|
Polvere. Brace. Ancora polvere. Brucia, la terra, il nero dell’aria.
Il sole scuro getta lacrime di petrolio.
Poi una pioggia fitta e sottile, che sporca la polvere.
Fango. Brace. Ancora fango.
Pesantemente, l’impasto incandescente rovina in colate di asfalto, miasmi di lave tossiche esalano insozzando la pioggia, di un nero immacolato.
Pesantemente, pioggia, brace, ancora pioggia.
Nessuna luce all’orizzonte, nessun edificio.
La terra era ormai una distesa fangosa, nera e impolverata.
Se ne distinguevano i confini e le coste.
Se ne discerneva il nome; stagliava ancora sullo sfondo cosmico, nel mezzo del sistema solare.
Era evidente l’attaccamento alla vita, l’acqua velenosa che inquinando voleva plasmare, rigenerava. Ma la vita le rifuggiva, l’impero dell’ombra aveva tranciato le vene della fertilità.
Polvere, fango e pioggia.
Come se la terra, la nostra anziana madre terra, fosse stata abbandonata dall’ordine planetario, dagli arcani movimenti dei cieli.
Come se avesse perso la forza di ruotare, di continuare i cicli vitali.
Come fosse morta, la terra, affogata nel fango.
Le membra nude e sporche rimanevano esposte alle sferzate dell’universo, ai venti glaciali, all’umida atmosfera nociva.
Rutti di faglie alla carica, allo scontro come granatieri, scuotevano i nervi, facevano vibrare il mare. Le acque inghiottivano le braci e le restituivano al cuore del mondo, al nocciolo privato, custodito gelosamente dentro spessi veli rocciosi. Se ne increspavano flutti, zampilli, marosi tesi al cielo, arrabbiati con l’oscurità, reclamavano pace.
Un basso rumore di fondo, continuo e gracchiante, ipnotizzava e veniva quindi ignorato, non ne dispiaceva il tono, veniva annullato mentalmente il rombo degli assestamenti sismici, il boato geologico della ribellione. Le narici si erano abituate al fumo, le papille al gusto del sopruso e della disfatta.
Pioggia e brace, fango e brace, polvere, polvere, polvere.
Tetsuo, febbricitante, si trascinava sulle braccia, annaspando.
Con gli occhi chiusi, i capelli appiccicati sulla fronte, i polmoni pieni di catrame.
Si trascinava contro il suo stesso peso, a dispetto del corpo, che lottava, voleva disgregarsi. Aveva bisogno di riposo, ma sentiva l’esigenza di affrettarsi, di raggiungere il suo obiettivo. La comprensione.
Si era ritrovato solo, menomato all’altezza del busto, le gambe troncate di netto e sanguinante, nell’oscurità.
Continuava a chiedersi cosa era successo, come era potuto succedere.
Quel panorama desolato era tutto ciò che rimaneva? Era veramente l’oblio del mondo, come lo conosceva? Dov’era, soprattutto, e dove andava.
Ma bisognava continuare, a strisciare, a trascinarsi.
Forse la fatica fisica avrebbe messo in ordine la mente confusa. Gli accadeva spesso: Tetsuo non era proprio un dialettico, e invece di approfittare delle riunioni di Partito e degli sfoghi orali collettivi, preferiva rinchiudersi nelle astronavi, sferrare colpi al sacco a gravità zero, meditando sui giorni e sulle decisioni da prendere. Le braccia tese e stanche, progressivamente, gli svelavano i retroscena, davano accesso ai pensieri profondi, in qualche modo sembravano sciogliere dubbi che altrimenti gli impedivano il sonno. Continuava a stancarsi quindi, divincolandosi nel fango e nella polvere, sotto il mitragliamento della pioggia grassa. Avanzava di gomito, contraendo gli addominali, un avambraccio alla volta, e nella stanchezza rifletteva.
Non c’era casa a vista, non un uomo. Doveva essere accaduto qualcosa di sensazionale, di irreparabile. Si sarebbe informato sugli eventi.
I ripetitori terrestri erano in avaria, ma si poteva ancora connettere con i router satellitari, attraverso la sua porta madre. Tentò l’accesso, chiuse gli occhi, testò gli elettrodi impiantati nelle orecchie, e l’oscurità fece posto alla confortevole schermata iniziale.
Per chi accede la Rete la prima volta, la quantità di informazioni, la possibilità risulta quasi schiacciante. Miliardi d’utenti che si scambiano dati simultaneamente, azzerando distanze e diversità. Tetsuo era un utente esperto e si fermò solo pochi secondi a contemplare il panorama sterminato di pixel, una distesa senza confini di elettroni, di microcelle, di spiriti.
