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di Stefano Bona
Era una bella domenica pomeriggio di inizio autunno. Il sole brillava
in un cielo stranamente azzurro e terso, e una piacevole brezza pareva
divertirsi a fare concerti con le foglie degli alberi a Century Park.
Bambini, ragazzi e anziani in ugual misura si sfogavano facendo volare
aquiloni di ogni forma e dimensione sempre più in alto: ogni tanto
qualcuno di quei dragoni volanti ricadeva a tradimento in picchiata su
una testa che non era mai quella del suo proprietario, e allora si
levavano grida di protesta e si accendevano coloriti litigi.
Coppiette e famigliole passeggiavano e pedalavano fra i vialetti, gustandosi finalmente quel surrogato di contatto con la natura che nei mesi estivi era diventato un fatto rarissimo a Shanghai, soffocata com’era da quella cappa biancastra di umidità e smog che ricordava tanto il soffitto di una serra gigantesca. Bambini con rollerblades ai piedi sfrecciavano a velocità folle fra altri bambini che correvano in monopattino, incrociandosi pericolosamente con pedoni e ciclisti. Ogni tanto qualcuno sbagliava una curva, cadeva e cominciava a strillare, finché non veniva raggiunto dai genitori.
Passò un tandem cavalcato da un giovane straniero e una cinese. Qualcosa cadde dalla tasca dello straniero.
«Guarda che cretino quello» bofonchiò il maiale, «gli è caduto il portafoglio e non se n’è nemmeno accorto».
«Per forza, è troppo preso dalla foga di pedalare, perché vuole far colpo sulla ragazza», commentò il cetriolo.
Se ne stavano lì su una panchina. Zhu, un maiale di centocinquanta di chili, e Huang, un cetriolo verde di dimensioni tali che avrebbe potuto essere scambiato per un piccolo tronco. Sotto la panchina sostavano due cinghiali dalle zanne lucide e affilate, e con gli occhiali scuri calati sul muso: le guardie del corpo di Zhu.
«Ma poi, scusa, se hai visto che gli è caduto, perché non gliel’hai fatto notare?», proseguì Huang.
«Perché non gliel’ho fatto notare, mi chiedi? Ma lo sai di cos’è fatto un portafoglio? Di pelle! E lo sai di quale pelle? Quella dei miei simili suini! E secondo te dovrei andare a dirgli “Mi scusi se la disturbo, sa, vorrei farle notare che è appena cascato fuori dalla tasca posteriore dei suoi pantaloni il portafoglio fatto con la pelle di mio fratello!”. Ma sei davvero un idiota! Si vede che voi ortaggi non avete proprio cervello!».
«Aaaahhhhh!», strillò il cetriolo. Un grido acuto, orribile, da far accapponare la pelle.
«Che c’è? Sei impazzito?».
«No, sono sanissimo. Però - non l’hai notata? - è passata qui davanti una donna proprio mentre addentava un cetriolo e ho avuto un brivido d’orrore!».
«Ecco, lo vedi? Sei senza cervello, ma anche tu riesci a renderti conto di cosa si prova a immaginare di essere ammazzati e mangiati, sapendo che uno dei prossimi a visitare le bocche umane potresti essere tu! Pensa, se ci riesci, che vita facciamo noi maiali. Dal giorno in cui la nostra disgraziatissima madre ci mette al mondo, cresciamo e ingrassiamo già consapevoli di essere la carne preferita degli umani che abitano in questo stato. E piacciamo a tal punto che ormai i nostri prezzi stanno salendo alle stelle! Secondo te perché mi tocca viaggiare sotto scorta?».
«Perché il tuo padrone umano è morto lasciandoti tutti i suoi averi».
«Poveretto, sei proprio tutto scemo!».
