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Piccolo mondo antico
Se
dovessi dire in due parole come è la vita a Shanghai direi per prima
cosa: FUORI. Ovunque vada o mi trovi la gente è sempre fuori, nella
stagione calda come in quella più fredda. Se passi nei quartieri poveri
che ancora resistono a bordo dei palazzotti nuovi e dei centri
commerciali vedi praticamente tutta la loro vita. Vicino a dove lavoro,
per esempio, c’è un vialetto angusto che sembra uno hutong pechinese,
formato da una fila di casette fatte come quelle dei “tre porcellini”:
con cartone pressato, mattoni, legno e lamiere.
La gente sta tutta fuori, uomini che dormono svaccati su una sdraio, bambini che giocano a bordo strada coi tipici pantaloni tagliati sotto il culo, donne che vendono pesciozzi grigi mezzi morti da vasche rosse di plastica, verdure, carne, un vecchio passa tenendo in mano un bugliolo di ferro coi fiori, lo svuota vicino a un palo, è il vaso da notte e da giorno! Do uno sguardo dentro le case dato che porte e finestre sono aperte: una cucina grande mezzo metro quadro in cui è stipato di tutto, il muro giallo dagli schizzi di frittura dal wok. Il resto della casa è un buco scuro da dove si vede solo un “soggiorno” di 4 metri quadri dove ci sta una branda, scatoloni impilati fino al soffitto di legno marcio, una scaletta che porta sopra. Guardando la Shanghai moderna ho sempre l’impressione che questo quartiere sia stato dimenticato per strada. Shanghai era cosi fino a una quindicina di anni fa, potrebbe stare in un museo vivente senza saperlo questa gente…
Intermezzo Anni fa sono entrato in quei cantieri di demolizione che si vedono ancora in giro. Le ruspe erano entrate dentro il quartiere e avevano a cominciato a demolire quelle abitazioni segnate dal segno 折 mortale come un vaiolo, quando te lo scrivono sopra la casa non ha scampo. Della gente viveva ancora dentro altre case che non venivano per il momento toccate, anche se vedere quelle intorno crollare sotto i caterpillar non era proprio confortante. La gente povera ha una caratteristica particolare, si interessa a te e ti chiede se hai bisogno di qualcosa. Avrei bevuto volentieri una tazza di tè ma dentro quell’immondezzaio era poco invitante. Declinai ringraziando. Intanto le zanzare mi avevano attaccato le gambe, continuavo a grattarmi come un cane pulcioso e notai le gambe di alcune donne che erano intorno, piene di pizzicotti rossi, segno di punture di zanzare o chissà che altro. “Ci siamo abituati” disse una prevedendo la mia domanda. Insistettero per portarmi dentro una delle loro case, due piani misti di mattoni, cemento, cartoni, assi di legno e lamiere. Dentro era buio nonostante fuori ci fosse il sole, la casa era un labirinto di cunicoli e corridoi che passavano dentro altre abitazioni, dei vecchi stavano seduti immobili su poltrone disfatte, senza espressione, fissavano il muro, cucine impregnate di olio, cumuli di mobili vecchi e gli immancabili scatoloni, come se avessero accumulato per anni in attesa di una partenza tutto dentro una enorme valigia di cartone con i ricordi di almeno due generazioni. Passammo di sopra da una scaletta di legno strettissima. Il piano era diviso in stanze con pareti di cartone, potevo riconoscere dei pannelli pubbilcitari arrivati chissa come la dentro, non mi sarei sorpreso se ne avessi trovato uno della Campari! Quelle erano i loro dormitori, perché a definirle camere dovrei chiamare la mia una suite. Lì dentro per decine di anni avevano dormito gomito a gomito, si erano accoppiati in silenzio, qualcuno probabilmente ci era anche nato. La privacy qui diventa un’idea irreale e impensata. Non avevo dubbi che preferissero restare fuori. “Dentro fa più freddo che fuori” mi dissero, “d’estate è impossibile viverci.” Fine intermezzo
Torniamo al piccolo quartiere di poveracci di cui parlavo prima. Tutti fuori, quindi, si sta meglio, dentro meglio lasciare i topi. Dimenticavo, non si contano i gatti intorno, macilenti e affamati attorno alle vasche dei pesci, probabilmente non gli danno molto da mangiare per tenerli abbastanza motivati per dare la caccia ai roditori! Quando passo all’ora di pranzo la gente della via sta squattata su delle sediole alte 30 centimetri attorno a mini tavolini da cui pescano con le bacchette il proprio cibo. Qualche asociale preferisce mangiare per conto proprio seduto su uno sgabellino in mezzo alla strada, ogni tanto capita che passi una macchina o una moto, si spostano appena, poi tornano al loro posto. Come molecole. Una cosa che mi colpisce però è il decoro e la pulizia della gente. Vivere in queste condizioni non è facile mantenere l’igiene, le case sono quello che sono, i servizi praticamente inesistenti, ma il quartiere ha un certo ordine e decoro, anche le cose accatastate sono messe li con un certo ordine. Un uomo si lava in mutande sulla strada da un rubinetto di acqua fredda, poco alla volta si passa ogni parte del corpo con uno straccetto, anche dentro le mutande fradicie, pazienza, non può mica farsi la doccia nudo, lui! Potrei evitare di passare per quel quartiiere ma mi fa sentire dove sono e non perdere il contatto con la realtà, forse è banale ma è una lezione ogni volta che ti dice che sei e che fortuna hai, ma che potresti anche non averla! Prima del cancello che mi fa entrare nel mio mondo di società impegnate a produrre beni, servizi e ricchezze, ci sta sempre una vecchia dal viso rugoso come una tartaruga, i capelli grigissimi ma non bianchi, la schiena sempre piegata anche se cammina. Sta seduta su uno sgabello anche lei e ogni volta, non importa a che ora io passi, ha davanti un sacco di spazzatura gigante. E’ sempre concentrata in quello che fa e a mani nude tira fuori quello che le interessa da quel sacco, veste un paio di pantaloni e una camicia che cambia ogni giorno, a volte ha anche sopra un gilet nero. Non esiste la pensione, la vita è un tempo da vivere lavorando fino all’ultimo.