Entrò nella sua home page. Aveva disegnato Villa Akihabara come la sua casa ideale: un edificio stile tradizionale giapponese, con le porte di legno scorrevoli e i tatami in ogni stanza, quattro vani su un piano delicatamente poggiati su pilastri di legno. Si tolse i sandali prima di entrare, il suo cucciolo di ricerca già guaiva felice. Lo accompagnò alla sua poltrona, gli porse le babbucce, e gli si pose vicino, pronto a tuffarsi nell’etere, per cercare le informazioni da riportare al padrone. Tetsuo accarezzò il fedele bassotto, e si fece portare il quotidiano del giorno (in realtà l’icona/server del Quotidiano della Galassia): i titoli di testa erano tutti incentrati su un nuovo virus che colpiva alcuni tipi di file di sistema e sui misfatti che avevano determinato la chiusura del blog di <Liberare>, il movimento avanguardistico nazionalsocialista.
Era incredibile come il disastro che lo circondava non trasparisse minimamente nella Rete e nei suoi gangli infinitesimali. Forse Tetsuo era vittima di un’allucinazione: forse era solo un incubo, avuto durante un pisolino pomeridiano, sdraiato nel giardino di casa sua. O magari il Quotidiano della Galassia, affiliato al Partito, aveva deciso di oscurare l’avvenimento del secolo per assecondare le direttive del Comitato Centrale. Oppure, semplicemente, il collasso del mondo non veniva considerato argomento di interesse.
Doveva capire, aveva bisogno di sapere.
L’immagine residua di Tetsuo era molto diversa dal suo corpo reale. Aveva scelto uno gnomo per rappresentarsi, simbolo di sapienza, a cui aveva dedicato la vita intera. Lo gnomo era vestito con un sacco di juta, per indicare spartana semplicità, tenuto in vita da un cordone rosso, che rappresentava il suo Ordine, unico indizio per chi lo avesse incontrato on-line a riconoscerlo. Le gambe dello gnomo erano ancora al loro posto. Chi avrebbe immaginato lo stato di sofferenza, la menomazione ed il dissanguarsi dal volto placido e impenetrabile del suo gnomo? Chi avrebbe potuto intuire lo stato d’animo di Tetsuo mentre lo gnomo si affrettava fuori di casa, per teleportarsi nel gigantesco capannone agli antipodi della città?
Il portale del forum La Mecca si presentava come un immenso mercato, gremito di gente intenta a negoziare con commercianti ululanti, i gestori dei banchi. Ogni banchetto offriva manicaretti diversi: ragguagli sugli ultimi sviluppi tecnologici, discussioni filosofiche e religiose, dibattiti politici o revisione sull’operato del Partito, fino pure a diatribe culinarie e manuali di contrabbando telematico.
I moderatori/commercianti che gestivano i banchi controllavano la loro merce umana redarguendo i pensieri più scomodi e al contempo sollecitavano gli interessati all’acquisto. Invece di vendere frattaglie o vivande, questi pizzicagnoli virtuali urlavano alla folla per promuovere il loro sito e procacciare clienti per alimentare il dibattito. Gli acquirenti che volessero entrare, avrebbero pagato due crediti al moderatore del forum selezionato e sarebbero stati ridotti di dimensione, fino ad essere così piccoli da venir posti agevolmente sul banco, insieme agli altri utenti assorti nella conversazione. I moderatori urlavano, gesticolavano, ma al contempo gestivano il banco/forum, censuravano, intervenivano, traghettatori d’anime dalla dimensione umana a quella microscopica, fatta di pensieri e parole. Il rimpicciolimento avveniva in modo assolutamente indolore e immediato, ma Tetsuo ricordava ancora il senso di stupore misto a paura, quando da bambino vide la Mecca per la prima volta, con i suoi miracoli e le persone di tutte i colori e le forme che venivano ingrandite e rimpicciolite in mezzo a scintille e bagliori. La magia aveva presto ceduto il passo alla ragione e Tetsuo in pochi mesi si rese conto che ben altro solletico gli veniva provocato dalla quantità di informazioni contenute su quei banchi, dalle menti eccelse che ospitavano, dalla condivisione del sapere umano, nella sua integrità, l’accesso perpetuo alla cultura, in qualunque momento e in ogni dove.
La sensazione d’illuminata onnipotenza talvolta ancora lo stupiva.
