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Da Marco
Verso ovest, la Cina del corridoio / Parte 3 Stampa E-mail
03 settembre 2007

taersi Ancora Xining e monastero di Ta'er Si, Qinghai.

  Foto e testo by Editor

Video by Akdn1 on Youtube

19 agosto

Il giorno comincia presto con un pensiero in testa, cambiare hotel! Lo Hualong è ottimo, troppo … stona davvero col mio obiettivo che prevede un viaggio “terra e sabbia”, sistemazioni spartane e uno spirito “on the road”. Rischio invece di viaggiare come un turista per caso! Una comoda camera in hotel non è il miglior incentivo per mettersi in cammino. L’intento è quello di seguire le indicazioni della LP sulle sistemazioni più economiche, anche i dormitori se serve, e spingersi a viaggiare con ogni mezzo, sforzarsi di entrare almeno per un poco nella Cina più povera.

PRIMA PARTE    SECONDA PARTE 

“Che ci vai a fare laggiù, sono poveri…” mi avevano chiesto dei cinesi a Shanghai. Come se un viaggio avesse senso solamente in un posto ricco, o almeno benestante. Ma a Shanghai si pensa così… gente di xiningA fianco del Hualong c’è un altro hotel, grande, grigio, all’apparenza meno stellare del primo ma comunque abbastanza “confortante”. La reception è un corridoio dominato da massicce poltrone in pelle di maiale dai braccioli enormi, più larghi della stessa seduta. La receptionist che ci sta affondata dentro fa una fatica del diavolo a rialzarsi e prendere il suo posto dietro il bancone. Un poca di sorpresa per il laowai, prevedibile, ma nemmeno tanta dopotutto. Stranamente qui a Xining non badano tanto agli stranieri, nessuno ti fissa basito per strada come nella moderna Shanghai, ti senti più umano in mezzo a umani. C’è una camera singola appena liberata, 100 yuan! Ancora lontano dagli standard ideali dell’intrepido viaggiatore LP alla ricerca di ostelli e brande, alloggi spartani e sacco in spalla. La prendo lo stesso, vuol dire che farò un’altra piccola eccezione alla regola. La camera è un rettangolo di un metro e mezzo per 3, bagno in fondo, doppie finestre di ferro, ma forse non sono abbastanza doppie per fermare gli spifferi che entrano lo stesso come frecce fastidiose. Magari se ci fossero attaccate delle semplici maniglie si chiuderebbero anche… niente di lussuoso ma sempre più grande delle “camere ardenti” del Chungking Mansion di Hong Kong. Sono già più vicino allo spirito di viaggio ideale… La città vista nei pressi della stazione non sembra offrire molti spunti. Visto che a soli 25 km si trova il monastero di Ta’er Si vale la pena di andarci il giorno stesso. Un tassista mi porta fino alla “stazione”, penso ancora che le cose siano standard come appaiono sulla LP. Evidentemente non ho ancora interpretato il viaggio nella maniera giusta, perchè mi fa scendere su una stradona trafficata dai camion appena sotto la sopraelevata, intorno negozi diroccati di ferramenta e vestiti da due soldi, ambulanti impegnati a cucinare food street per i passanti da piastre scaldate dai cilindretti forati di torba. L’odore intorno è quello che si sentiva a Shanghai tanti anni fa quando ancora il gas doveva arrivare, lo stesso puzzo acre di turf che emanavano i camini delle case in Irlanda. Di stazioni o bus nemmeno l’ombra. “Sicuro che”… azzardo al tassista, “Aspetta che arriva…”, e parte. Aspetto, col dubbio che mi abbia scaricato nel posto sbagliato. Una donna sta friggendo delle ciambelle su una piastra nerissima appena fuori da una porta, non sarebbe una cattiva idea chiederle se sono sulla rotta giusta.