«Cosa posso farci se sono nato cetriolo! Tu ti lamenti tanto, ma cosa dovrei dire io, che sono frutto di un esperimento di ingegneria genetica? Quando sono cresciuto e sono diventato così grosso, gli altri ortaggi mi hanno cacciato dal campo perché mi trovavano ributtante e il mio aspetto li spaventava».
Zhu gli diede una leggera pacca di consolazione, mentre osservava senza fare commenti un passante raccogliere il portafogli perso poco prima dallo straniero.
In realtà, spiegò Zhu in tono bonario, la scorta gli serviva perché con il prezzo in ascesa inarrestabile della carne di maiale, lui grande e grosso com’era avrebbe potuto far gola a molti umani senza scrupoli, desiderosi come non mai di affondargli un coltellaccio nella pancia e farlo a fettine senza spendere un soldo. Non aveva nessuna intenzione di finire la sua esistenza in un piatto. Oltretutto solo vedere una goccia di sangue lo faceva svenire. Così aveva cercato qualcuno che lo difendesse in caso di attacco. I cinghiali non brillavano per simpatia, ma come guardie del corpo erano ineguagliabili.
Quando Zhu finì il suo racconto, Huang gli disse che la propria situazione era paradossalmente opposta: i cetrioli erano uno degli spuntini preferiti degli esseri umani in Cina, ma lui grosso com’era non correva alcun rischio, perché era immangiabile ed era destinato a una vita in solitudine. Ciononostante, non era in grado di restare indifferente quando (come gli era capitato poco prima) vedeva che un suo simile veniva mangiato pezzo dopo pezzo.
«Eh già», sospirò il maiale, «così è la vita. Gli umani pagano per averci nei loro stomaci. Ma ti rendi conto? Vanno in un negozio e prendono un pezzetto di noi in cambio di qualche pezzetto di carta che chiamano soldi, e che usano per fare tutto. Tra gli uomini il più forte non è chi ha più forza fisica, o più intelligenza, ma chi ha più soldi».
«E con tutti quei pezzetti di carta credono di dominare il mondo, accidenti a loro!».
«Sono proprio curioso di vedere cosa riesco a combinare se vado in giro anch’io con quei pezzi di carta: potrà un maiale danaroso essere in grado di venire considerato più di un umano senza soldi?».
«E dove li trovi i soldi?».
«Accidenti, mi sono tradito. Vabbe’, lo ammetto… avevi ragione poco fa: il mio padrone umano era ricchissimo e quando è morto ha deciso di lasciarmi tutti i suoi averi. Peccato, era uno dei pochi con una testa funzionante».
«Pensavi che prima ti avessi creduto? Guarda che li leggo anch’io i giornali! La tua storia era scritta ovunque».
“Cetriolo sì, ma mica scemo come vuol far credere! E come recita bene!”, pensò Zhu. Avrebbe voluto rimangiarsi le parole offensive che aveva indirizzato al cetriolo poco prima, ma era troppo orgoglioso per ammettere (anche con se stesso) di aver sbagliato.
Il sole stava preparandosi a percorrere l’ultima parte del suo percorso quotidiano, avvicinandosi all’orizzonte e colorando il paesaggio con una luce netta, dorata e radente, per la gioia dei fotografi professionisti e aspiranti tali. I primi sparavano raffiche di scatti con microscopiche macchine digitali; gli aspiranti tali si trascinavano appresso tonnellate di attrezzature: sette obiettivi, tre corpi macchina, due cavalletti, centinaia di filtri, e qualche volta riuscivano anche a scattare un paio di foto.
«Sta diventando tardi, amico mio», disse Zhu. «Cosa ne dici se ci avviamo verso l’uscita?».
«Se vuoi ti accompagno, ma poi io mi fermo qui. Tutto sommato il posto è bello, e questa mattina in un’aiuola ho conosciuto una bella lattuga. Conciato come sono, non ho molte speranze, però…».
«Fai bene, caro il mio ortaggio. Andiamo! Ehi, voi, muoviamoci!».
