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Canzonette d'oriente / Yirenbao Stampa E-mail
03 settembre 2007

L’Opera Rotta E Notturno Zelo Ospedaliero

                                                                                                         di Claudio Canzonetta

Mi era venuta voglia di esperimenti, ero dell'umore giusto e giustamente accompagnato quella sera. Il pianoforte aveva già fatto il suo tempo e adesso taceva inerme sotto il manto porpora e una coltre di fumo liquoroso. Da lontano le astanti scrutavano gli assetati, in cerca di un ennesimo ordine, le assassine! Davanti a me lo spettacolo della serata: “faschisti, qui sono tutti faschisti!”, sputando tra le esse e inghiottendo birra dopo le acca.

 

Il mio vicino di stanza si stagliava in tal modo sull'orizzonte di facce insignificanti: non uno si era accorto della tragedia imminente, tutti persi appresso al proprio demonio.

E si che egli non era nuovo di disastri notturni, di spirti incontrollati e tossici! Si era distinto nell'aver colpito in faccia il più fraterno di noi, dimenticandone la ragione subito dopo. Aveva trionfato spaccando tavolini di taglio e di cranio. Stillava amore e ironia da tutti i peli, era un perfetto angelo da bisca.

Pur io quella sera non me ne avvedevo o forse non volevo farlo. Doveva essere specchio del mio viso, il mio vicino: vedevo sul suo volto il compimento del mio, un maligno sorriso di passione. E giù a brindare noi, solenni fratelli, anche di sangue!
Il mio. Sul boccale. Il fracasso non accennava a diminuire. Invece di provetti invermieri, barellisti e paramedici, l'ambulanza notturna era composta da beoti beoni che consigliavano straparlando rimedi da nonna papera. Buttaci l'acqua che ti passa. Ecco i fazzoletti. Su, i bicchieri!
E ci mettevo del mio, mal considerando in voce roca l'entità del danno. Fui salvato dal mio angelo custode, quello di turno.
Uno scapigliato animale notturno dal ghigno stampato e poco più lucido della banda, mi trascinò nel rifugio locale, il soccorso pronto a tutte le ore, quello vicino, dentro il nostro acquartieramento: la vergogna ospedaliera.
Un gazebo con una crocetta rossa sulla colonnina di sinistra identificava il posto meglio di un tatuaggio o di una voglia smerigliata. Il portone, invitante, meastoso, era irrimediabilmente e nazional-socialisticamente chiuso.
Se qualcuno di voi serba ancora memorie futili di infanzia, dovrebbe ricordarsi di quel giuoco, quello svago giovanile che consiste nel distruggere tutto quel che capita sotto tiro. Quella sera ne formulammo una insolita variante, presto titolata: “butta giù la porta dell'ospedale e poi portatela a casa”. Si trattava di un passatempo fanciullesco, come dicevo, che non doveva servire a risolvere la nostra situazione, se mai a divertirci un po' sfogandocela col sistema.
Che si ribellò, coi suoi occhi onnipresenti (altrimenti che sistema sarebbe!).

Poco prima che il mio salvatore vincesse la partita contro cardini e grate, un catenaccio sfilò dal dietro dei battenti e una vocina fioca fece da preludio a occhi semichiusi di infermiera, che presero piena coscienza della situazione, rimirando le bende provvisorie sul mio bravo pollicione, e cercando di venire a capo delle nostre urla confuse. Si sveglia dunque dal retro un'altra anima in bianco. La sparasentenze: è il dottore di turno!

La dottoressa avanzava con fare tra il disinvolto e l'agitato. Un camice stropicciato (le aveva fatto sicuro da pigiama!) adornava quell'insolita bruttezza: la faccia rugosa si avvicinò in contemplazione assorta. Di lì a poco le due striscie rosa al posto della bocca avrebbero pronunciato l'amaro verdetto: "mmm... qui la situazione è grave... bisogna portarlo... all'ospedale!"

In macchina pensavamo di essere su un ottovolante. Il provetto tassista aveva da bravo capito quello che volevamo nonostante i nostri farfuglìi e le maledizioni scagliate contro il pronto soccorso universitario, e sapeva intepretare l'urgenza dei nostri bisogni in una frenetica alternanza di terza, quarta e quinta. Alla seconda inversione eravamo pronti ad affrontare il patibolo infiermeristico, l'operazione notturna e l'incubo anestetico.