bus per ta'er siMa appena mi decido sento da dietro un rombo di ferraglia scassata fermarsi con un'inchiodata ai freni, il rumore di pesanti manate sulla carrozzeria e una voce graffiante che urla “Ta’er Si Ta’er Siiii!” Il bus, devo sempre imparare ad aspettarmi il peggio. Legato insieme col fil di ferro, pieno di ammaccature, gli interni in radica di ruggine e sedili a panchetta. La strada verso la realtà è ancora dura per me abituato alla grande città. Salgo e pago i 7 yuan per il viaggio. Non c’è evidentemente un orario per partire, perchè aspettiamo che sia abbastanza carico per avviarci. Il rottame è lento ma l’autista pesta forte sull’acceleratore facendo urlare il motore che diffonde tutto il rumore dentro. Gli scarichi per qualche motivo riescono a entrare nel mini-bus, anche il clacson che rimbomba nell’abitacolo mandando in frantumi i timpani. La strada è mezza dissestata, i mezzi si muovono in base alle regole del momento, la sola logica della strada qui è il clacson! Il puzzo dello scarico si confonde con le zaffate di sigaretta che non smettono di bruciare nemmeno un attimo. Lungo il tragitto alcuni scendono, altri salgono coi loro carichi di ceste, valigie, pacchi, borse intrecciate di nylon, il bigliettaio sistema tutti in qualche modo, nessuno va lasciato a piedi, compaiono dei seggiolini pieghevoli di emergenza, ogni centimetro della carretta è occupata!
Serve quasi un’ora per percorrere il tragitto fino a Ta’er Si. Arrivati in un villaggio diroccato, l’autista spegne il motore, scendono tutti. Arrivati? Forse no, nessuno dice niente. “Ta’er Si” fa una ragazza più espansiva degli altri indicando fuori col dito. Dimenticavo, sono il solo waiguoren a bordo, non ho visto uno straniero da quando ho lasciato Shanghai. Scendo, ma non scorgo nessun tempio, solo delle botteghe di lattonieri alle prese con statue di buddha in ottone che sistemano pezzo per pezzo e ruote della preghiera di ogni grandezza. Dopo qualche decina di metri compaiono alcune bancarelle di gingigli buddhisti: pelli di capra, coltelli e braccialetti, incensi e candele di burro di yak. Immagino di essere nella direzione giusta. Ta’er Si si rivela poco dopo sopra una colllinetta dominata da un piazzale pedonale con lampioni e obelischi. veduta kumbumDa lì si vede la cintura di colline di un verde bottiglia che i brutti edifici del villaggio nascondevano. Tutta la vallata sembra un catino dentro il recinto di alture. La porta di ingresso al santuario deve essere stata presa in prestito dalla Città Proibita e calata fin là con un elicottero. Leggo alla rinfusa dalla LP a proposito del monastero: costruito nel XVI secolo in pieno periodo Ming su quello che è stato il luogo di nascita del fondatore della Gelupka, ovvero la Setta dei Berretti Gialli. Due dei suoi discepoli diventarono poi il Dalai Lama e il Panchen Lama, le maggiori autorità religiose del buddhismo. Ta’er Si è uno dei sei grandi monasteri tibetani della Cina. Tempo prima avevo letto “Alle Sorgenti del Fiume Giallo”, un intrigante libro di avventura scritto da Robert Clarke. avventuriero al servizio della CIA. Nel Qinghai nascono i due grandi fiumi della Cina, il Fiume Giallo nella parte orientale, il Fiume Azzurro dal plateau meridionale. Negli anni della 2nda guerra mondiale aveva esplorato queste zone per cercare un corridoio di fuga verso ovest per le forze di Chiang Kai Shek nel caso di vittoria dei comunisti. Con la sua spedizione politico-militar-geografica raccontava dei volubili signori della guerra, dei feroci banditi tibetani (i tibetani non sono affatto quel popolo di fiori e ghirlande che Hollywood vuol far credere), del freddo e i disagi di un territorio ostile, dei monasteri in cui si fermavano a chiedere ospitalità e della spiritualità che emanavano, dei sospettosi monaci armati per difendersi dai pericoli di una zona senza legge.
“BA SHI YUAN!”. La frase urlata all’improvviso in faccia mi stacca dai racconti di Clarke riportandomi alla realtà. Ho davanti un grasso monaco nella sua tunica vinaccia che mi mostra il palmo della mano con indice e pollice aperti a 90°. 80 yuan… dovevo essermi spinto fin davanti all’entrata pensando a Clarke senza notare che avevo passato la biglietteria… chissà se anche lui aveva dovuto pagare per entrare…
