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Gli uomini sono come le rondini, quando arriva l'autunno sentono di dover volare via.
Invece di prendere il volo scappo via mare, il frastuono del traghetto
sovrasta il rumore delle meningi. Confonde i pensieri, oscurandoli in
una placida coltre di nulla, un pesante buio che dondola insieme a
rollii dello scafo.
Da casa mia a Lamma ci impiego un’ora abbondante.
Poggiare i piedi sul molo mi dà solitamente il mal di terra.
L’equilibrio poi si aggiusta, mentre le case costiere ed i venditori di pesce compaiono sotto il sole infuocato e dietro la patina d’umidità. Annuso il porto, respiro ogni barca e pescatore, ogni sardina scuoiata, ogni granchio legato nei secchi. Mi gonfio di particolari, come per dimenticare.
Le orecchie si sturano, finalmente, ma il brusio del villaggio è un silenzio accecante, puro di motori, fatto di calpestii affastellati e voci soffuse. Chiudo gli occhi solo per un momento. Assaporo l’abbraccio del caldo, di solito mio nemico giurato.
Qualcosa stona ancora. Continuo a trascinarmi dietro la città, il mio mondo di bitume. Credo sia normale, la purificazione è un processo lungo e faticoso, ma avevo sperato in un incentivo iniziale, una sorta di conferma divina di essere sulla strada giusta, una benedizione cosmica, forse.
Nulla, invece. La freschezza dello scenario non sembra scardinarne i dubbi.
Cammino tra gli edifici spigolosi, sorridendo ai passanti e schivando i cani, che scorrazzano sciolti.
Ho sempre pensato che la salute mentale sia diretta conseguenza del benessere fisico, quindi decido di curarmi ingerendo e digerendo, sudando via le impurità. Mi siedo su uno dei tavoli da osteria subito fuori del Bookworm, e consulto il menù vegano insieme alle riviste di volontariato e ai bollettini per il benessere della comunità.
Non ho mai ben capito la sottile connessione tra il mangiare sano ed il diventare un hippy attempato alle prese con la salvezza dell’universo, ma evito di pormi il problema oggi, mentre affondo le gengive nella buonissima quiche del giorno.
Sfoglio un libro a caso, l’ultimo di Ma Jian, e vi trovo perle di saggezza: “Camminare per le steppe mi ha liberato dalla paura e dalle preoccupazioni, ma questa non è ancora vera libertà. Hai bisogno di denaro per essere libero”.
Pago il conto, quindi, e mi avvio.
A piedi scalzi, sulla sabbia, mi abbandono pensoso nell’ottimo caffé organico.
Polvere rossa. La afferro, ci affondo le unghie.
Una signora con un cappellone rimprovera un bimbo per aver inavvertitamente calpestato la borsa di bagnanti vicini.
Ragazze si schizzano giocose, in calzoncini e maglia bianca a maniche lunghe, sopra il due pezzi, per proteggere la pelle bianchissima e il pudore.
Alle mie spalle il bagnino scruta ligio la baia, mentre poco lontano un chiosco amaranto vende spaghetti istantanei per pochi dollari. Alla mia sinistra un orto biologico produce le verdure con cui mi è stato cucinato il pranzo. Sulla destra, invece, le tre ciminiere grigie e sottili mi ricordano che l’isola (e con essa i vegani, gli hippy ed i cani) è paradossalmente finanziata e promossa da una centrale elettrica, la Lamma Electrics, Inc.
La vita si muove seguendo il ritmo del cielo e della terra. Cambia proprio come il giorno diventa notte ed il sole diventa luna. Tutto trova ragione di esistere nelle sue cause, a volte remote o poco poetiche, e determina effetti che rigenereranno moti concatenati, cicli biologici. L’incongruenza del panorama è quindi solo apparente, salute e danno fanno parte di uno stesso ecosistema. La brutalità della rivelazione, però, mi rattrista e faccio in modo di sciacquare i piedi nudi e prepararmi per la scalata digestiva.
Devo camminare più veloce domani.