Infermiera Zhao, chiami l'infermiera Li, bisogna portare questo paziente all'interno tre dal dottor Chi, fargli firmare il protocollo 14, poi si scende al piano interrato e deve chiedere della signorina Wu, che le farà firmare la liberatoria. Quando ha finito torni pure qui, che prepariamo insieme i documenti per l'operazione. Intanto il sig. Quan le fa la fattura, fanno quattrocentosettantuno renminbi e dodici jiao, che deve cortesemente versare allo sportello c, qui a sinistra seconda sala a destra. E' per caso allergico ai medicinali? Sa non si sa mai, meglio fare un'antitetanica, sala medicina esterna terzo piano, cerchi il dottor Sun, però prima vada a fare una prova di resistenza all'antitetanica che siamo più tranquilli, quella può farla anche subito, nella sala operatoria 7...

Il mio sangue sgocciolante impastava il bancone, rintoccava i minuti incollando pagina a pagina i documenti siglati, eppure quel miracolo di burocrazia non si scalfiva. Un passante impietosito dal pallore e dagli eventi ci offriva sigarette come se servissero a lenire il dolore. La truppa era insana, storpi e infortunati, ma il morale restava alto, di risate e parolacce. Era giunta l'ora.

Mi avvicinai al dottorino, il camice deambulava confidente, senza carne sotto, come per fantasma di corridoi, ma il sorriso di forbice intorbidiva più di qualunque grido notturno: stava per sfoderare l'arma, il punzone perforante, turgida siringa per poppare anestesia. Il mio accompagnatore poteva gentilmente aspettare fuori, subito dopo il leggero schermo incrostato, a godersi la mia ululante letterale descrizione, condita da gustose ed esilaranti invettive. Il dottore le trovava di pessimo gusto, però. Quasi riusciva a capirmi nonostante le divergenze linguistiche e protestava che avrei dovuto usare il mandarino, la Lingua Comune. Ingenuo.

Quattro fori per vendetta, praticati col siringone. Il dolore anestetizza, deve essere questo il loro credo.
E allora giù di cordoncino nero a ricucire pelli, infilando i buchi lasciati aperti dall'anestesia!
Cinque passanti per asole troppo fine, cinque punti di nylon scuro: robotizzato, mescolato l'organico al corpo esterno, mi avviai lacrimante verso il ritorno.
Tornato in albergo, di fronte al riflesso dei miei capelli spettinati, riflettevo sull’arco notturno, ma fui distratto dall’inglese improbabile di un foglietto metallizzato.

“Yirenbao, la Necessità di una persona di successo.
Nessuno può sentirsi a suo agio a proposito di qualcosa imbarazzante durante la propria impegnativa vita sociale, per questo Yirenbao aiuterà a ristabilire il conforto. Come il prodotto verde, Yirenbao, ottenuto dal processo AZONE ad alta tecnologia, è il preparato medicinale cinese super concentrato in forma di saponetta, che non contiene agenti chimici, uccide i germi e promette protezione sulle tue parti private. Non produce reazioni stimolanti né allergiche, ma rinfresca dopo l’uso.
Modalità d’uso: strofinare ripetutamente dentro e fuori le tue parti private per due-tre minuti, poi pulire con acqua fresca, preferibilmente al bagno. Yirenbao consiste di due tipi: il primo speciale per gli uomini e un altro speciale per le donne. E’ indicato per uso familiare, per i viaggi e anche prima di nuotare. Usare questo prodotto prima o dopo l’amplesso è un modo efficace per prevenire la propagazione di malattie veneree.”

 


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  Commenti (2)
1. Scritto da Stefano, il 03-09-2007 20:27
Bella immagine, il camice che deambula senza carne sotto! Mi piace assai.
2. Scritto da handik, il 05-09-2007 11:12
ciao stefano,  
 
grazie. vedi che ci leggiamo le storie a vicenda, spero che anche qualcun'altro ci legga, altrimenti finiamo per aprire un circolo culturale privato! 
 
tra l'altro questa storia è una storia vera, dedicata ad un amico, in anagramma nel sottotitolo.  
 
saluti 
 
Cla

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