di Claudio Canzonetta
Uccidilo.
La prigione in cui era rinchiuso era sospesa sul mare e a forma di giroscopio.
Era seduto su uno sgabello, in bilico su di un pilastro sottile, in
perfetta congiunzione con lo stelo che nasceva sopra il suo elmetto di
ferro. Sedeva vincolato a gambe incrociate dentro un meccanismo
rotante.
Le due sfere libere oscillavano al di fuori, senza spostare il
baricentro della prigione, ma procurandogli un severo mal di mare e di
altitudine
Poco distante, sulla terra ferma, armato di una picca alta ed appuntita, un uomo gli rivolgeva le spalle.
Uccidilo.
Gli dicevano le tempie.
Uccidilo.
Gli mancava l’aria e aveva la vista annebbiata. Lo sherpa Njonda era vicino, lo guardava attento, incoraggiava con lo sguardo, semi-sorridente. Siamo arrivati, gli sussurrava negli occhi. Ce l’abbiamo fatta, abbiamo conquistato la vetta.
Possibile, pensava, col cranio rasato, dentro un berretto di pelle e peli.
Possibile, dopo tanto tempo, dopo la fatica della salita, il pericolo.
Siamo veramente arrivati in cima. 
Abbiamo oltrepassato i cinquemila.
Si guardò attorno.
Tutto sembrava immobile.
L’aria gelida era scheggiata dal nevischio, fermo a mezz’aria, sospeso in quel quadro innaturale.
Possibile, si diceva, riempiendosi di gioia.
Dopo giorni di meditazione, aveva intravisto l’illuminazione, ci era andato veramente vicino, aveva capito che una vera elevazione spirituale non era possibile senza elevarsi fisicamente, senza soffrire.
Metro dopo metro si era arrampicato, parte a piedi, parte a cavallo, accompagnato da sherpa Njonda, sin dalle rapide del Huanghe, appena un rivo di montagna sotto lo Shangri-La.
Njonda continuava ad osservarlo muto, in approvazione.
Lo aveva avvertito, la prima volta dà alla testa, gli aveva detto.
Eppure no, si sentiva normale, con i piedi per terra, stanco, persino.
Euforico.
Si mosse leggermente, interruppe l’immobilità.
Uccidilo.
Si voltò allarmato.
Nulla alle spalle, sherpa Njonda cambiò espressione, chiedendosi cosa lo avesse spaventato.
Scacciò il pensiero, ingoiò. Fece qualche passo, tastando il terreno roccioso innevato. Nulla avrebbe compromesso il suo momento.
Bastava concentrarsi.
Avrebbe raggiunto il Nirvana, finalmente, sospirato da anni.
Chiuse gli occhi.
Uccidilo, gli dicevano le tempie.
Li riaprì di scatto.
Njonda non sorrideva più. Un ghigno maligno sembrava occupargli il volto.
Capì finalmente.
Slacciò il pugnale dal fodero.
Uccidilo.
“Hai tagliato i capelli”
“Si, avevo bisogno di un cambiamento”
“Sei sempre stato così radicale… dovevi proprio rasarli a zero! Sembri un monaco, così”
“Si, un monaco, in ammirazione di questa bellissima Bodhisattva!”
La abbracciò, rubandole un bacio appassionato.
Lei gli passò delicatamente una mano sulla schiena nuda, risalendo fino al collo, continuando verso i lobi, giocherellava adesso con le sue cartilagini, mentre gli mordicchiava il labbro superiore. Gli appoggiò il palmo pieno sulla testa calva.
“Ti odio” e sorrise.
Non avrebbe mai capito.
La lettura dei manoscritti Veda non poteva essere per una donna.
Solo l’uomo puro avrebbe avuto accesso alla sapienza, all’elevazione.
Si stava avvicinando lentamente, ma il passo finale richiedeva uno sforzo supremo. L’abbandono. Il sacrificio.
Il distacco dalla vita sul livello del mare.
Continuò a sorridere, mentre Silvia si rivestiva.
Osservò le sue natiche nude.
Chiuse gli occhi.
Non provava più niente.
Il silenzio dell’amore.
Non era niente.
L’erotismo.
Nulla.
Era pronto.
La prigione in cui era rinchiuso era a forma di giroscopio.
Era seduto su di un pilastro sottile, in perfetta congiunzione con lo stelo che nasceva sopra il suo elmetto di ferro.
Le due sfere libere oscillavano al di fuori, senza spostare il baricentro della prigione, ma procurandogli un severo mal d’altitudine.
Sotto di lui, quasi affiorando dalla cresta dell’onda, una serie concentrica di tombe. Un cimitero sommerso. Una città di anime, appena distante un tuffo.
Le lapidi giravano attorno ad una collina verde, distorta dal movimento dell’acqua.
Le più basse si allargavano fino ad un cerchio di qualche centinaio di metri, poi altre cerchia salivano, come i gironi dell’inferno, arrampicandosi sul colle.
Al centro della danza di tumuli, un mastodontico altare sacrificale, esattamente al di sotto della sua prigione.
Riusciva ad intravederne solo gli spigoli, avendo la visione oscurata dal suo stesso corpo sospeso.
Poco distante, sulla terra ferma, armato di una picca alta ed appuntita, un uomo gli rivolgeva le spalle.
Uccidilo.