Più veloce ancora il giorno dopo.
M’inerpico, senza traguardo, per le valli riarse.
Cerco di azzerare il pensiero e concentrare lo sforzo, cerco il vuoto, passo dopo passo.
Lamma è un’isola oblunga, un molo a nord ed uno a sud, con due villaggi attorno, per attraccare le barche.
Stimo guardando la mappa un paio d’ore di cammino.
Avevo sperato in un tragitto più lungo.
Comincia ad assalirmi la paura di non riuscire, di non fare in tempo a trovarla, l’ispirazione, la chiarezza che cerco.
Forse avrei dovuto scegliere Lantau, con i suoi sterminati chilometri di percorsi e la vista protettiva del Sakyamuni seduto, che contempla l’infinito.
Faccio una breve sosta all’ombra di una pagoda, cercando di imitare la posizione del loto.
Le ciminiere continuano ad incombere dalla distanza.
Riprendo il cammino, copiose gocce di sudore finalmente inondano il volto.
Una zaffata d’umori digestivi mi riempie la bocca, come un amplesso karmico che sale dal ventre ad annebbiarmi la vista e liberarmi quindi dal mondo materiale.
Mi sto autoconvincendo usando facili stereotipi buddhisti, di solito aiuta, ma oggi mi fanno sentire un po’ imbecille. Attingo quindi a piene mani dai miei altri studi, fondo il cattolicesimo con l’induismo, canone veda con il mahayana.
Continuo a camminare, forse sono sulla strada giusta.
Anzi rifletto che, giusta o sbagliata, la strada resta l’unica via d’uscita.
Solo sulla strada ti accorgi che ieri te lo sei lasciato dietro e il domani ti aspetta di fronte, sfidandoti.
Il tempo assume una dimensione lineare, sulla strada.
Si biforca, la strada: m’impone una scelta.
Sinistra o destra, discesa o salita.
Dolore o sollievo.
Esito.
Poi mi accorgo di un fruscìo, un rumore continuo e circolare, ritmico quasi.
Proviene da un sentiero laterale, che si dipana dalla via canonica che unisce i villaggi agli estremi dell’isola.
E’ il mio segnale.
L’universo ancora una volta ha scelto per me.
Qualcuno vive quassù apparentemente, lontano da tutto, sicuro solo delle proprie gambe. Il sentiero si allarga su un giardino, poi rivela un’abitazione, semplice ma molto curata.
Sull’uscio, un signore brizzolato in canottiera e infradito sta lavorando su uno strumento, sembra una viola.
Intaglia prima delicatamente con un affilato incisore, poi utilizza una piccola pialla, per togliere il corpo in eccesso.
Sembra un lavoro di precisione e costanza, ma il signore quasi sorride, vi si applica con leggerezza: soprappensiero, se ne direbbe.
Mi avvicino e rimango assorto nel movimento delle sue mani.
Un tempo interminabile sembra trascorrere.
Deve essersi accorto di me, del mio sguardo attento, ma non sembra infastidito.
Magari mi sta mettendo alla prova: la pazienza è una virtù apprezzata dai montagnoli. O forse è semplicemente perso nel suo mondo artigianale.
Una sua frase, pronunciata ancora senza alzare gli occhi dalla viola, interrompe il fiume di pensieri.
- Non preoccuparti, i fantasmi sono come gli dei, esistono solamente se ci credi.
Poi abbandona lo strumento riponendolo su di un lato, sparisce in casa per qualche minuto, e torna con due tazze di caffé fumante.
Impugna la sua con forza e mi consegna la seconda, evitando il mio sguardo.
Non resisto alla tentazione di infrangere il silenzio, che scandisce i minuti ormai lunghissimi.
- Come lo hai capito?
- Non sei qui per porre domande, amico mio, ma per dare risposte. Per darti risposte. In pochi si allontanano dalla strada maestra per cercare alternative. Hai già in mano la soluzione dei tuoi problemi. Devi solo osservarti, e capire quali siano, i tuoi problemi. Bevi, il caffé si raffredda.
- Grazie, è molto buono.