Una volta dentro lo spiazzo da cui partono i viali del complesso scompare purtroppo tutto il gusto dei ricordi delle sorgenti del Fiume Giallo.
Lungo la fila di stupa bianchi a forma di rocchetto, centinaia di turisti in scarpe a fibbietta, pantaloni cinturati all’ombelico, camicie di acrilico e ombrellini parasole (sono circa 23 gradi ma il sole è limpido e minaccia di scurire la pelle) sono in posa per le foto. Come ogni altra parte del paese, anche Ta’er Si ha i suoi bei cantieri, squadre di operai demoliscono a colpi di mazza, altri tirano su muri di nuovi edifici, probabilmente per negozi o ristoranti. Mendicanti si fanno avanti piegati per suscitare compassione, passano delle auto entrate chissa come strombazzando,  mini taxi rossi tri-ruota fanno la spola lungo i viali in salita sforzando il motore carichi di turisti più pigri. Squillano i cellulari. Dico la verità, non sento proprio un clima spirituale dentro Ta’er Si. Bisogna togliere tutto e immaginarsi un tempo ormai andato, quando Clarke esplorava la zona a cavallo, armato, con una piccola pattuglia di mercenari e tagliagole, cartografi e nobili decaduti, perennemente sotto la minaccia di un attacco di banditi, in paesaggi di desolazione e una natura spietata dove ogni tanto si incrociavano file di monaci silenziosi coi loro sguardi indifferenti al mondo. la tri-mobile rossa!
Ancora dalla guida LP: Kumbum, cosi si chiama il complesso di edifici di Ta’er Si, significa posto dei 10mila Buddha. Mi sforzo di vederne alcuni, almeno. Entro nei piccoli templi dominati dalle statue dorate dei vari Buddha, in alcuni bisogna fare la fila, la gente accende incensi sui bracieri che trasudano di un olio nero come la pece su cui attaccano monetine. In questa zona si usano molto le banconote da 1 yuan, dentro una cassetta i monaci le raccolgono e le danno ai fedeli in cambio dell’equivalente da 10, 20, 50 yuan. Le grandi sale da preghiera fatte in legno sono appesantite dalle tappezzerie che ricoprono le pareti, ancora dei Buddha intorno, fotografie a colori di monaci forse santificati, in certe zone l’aria è irrespirabile per la calca e l’odore forte del burro di yak che brucia lento, fuori lungo i corridoi il rumore delle ruote da preghiera fatte girare da migliaia di visitatori. monksLa visita dura un paio di ore, sento tutta l’ignoranza dei riti e della religione che mi pesa addosso, non porto dietro nessuna impressione particolare, solo delle immagini, mi chiedo che cosa prova un cinese in visita a San Pietro, probabilmente lo stesso vuoto e la misera soddisfazione di una foto per dire: io c’ero. Cerco almeno di rifarmi con un souvenir introvabile altrove che dia un qualche senso alla mia visita, ma tutta la paccottiglia che espongono nelle bancarelle si trova anche sui marciapiedi di Shanghai dietro al tempio di Jing’an. Ritorno alla stradina dei lattonieri, forse dovrei prendere una ruota da preghiera di ottone ma sarebbe difficile proseguire il viaggio con un barile sulle spalle. tibetana dai denti doratiIl bus che parte per Xining stavolta è un pò più autobus del primo. Sui sedili davanti a me una coppia di tibetani, uomo e donna, mi guardano, confabulano qualcosa, poi si girano sorridendo, vedono che ho la macchina fotografica, chiedono una foto. Parlano un cinese stentato più del mio, stranamente si irrigidiscono quando gli chiedo se mi danno un indirizzo per mandargliela. Lei vorrebbe ma lui fa il muso e si gira dall’altra parte. Gente strana, Clarke li aveva descritti bene. Lei ha un paio di incisivi in oro giallo che risaltano come i vecchi fari antinebbia montati sulle 131 Abarth, lui un paio di occhiali che sembrano molto in voga coi tibetani, grandi, tondi con le lenti scure, ottimi per saldare e per osservare le eclissi. Portano dei cappelli di tela Marlboro Country, non certo quei cappellacci di pelle rossi, neri, bianchi o verdi che i turisti comprano ed esibiscono per strada o davanti a una macchina fotografica, non ho visto un solo tibetano portarne uno! Ritorno a Xining…

 

   GALLERIA DI TA'ER SI

VIDEO SU TA'ER SI, DA YOU TUBE 


 

 

 

 
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