matto.



 


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  Commenti (6)
1. Scritto da handik, il 03-09-2007 05:55
complimenti stefano, una delle storie più belle che ho letto di recente, giusta dose di umorismo e distacco e ottima inventiva.  
 
c'è un typo verso la fine del racconto, "niente fa fare" invece di "niente da fare"...  
 
ciao 
 
Cla
2. Scritto da richymao, il 03-09-2007 11:36
"Aveva deciso di abbandonare i gialli storici (soprattutto dopo l’irriverente “Il giallo dell’Imperatore giallo”)"  
...Solo in italiano i "gialli" sono avventure poliziesche, merito di Mondadori. Nelle altre lingue non ha senso.
3. Scritto da editor, il 03-09-2007 12:00
a rega', e' una storia, mica un esame di analisi logica... :)
4. Scritto da Stefano, il 03-09-2007 20:01
Grazie, anche per le segnalazioni su refusi e "gialli". Ebbene si', il giallo e' un'invenzione tutta italiana per definire libri in cui si susseguono misteri, cacce all'assassino e via discorrendo: se andassi a dire a un inglese che i miei libri preferiti sono gli "yellows", mi riderebbe in faccia! Ho usato quel gioco di parole approfittando del fatto che il racconto fosse scritto in italiano. Dite che e' una spiegazione troppo tirata per i capelli? :)
5. Scritto da richymao, il 05-09-2007 07:54
no, non e' tirata per i capelli, solo che la storia e' perfettamente ambientata, davvero sembra di leggere un romanzo tradotto dal cinese, poi al'improvviso c'e' quella nota stridente tutto qui...bello davvero comunque
6. Scritto da handik, il 05-09-2007 11:07
io sono per il gioco di parole, che è necessariamente intraducibile! 
se ci pensi, anche "scheletro nell'armadio" è impossibile da rendere in cinese!  
 
editor, è una storia, ma è bello dare commenti precisi, stagliuzzare e ricamare, è tutto lì il gusto della letteratura, credo.  
una storia a volte conta più di un trattato filosofico o di un libro religioso, dipende da come viene presa...  
 
Cla

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