Si avvicinò all’arabo Alì, suo vecchio conoscente, gli porse il saluto giungendo le mani come in preghiera, come era solito fare. Alì gestiva discussioni di attualità, con un’attenzione specifica ad attentati, terrorismo e spionaggio. Era rimasto indipendente dal controllo dell’Interpol, e per questo il suo forum accoglieva menti dissidenti che davano sfogo ai loro intimi segreti e che spesso rivelavano cospirazioni e teorie di complotto, altrove censurate. L’arabo sembrava sorpreso di vederlo, ma abbozzando un sorriso, gli fece cenno di avvicinarsi.
La sua carta crediti venne passata velocemente nello scanner e Tetsuo si ritrovò sulla confortante spianata porpora del banco, prendendo posto deciso su una poltrona esterna. Il forum galleggiava sulla spianata ruotando in maniera circolare, in una serie di poltrone concentriche: chiunque prendesse parola veniva avanzato verso il centro dalla poltrona robotica, di modo che il cuore del forum fosse sempre dominato dalla persona con il maggior numero di interventi, chiamata Forum Master (solitamente lo stesso moderatore). Nei circoli esterni orbitavano gli ascoltatori passivi, i curiosi, i desiderosi di sapere.
Alì era in silenzio, e pur rimanendo bene al centro della spirale, per ora si limitava ad osservare i suoi ospiti conversare. Un bimbo con gli occhi celesti stava esponendo la sua teoria sul controllo degli organi d’informazione da parte del Partito e sul come la Rete stesse perdendo progressivamente il livello di libertà che l’aveva contraddistinta sin dalla sua prima generazione, quando ancora ci si connetteva con modem esterni. Una donna con tunica da sacerdotessa sembrava contraddire il bimbo, citando l’esempio di tanti blog che continuavano a germogliare nei bassifondi delle più grandi comunità virtuali, fino a raggiungere i piani interni degli edifici di stato. Alì era teso, sembrava indeciso se intervenire o meno e guardava in modo sospetto i due. I toni si accesero, sotto lo sguardo piuttosto annoiato di Tetsuo, che era ansioso di porre le sue domande all’amico arabo. Senza movimenti rilevanti, Alì prese la sua decisione: chiuse leggermente le palpebre ed il bimbo si interruppe con una specie di gemito. In un istante le labbra gli si congiunsero incollandosi in un lembo di pelle ininterrotto, poi le orecchie si ritrassero nel cranio, lasciandolo sordomuto. Lo sguardo inferocito del bimbo sembrava urlare vendetta. Poi l’immagine si smaterializzò, catapultata al di fuori del forum, e la poltrona ritornò nelle rivoluzioni esterne della spirale. La sacerdotessa scoprì il volto e ringraziò Alì, per averla liberata da quell’agente dell’Interpol, correndo il rischio di essere denunciato. Tetsuo ne riconobbe la voce. Evelyn.
La connessione venne interrotta per una fitta di dolore avvertita alle gambe. Tetsuo sapeva bene che era solamente uno spasmo illusorio, che i nervi lacerati stavano comunicavano sensazioni che il cervello associava agli organi mancanti, ma la vivacità del crampo lo distolse comunque dal mondo della Mecca per riportarlo allo squallore del mondo reale. Stava rovinando, scivolava lungo un canale scolpito in una parete rocciosa da un flusso di lava ormai solido. La pioggia aveva lasciato il posto ad un pulviscolo che inaridiva la gola e screpolava le narici. Sentiva la lucidità abbandonarlo e la febbre prendere il sopravvento.
Il vento si alzò. Sembrava l’inizio di una tempesta di sabbia. Il fango secco si tramutava nuovamente in polvere, sminuzzato dal vento. Vento, polvere, ancora vento.
Doveva combattere. Si arpionò alla parete con le dita ormai stanche. Le unghie si spezzarono e cominciarono a sanguinare, ma il dolore non fermò la determinazione di Tetsuo. Il suo corpo smise progressivamente di franare. La stabilità precaria era stata conquistata a forza di muscoli. Non avrebbe retto a lungo. Doveva trovare Evelyn.
La confortevole schermata di villa Akihabara, stavolta sembrava distorta. Tetsuo pensò ad un difetto di segnale, aggrappato com’era ad una parete verticale e utilizzando solo ripetitori satellitari. Poi si rese conto che i pannelli di carta un tempo bianco perla erano adesso verdi. Il bassotto di ricerca si era tramutato in un levrier. La poltrona era una sedia.
