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23 settembre 2007

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… e il mondo verrà spazzato via dal tifone…

 Ulula la finestra martellata dal vento e dalla pioggia. Gli alberi giù in strada scuotono le chiome in una danza smodata. Deserto assoluto sulla via che dal nulla porta verso l’ignoto. Non un’auto, non una persona, non un cane. Eppure le luci sono accese, forse c’è vita in giro, sotto i tetti. Gente indifferente, gente spaventata, gente assorta in qualche attività letteraria o amatoria. Tiro le tende, per nascondere quello che verrà. O per nascondermi da quello che c’è fuori.

E’ il mio angolo, questa camera. La mia vita è qui. Il punto di partenza. Il resto non conta, è passato. Arriverà il tifone a cancellare impronte di ricordi, poi tutto sarà nuovo. Perché nulla resterà. Tranne questa camera, lo so, sospesa su ventisei piani d’albergo.

Tu sorridi e te ne vai. Mi lasci solo. Solo, ad affrontare l’universo. Sprango la porta, spengo la luce e m’infilo sotto al piumone.

Insonnia. Due occhi spalancati mi fissano nel buio. Sono i miei, dall’altra parte dello specchio. Bruciano, da questa parte dello specchio. Un po’ d’acqua sulle guance. Piango, perché?  Perché è l’addio al mondo, prima che il mondo ricominci. Forse.

Gira su se stessa, la camera, e decolla trascinata nel vuoto. Il bagaglio sparso sul pavimento sembra animarsi di vita propria. Calzini, camicie e mutande si rincorrono fra un letto e l’altro. Il rumore, là fuori, fa paura. I vetri tremano, ma sembrano reggere. Si accende il televisore, sottotitoli scorrono su un canale di Shanghai TV. Capisco alcuni caratteri: a causa dell’arrivo… del tifone,… le scuole… domani rimarranno… chiuse. Sopra i titoli, una telenovela con personaggi affranti per amori non corrisposti, e lacrime versate a fiumi, come la pioggia che cade questa notte. Poi salta fuori una faccia preoccupata, che invita a non uscire di casa domani mattina, se non strettamente necessario, e in ogni caso a usare la massima cautela.

Mezzanotte. Dicono che il disastro arriverà adesso, dopo aver percorso il Fujian e il Zhejiang. Il televisore si spegne. E’ saltata la corrente. Forse ci siamo. Urlo. Non serve, la mia voce è sopraffatta dal boato, non la sento nemmeno io. Ho freddo. Sudo. Ho caldo. Il rumore. Il rumore. Il frastuono. La fine è arrivata. La fine è qui, appena fuori dalla porta. Fra poco entrerà. La fine. Me la sarei immaginata diversa. Avrei creduto che mi sarebbe passata davanti agli occhi tutta la mia vita. Invece sono paralizzato. Incapace di pensare. Incapace di muovermi. L’aspetto, restando immobile come una statua. Purché arrivi in fretta. Purché…

Bianco. E silenzio. Dovunque, intorno a me. Non c’è nulla, non capisco su cosa sto camminando. Nudo, con una calza sopra la testa, unico ricordo concreto della vita di pochi istanti fa. Pochi istanti, o un’eternità: ormai è la stessa cosa. Compare un cartello. E’ una freccia, sulla quale c’è scritto “Per di là”. Poi, più niente. Comincia a nevicare, ma non fa freddo. Dal nulla, spuntano altri cartelli. “Di qua”, dice uno. “Di là”, gli fa eco l’altro. Seguo la direzione indicata da quello in mezzo, che è fatto come un punto interrogativo. Poco lontano, all’improvviso passa un calesse tirato da due uomini dalla pelle bianca come il non-luogo in cui mi trovo. Il passeggero è un cavallo, che sembra divertirsi a lavorare di frusta. Come d’incanto si materializza un venditore di focacce. E’ anziano, cinese, d’aspetto dimesso. Piange, gli chiedo perché. Senza parlare, senza emettere un suono, mi spiega che qui nessuno ha mai fame. Quello che sta facendo è inutile, ma non riesce a trovare altri modi per passare il tempo. Così va avanti a preparare focacce. Mi chiede se ne voglio una, ma mi accorgo che non ho fame nemmeno io. Il suo pianto diventa incontenibile. Meglio continuare la camminata. Solo ora mi accorgo che mia nonna mi sta osservando dall’alto di un velocipede. Nemmeno lei parla. Ma ride, è felice. Mi fa un cenno di saluto e se ne va.