Con un grugnito richiamò le guardie del corpo, raccolse lo Shanghai Daily che stava leggendo prima di incontrare il cetriolo (aveva deciso di imparare l’inglese), e si mise in cammino con tutto il gruppetto.
Da una curva spuntò il ragazzo straniero che aveva perso il portafoglio. Era ancora in bicicletta, questa volta solo. Pedalava in fretta. Aveva un segno rosso di cinque dita sulla guancia sinistra e sembrava piuttosto agitato. Quando li vide, rallentò fino a fermarsi davanti a loro, e chiese:
«Per caso avete trovato un portafoglio per terra?».
«Macché. Spiacente, ragazzo», rispose il maiale.
«Oooh! Le mie carte di credito! I miei soldi!!!», si disperò lo straniero mentre si allontanava.
«I miei soldi i miei soldi i miei soldi!», gli fece eco il cetriolo in tono canzonatorio.
Scoppiarono a ridere.
Mentre gli animali camminavano, Huang li seguiva saltellando.
«E tu cosa farai?», chiese a Zhu.
«Te l’ho detto. Girerò qua e là per scoprire se quei cretini di umani danno più importanza ai soldi o agli esseri che ne sono dotati. E proverò a sensibilizzare quella che chiamano “opinione pubblica” sulle sorti dei miei poveri simili».
«Non avrei mai pensato di trovare un maiale come te», sospirò Huang con ammirazione.
«Grazie. Lo prendo come un complimento!».
Arrivarono all’uscita 3. Fuori dal cancello era seduto un anziano, che chiedeva umilmente la carità. Le centinaia di passanti non lo vedevano nemmeno, quasi lo calpestavano senza accorgersi della sua presenza. Zhu gli fece cadere nel bicchiere di plastica una banconota da cento renminbi. Huang, che vide la scena, non avrebbe mai più dimenticato l’ondata di gratitudine che attraversò gli occhi dell’anziano. Uno sguardo così intenso e sincero non l’aveva mai visto. Si convinse che anche gli umani, dopotutto, erano capaci di provare sentimenti veri. Ma solo gli umani poveri?
«Credo che sia giunto il momento di salutarci, caro ortaggio».
«Già. E’ stato un piacere incontrarti, caro maiale».
«Lo stesso per me. Abbiamo fatto una chiacchierata molto istruttiva. Buona fortuna, anche per la lattuga!», gli strizzò l’occhio.
«Ah ah, grazie! Buona fortuna anche a te, per i tuoi progetti!».
«Taxi! Taxi!!!»
La Santana gialla si fermò di colpo con uno stridore di gomme. Un cinghiale aprì la porta posteriore e Zhu si issò con fatica sul sedile. Per lo sforzo gli partì una potente scoreggia in do maggiore. Poi salirono le guardie del corpo.
«Dove andate?», chiese il tassita.
«Dove crede che andiamo, idiota? All’hotel Portman-Ritz Carlton, di corsa!».
«Okay sir!».
Il taxi si mise in marcia con parecchi cigolii, coperti dal rombo della marmitta bucata.
Huang rimase lì per qualche minuto . Se avesse avuto una mano, l’avrebbe sventolata per salutare il suo amico. Fu l’ultima volta che lo vide. Non poteva sapere che il tassista non leggeva i giornali e aveva un cognato macellaio, per nulla intimorito dai cinghiali. Anzi…
Poche settimane dopo, i giardinieri di Century Park trovarono in un’aiuola qualcosa di incredibile. Stava crescendo lattuga con foglie a forma di cetriolo.
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Negli ultimi mesi l’inflazione in Cina ha superato il 5%, raggiungendo livelli che non venivano toccati da dieci anni. Si dice che ad innescare la spirale sia stato l’aumento del prezzo della carne di maiale e di altri generi alimentari. Per una strana ironia della sorte, proprio nell’anno del maiale.
Stefano Bona
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