La commare secca colpisce per strada
Fortuna vuole che casa mia da dove lavoro non è lontano, a volte mi permetto una passeggiata di un paio di chilometri. Poche settimane fa vicino a un incrocio con la Shanxi Road vedo un gruppo di gente, una trentina di persone in cerchio attorno a qualcosa, una moto della polizia lampeggiante, il traffico quasi fermo. Mi avvicino a fatica pensando di assistere alla solita lite tra shanghainesi scoppiata per qualche stupido motivo. Niente lite, non vedo persone dentro il ring formato dagli spettatori, ma abbasso lo sguardo e vedo una bici per terra, vicino un’auto ammaccata appena sul cofano, accanto alla bici un uomo nemmeno tanto vecchio, steso per terra, gli occhi chiusi, il volto senza espressione ma quasi sereno di no che dorme. Avrebbe potuto essere svenuto ma la calma intorno mi faceva pensare al peggio, il poliziotto non si dava pena più di tanto, con le mani faceva passare le auto, intorno al vecchietto qualcuno aveva disegnato col gesso il contorno della sua sagoma! Morto dunque! Un collega del poliziotto sta parlando con un ragazzo a fianco della macchina nera, prende le generalità. Il ragazzo è tranquillo, tutti sono fermi, nessuno dice niente. Poco dopo arriva l’ambulanza sinistramente senza sirena, caricano su una barella il corpo senza fretta, se ne vanno. Finito lo spettacolo, la gente sfolla sempre con calma. Qualcuno mette la bici dell’uomo in un angolo…
Si potrà pensare che sono io a portare rogna, ma forse per strada la morte capita più spesso di quanto si creda. Storia di pochi giorni fa: sto in taxi, davanti all’entrata di un palazzo si era formata una folla, segno che qualcosa stava succedendo. Scendo perché sono curioso, gli assembramenti sono sempre il segno di qualche fatto insolito. Vicino all’entrata c’è un gabinetto pubblico e una donna anziana che piange disperata. Una macchina della polizia parcheggiata, il poliziotto che sta davanti alla porta del gabinetto degli uomini e cerca di coprire maldestramente qualcosa con un cartone. Poi la donna gridando un nome si china e comincia a tirare un paio di gambe che escono dalla porta. “E’ andato al cesso ed è morto” dice uno a un altro appena arrivato, lo dice in mandarino stranamente che se fosse shanghainese non lo avrei capito. Ma ci sarei arrivato comunque! Qualche donna fa una smorfia come se avesse pestato una merda per strada, qualche altra si porta il fazzoletto alla bocca, un’altra passa scuotendo la testa. Crepare in un cesso pubblico 公用厕所 non è proprio il massimo della “faccia”. Amen
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1. Scritto da Saby, il 09-09-2007 03:28 Meno male che qualcuno parla della morte ogni tanto sembra che ci siamo dimenticati tutti che qua esiste anche lei o no? |
2. Scritto da Stefano, il 09-09-2007 17:20 E' vero, la vita qui si svolge fuori. Almeno quella tradizionale. In effetti la costruzione dei nuovi palazzoni con appartamenti giganteschi costituisce una vera e propria "rivoluzione sociologica", perche' forse per la prima volta nella storia le persone cominciano a dedicarsi con costanza all'arredamento e al miglioramento degli interni delle proprie case. Oltretutto, con il traffico sempre piu' caotico e l'inquinamento dell'aria, si e' sempre piu' invogliati a passare piu' tempo in casa. Alcuni sostengono che anche dal punto di vista abitativo la Cina stia subendo un cambiamento epocale. Ciao! |
3. Scritto da annaluna, il 10-09-2007 11:10 E finalmente Chopstick! mi hai fatto nuovamente emozionare! grazie.grazie. grazie.Queste sono le storie che devi raccontare. Questa e' la Shanghai che in un certo senso rimpiango, e non per la poverta', ma per la realta' bruciante che trafiggeva l'anima e che ancora non si confrontava con il Bar Rouge e l'Attika...........null |
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