- Porto i grani dall’Olanda, poi li macino in piccole quantità, per avere l’aroma sempre fresco. Uno dei pochi lussi che riesco a concedermi, isolato come vivo.
Con accortezza, il mio saggio olandese allontana la tazza ed imbraccia di nuovo la viola, continuando a piallare.
- Non credo che scappare dal mondo sia una soluzione, comunque.
Hai ragione tu: i miei fantasmi, gli incubi sono probabilmente solo frutto di suggestioni.
Sto cercando di vincerle, ci provo, col pensiero e col cammino.
Spero di non dover arrivare all’esilio, però…
Devo averlo incuriosito. Smette per un attimo il gesto ritmico, mi fissa negli occhi per la prima volta, poi sbotta in una risata grassa:
- Mi dispiace, amico mio, ma ti sei fatto un’idea sbagliata!
Non sto affatto scappando ed il mio isolamento è solo apparente.
In realtà questo per me è una sorta di matrimonio.
Ti racconto una storia, se hai tempo.
E’ la storia di tutti noi, la storia di chi non si accontenta.
Ci ammazziamo l’un l’altro per un gradino in più, per un passo avanti, per un goccio di grandine supplementare.
Cerchiamo la perfezione, ma l’assoluto non è di questo mondo.
La cerchiamo nelle persone, negli amici, negli amanti.
Questa è stata la mia vita, prima della montagna.
Cerchi chi ti capisca, chi ti sia accanto, chi ti sopporti in silenzio.
Ma poi te ne annoi.
Cerchi quindi chi ti domini, chi ti sovrasti, chi ti schiaffeggi urlando.
Ma poi ne sei stanco.
E allora ti perdi nelle passeggiate e speri di incontrare un saggio.
Ma l’unico vero saggio è sordomuto.
Rifletto qualche secondo sulle sue parole, sorseggiando caffé e guardando l’orizzonte. Il rumore della pialla adesso viene sostituito da un odore lancinante, lo stucco ed il trattante vengono spalmati con un minuscolo pennello a partire dai bordi della viola, fino sul biscotto e alla paletta.
Ho quasi l’impressione di essere di fronte ad uno specchio.
Ho paura di chiedere ancora.
Tiro il fiato, quindi, poggio la tazza e ringrazio per il caffé.
Mi risponde in modo sconnesso, ignorando la buona creanza:
- Mi sono rifugiato nell’arte, è per questo che vivo qui.
L’arte è natura.
E’ salvezza.
E’ un matrimonio con chi può darti tanto, chiedendoti tutto in cambio.
Il sacrificio aumenta il piacere e l’onore.
Non farti illusioni, però.
L’arte può aiutare a sconfiggere il dolore, ma devi rimanerne distaccato e pensare il dolore in prospettiva.
Non farti intrappolare dal passato.
Comincia ad irritarmi questo suo atteggiamento paternalista, faccio per alzarmi.
- Devo proprio andare, si sta facendo tardi.
- Si, certo. Non perdere tempo.
Devi camminare più veloce domani.
Grazie a te per la compagnia.
Sono già girato, quando sento mormorare, alle mie spalle.
- Solo quando prendi possesso della tua vita sai che sei vivo…
Allungo il passo.
Non esistono se non ci credi, mi ripeto.
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1. Scritto da Stefano, il 21-09-2007 01:58 Bel lavoro, intenso ed equilibrato. Grazie, e' un bell'aiuto per cominciare bene la giornata. |
2. Scritto da STEF80, il 21-09-2007 03:48 "Believe those who seek the truth; doubt those who find it" . un altro bel viaggio sull'isola di lamma...thanks, again. |
3. Scritto da handik, il 21-09-2007 10:44 ragazzi, sono emozionato! in ormai quasi un anno di "canzonette" su vivishanghai ho ricevuto in totale solo 2 commenti (di cui uno dello stesso stefano bona! yuk), ma oggi addirittura due nuovi e positivi sullo stesso racconto! grazie a voi, veramente mi avete cambiato la giornata! Cla |
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