Sebbene gli spazi fossero identici e riconoscesse la pianta dalla sua home page, i dettagli ne erano stati sconvolti. Si allarmò. Sapeva cosa stava succedendo. Un programma senziente dell’Interpol aveva identificato Tetsuo come potenziale minaccia e stava analizzando i codici di villa Akihabara per determinare il grado di nocività da assegnare. Un virus, lo avevano scambiato per un virus! Ricordava i tempi del liceo, quando si era divertito con schermaglie da hacker ad entrare nei server di grosse società. Poco prima di compiere diciotto anni era stato individuato, l’anti-virus gli era entrato nelle tempie determinando la distruzione della sua immagine residua, della sua home page e di tutti i suoi software, lasciandogli inoltre un energico elettroshock nel corpo reale. Aveva dovuto sostituire gli elettrodi di connessione con nuovi impianti con un lungo intervento per evitare di essere denunciato. L’operazione era illegale, ed il cyber-dottore dei bassifondi lo aveva anestetizzato col gin e gli trasmesse bacilli che costarono un mese di degenza e un deterioramento permanente del timpano.
Tentò di sconnettersi, ma le immagini del baratro su cui era in sospensione non sembravano ritornare. Troppo tardi, dovevano averlo incastrato, si stavano insinuando nelle sue terminazioni nervose. Le mura di Akihabara sparirono progressivamente e la galassia sterminata prese il loro posto. Sentì il suo gnomo crescere di statura, poi elevarsi. Vedeva il mondo ai suoi piedi diventare piccolo come la luna, poi come una stella al firmamento. Era sospeso nell’universo vuoto, non c’era via d’uscita nello spazio sconfinato.
La sua immagine residua adesso era identica al Tetsuo reale, sanguinante, monco, terrorizzato. Il cielo da nero divenne quindi color latte, ne restò quasi abbagliato. Evelyn era seduta placidamente e lo osservava, nella sua tunica da sacerdotessa.
“Calmati.
Sei al sicuro qui.
Respira normalmente, c’è aria a sufficienza.
E’ inutile che ti dimeni: sei qui per ascoltare, i movimenti ti saranno impediti, le tue labbra sono sigillate, ma ti assicuro, è solo per il tuo bene.
No, non sono un programma senziente, sono Evelyn, la tua Evelyn.
Risponderò alle tue domande.
Ma soprattutto.
Farò in modo che tu ponga le domande giuste.
Sei vivo, innanzitutto, e questo non è un sogno. Sei ancora connesso alla rete, il tuo corpo è sospeso sul baratro, tra la vita e la morte, ma abbiamo fatto in modo che i tuoi muscoli si irrigidissero, così che non dovresti crollare per alcuni minuti.
Il tempo qui è relativo, come lo spazio bianco che adesso osservi. Soltanto milionesimi di secondo stanno scorrendo nei tuoi impulsi cerebrali.
La prossima domanda da fare non è come fare a liberarti, bensì perché ti abbiamo contattato. Ti sarai reso conto che non vogliamo farti prigioniero, anche se le tue scelte in questo momento sono state necessariamente limitate. Sei stato condotto qui per un motivo.
Chi siamo? Che vogliamo da te?
Fammi partire da un passo indietro.
Sei rimasto stordito, precipitando dallo spazio vuoto, e al tuo risveglio il mondo come lo conoscevi non esisteva più. Durante la tua assenza la popolazione terrestre si è estinta.
Tu sei l’unico sopravvissuto.
Esattamente: come faccio a parlarti se sono morta?
No, non è un’allucinazione e non sto cercando di fregarti.
Devo cominciare da ancora prima forse.
Ricordi sicuramente, dai tuoi studi di biogenetica e robotica, la definizione di uomo. Con l’avvento dell’ingegneria genetica e degli impianti robotici, l’uomo e la macchina hanno assunto tratti sempre più simili. L’io è stato ridefinito dagli psicologi come una serie di ricordi, programmabili, come sensazioni tattili, olfattive o visuali riproducibili. Secondo gli ultimi aggiornamenti del manuale di biogenetica, lo spirito è l’unica e sola componente in grado di distinguere l’uomo dalla macchina. Lo spirito, come volontà, individualità, libero arbitrio. Una macchina non è in grado di scegliere autonomamente, agisce secondo regole individuabili e obbedendo a formule matematiche, non ammette l’illogicità. L’uomo al contrario, può decidere di essere autolesionista se lo vuole, può voler impazzire, ammette il suicidio come risorsa estrema. La volontà di vivere e di morire determina il nostro spirito, slegato da vincoli esterni, completamente indipendente. Lo spirito sopravvive al corpo ed è superiore al corpo. Puoi modificare i tuoi ricordi, ricostruire le tue gambe, cambiare la fisionomia del tuo volto, ma il tuo spirito resterà identico, il tuo sé vivrà invariato.