Ma ecco che arrivi anche tu. Indossi una tunica leggera (bianca, ovviamente). Ti avvicini, senza camminare, come traslando da un punto all’altro. Mi prendi una mano. La tua mano è calda, rassicurante. Mi tiri gentilmente, ti muovi. Ti seguo, verrò con te alla scoperta di quest’assurdità. Ma presto ti fermi, ti giri verso di me. Apri la bocca e cominci a urlare. Finalmente sento un suono, la tua voce. Dapprima con piacere. Poi comincio a spaventarmi. Il tono si fa sempre più acuto, il volume sempre più alto. Il tuo grido è devastante, non ho mai sentito niente di simile. Nessun essere umano può avere tutta quella voce. Mi stai anche dicendo qualcosa, ma non capisco. I miei timpani non reggono, sento che stanno per cedere, smettila, ti prego smettila, falla finita, abbi pietà. Niente, non smetti, continui a urlare. A intermittenza. Non ne posso più, mi scoppia la testa. Finalmente ti fermi un attimo, e mi dici la prima frase comprensibile: “Spegni la sveglia!”.

Allungo con fatica una pesantissima mano sul comodino, spengo la sveglia. Sono già le otto. Mi sento stanco, faccio fatica ad alzarmi. Apro le tende. Fuori il cielo è livido, continua a piovere e tira vento. Ma lo skyline di Shanghai è ancora quello di ieri sera. I grattacieli di Pudong, dall’altra parte del fiume, in lontananza, sono ancora là. Sulla strada le piante sono sempre al loro posto e sembra svolgersi la solita vita, in mezzo a pozzanghere grandi come laghi. Mi lavo, mi rado e mi vesto. Poi, con un po’ di timore, apro la porta. Una cameriera mi sorride, “Zaoshang hao!”. Buongiorno anche a lei. Anche il corridoio sembra ancora al suo posto. Esco.

Aveva ragione il medico. Per evitare gli effetti del jet lag quando volo non devo più prendere sonniferi. Oltretutto, ieri prima di partire da Milano devo aver esagerato un po’ con queste pillole.

Scendo in strada, apro l’ombrello. Una ventata me lo spazza via. Il portiere mi guarda, gli scappa da ridere. “Non si preoccupi! Il tornado è stato degradato a tempesta tropicale. Il peggio che le poteva capitare oggi, si è già verificato. D’ora in poi non avrà altri problemi!”. Sembra davvero felice mentre si nasconde sotto l’impermeabile lucido di pioggia.

In un portone di fronte all’albergo c’è un venditore di focacce. Davanti al suo banchetto portatile c’è la coda. Interrompe per un attimo il suo lavoro. Mi vede, sorride radioso. Da come mi guarda capisco che lui sa, mi conosce già. Gli rispondo con un sorriso complice. Annuisce, poi si rimette a preparare focacce.

Mi avvio a piedi verso l’ufficio in cui ho il primo appuntamento della giornata. Mi sto bagnando come un pulcino, ma che importa? E’ troppo bello scoprire che il mondo c’è ancora.

Mai più sonniferi, lo giuro.






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  Commenti (2)
1. Scritto da annaluna, il 19-10-2007 08:47
letto con tanto ritardo.........ma bella sta storia, anzi bellissima! una curiosita', ma hai la sveglia parlante?? che figa, dove l'hai presa?
2. Scritto da Stefano, il 19-10-2007 17:06
Macche', niente sveglia parlante. Ne ho una che emette solamente un orrido bip bip biiiip! Pero' nel Paese in cui furgoni quando fanno retromarcia strillano "Prestare attenzione! Macchina in arrivo!", non mi stupirei se si trovassero sveglie che urlano "alzati dormiglione!".

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