Abbiamo sognato un mondo spirituale.
Lo abbiamo realizzato, infine.
La distruzione del mondo era un passo inevitabile ed era stata annunciata dagli esperti con largo anticipo. Non hai assistito alla frenesia e l’isterico susseguirsi d’incertezze nei giorni precedenti al Grande Balzo, perché ti trovavi nello spazio esteriore. Sei stato fortunato.
Cominci a capire dove voglio arrivare, vero?
Dopo milioni di anni l’uomo ha deciso di evolversi volontariamente per adattarsi alle nuove necessità. Come dalla scimmia ci siamo eretti in forma umana, abbiamo collettivamente deciso di elevare il nostro spirito ed abbandonare la pesantezza del corpo materiale. E’ stata una decisione sofferta, abbiamo dovuto sacrificare una minoranza di menti in opposizione al Grande Balzo, ma la situazione ad oggi sembra essersi stabilizzata, ed il nostro nuovo mondo, Utopia, sembra funzionare al di sopra di ogni aspettativa. Era la scelta giusta, e andava affrontata con coraggio.
Torniamo alla domanda iniziale.
Chi siamo? Hai di fronte l’immagine residua di Evelyn, tua moglie, che ti ha aspettato fedele durante il tuo lungo pellegrinaggio spaziale. Sono lo spirito di Evelyn, la parte che hai amato e con cui ha deciso di condividere la tua vita. Il mio corpo è bruciato nella lava. La pelle che ti toccava un tempo, le labbra che ti baciavano non esistono più. Sono l’unica realtà plausibile, se ancora scegli di volermi.
Non sentirti infelice. Non sono solo un surrogato.
Puoi ancora baciarmi o stringermi, la sensazione sarà la stessa. La rete comunica con il tuo spirito, lo illude con parvenze che ricordano il tatto, il gusto, l’udito. Solo la coscienza è diversa: a livello sottile sappiamo di essere invulnerabili, perché siamo rimasti pura essenza.
Che vogliamo da te? Sono stata scelta per parlarti, tra numerosi spiriti a te conosciuti, i tuoi colleghi, gli amici più intimi. Sono stata scelta per persuaderti. Non appena ti sei collegato alla rete, il sistema ti ha riconosciuto, ha riconosciuto la tua carne, il corpo del sopravvissuto. Una riunione del Consiglio è stata convocata d’urgenza per incaricarmi di contattarti. Alì ha dovuto censurare il suo forum e cacciare un suo vecchio amico seguendo le istruzioni della Corporazione degli Spiriti. Alì era teso per averti ammesso nel suo forum, stava per fallire, ho dovuto persino simulare un attacco in incognito dell’Interpol per avvicinarti. Dovevamo rimanere soli. Questa conversazione era nel nostro destino, ed in quello dell’umanità.
Si, hai ragione. La stanchezza ti sta aiutando a capire, i muscoli ti stanno parlando, come al loro solito. Non ti illudono, sanno quello che è più giusto per il tuo futuro. Senti già il calore della scoperta, hai smesso di ansimare, tutto sta diventando più chiaro, vero?
Non siamo una dittatura. Il nostro è un invito.
Puoi scegliere, conserverai in ogni caso il libero arbitrio, l’essenza del tuo spirito.
Vogliamo il tuo spirito, senza corromperlo.
Puoi scegliere di resisterci, sconnetterti dalla rete e cercare di ricostruire un mondo con le tue mani, tu contro le forze della natura, senza nessun aiuto.
Oppure puoi uniformarti a questo nuovo stato di cose.
Ti chiediamo di unirti a noi e percorrere il tuo personale Grande Balzo.
Ti imploro personalmente di abbandonare il tuo corpo e venirmi ad abbracciare, qui al sicuro.
Lasciati andare e vivrai di pura essenza, la tua coscienza si espanderà e universi sterminati ti si apriranno, con innumerabili possibilità.
Sciogli i muscoli e libera le dita.
Sacrifica il tuo corpo per la ragione. L’etere saprà accoglierti a suo modo.
Saprò accoglierti anch’io, tua moglie, nella nostra nuova casa.
Avvicinati a me, abbandonati.
Puoi fidarti.
Ho sempre voluto solo il meglio, per te.”
Visualizzazioni: 733
Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Effettua il logi o registrati. |