Gli appariva davanti, la montagna, solenne, immacolata.
Sherpa Njonda aveva preparato le bestie. Il suo puledro sembrava un mulo, in realtà, con il pelo folto e le gambe tozze. Si chiama Huamei, era il cavallo personale di Njonda, che come tutti i membri della sua stirpe Naxi, aveva un cavallo assegnato sin dalla nascita, cresciuto insieme al compagno, lottando per la sopravvivenza sulle scarpate montane, combattendo le vette. Huamei scalciava già, conosceva la fatica, sembrava reticente. Il tempo prometteva, anche se sapevano entrambe che avrebbero incontrato pioggia, e la neve poi, salendo progressivamente.
Il viaggio era cominciato da due giorni, il passaggio più complesso era ancora da compiere, ma già le gambe si trascinavano stanche e la voglia di arrivare veniva sopraffatta dal disagio.
Aveva dovuto attraversare mezzo Yunnan in autobus. Voleva farla alla maniera antica, la sua scalata allo Shangri-La, procedendo via terra. Aveva viaggiato di notte, in fetidi letti accatastati, resi instabili e rumorosi dall’incessante ondulare del mezzo gommato. Non ci aveva neppure badato, completamente immerso nella sua missione. Sarebbe servito altro per demoralizzarlo.
Ma altro era avanti che lo aspettava.
I primi chilometri a piedi lo avevano avvicinato ai tre gorghi sul Huanghe.
Arrivato alla sommità della prima rapida, però, non aveva trovato nessuna guida disposta ad accompagnarlo oltre, proseguendo a piedi. Quelle vallate erano stregate, si narrava. Venivano chiamate “il balzo della tigre”, perché anticamente una tigre mastodontica era saltata da un monte all’altro poggiandosi con gli arti posteriori su un masso piantato in mezzo al fiume. Decine di dispersi si contavano intorno a quelle acque maledette. Ogni pioggia leggera preannunciava torrenti scoscesi e frane, e morti precipitati.
Noleggiò un piccolo pulmino con autista Naxi, gli unici in grado di guidare su quelle scarpate mortali. La strada era asfaltata solo in parte, interrotta frequentemente da canali di acqua rovinata da una nuova sorgente o cumuli di rocce spezzate, che ostruivano il passaggio. L’autista procedeva ad una velocità incosciente e pericolosamente vicino al ciglio della strada, senza balaustra ed esattamente sopra duemila metri di strapiombo.
Cercò di protestare, in preda al panico, ma l’autista lo zittì: il ciglio della strada era la parte più sicura, diceva, se uno sapeva come guidare senza vertigini. Molto più pericolosa la montagna, che sputava rocce in continuazione e uccideva chi le si avvicinava troppo.
Inspiegabilmente non si sentì molto rassicurato dalle sue parole.
Aveva i nervi a pezzi dopo qualche ora di tragitto. All’arrivo si gettò fuori dal veicolo e schizzò quanto più possibile lontano, senza neanche salutare o ringraziare. Conati gli partivano dalle viscere.
Arrivato nel bel mezzo delle rapide, la montagna poteva toccarla, quasi, ma era solo un’illusione: la vetta era tutt’altro che vicina. Per oltrepassare il valico, fu costretto a scendere di quota dapprima, ed arrivare a confrontare da vicino le rapide. La ripida discesa, nonostante sembrasse una piacevole passeggiata, se confrontata con il delirio appena superato, gli stancò le gambe talmente che la salita, avrebbe scoperto poi, sarebbe stata doppiamente faticosa.
Il rombo del Huanghe azzittiva le orecchie, non c’era altro a disturbare.
Trovò il masso, lo tastò come a cercare le impronte della tigre.
Nella posizione del loto si concentrò e cercò di abbattere la fatica.
Il freddo alle tempie lo preoccupava, ma allontanò ogni pensiero nel silenzio rumoroso del fiume.
La scalata cominciò dal basso, quindi.
Per ore si arrampicò su sentieri intagliati nella roccia, appigliandosi a cigli d’erba ed arbusti novelli, in verticale sul vuoto. Guardava in basso raramente, nonostante non avesse mai sofferto di vertigini. Le correnti ascensionali gli ricordavano di un’opposizione contrastata tra il pieno della montagna ed il vuoto dell’aria, massa contro spazio, peso contro leggerezza.
Superò infine la “scala celeste”, un passaggio sospeso nel vuoto attraverso dei pioli di legno su per questa vecchia e pericolosa scala verticale, costruita dagli sherpa per arrivare all’altipiano superiore.
Lì aveva incontrato sherpa Njonda, con la sua pelle scura, bruciata dal sole nudo dei cinquemila metri, i panni leggeri, le scarpe bucate ed assolutamente inadeguate alla scalata. Lo aveva guardato per un istante, poi si era offerto di accompagnarlo. Aveva letto la determinazione nei suoi occhi.
Si misero in sella. Erano ormai distanti solo qualche ora dalla meta. Huamei finì di distruggere le sue reni stanche, scalciando sui tornanti minuscoli, anche solo per il piede umano. Le membra divennero di burro.
Si afflosciò senza forza, lasciandosi condurre sulla vetta.
La prigione era un giroscopio.
Era seduto, le due sfere libere oscillavano, senza spostarne il baricentro.
Nonostante un lieve mal d’altitudine, riuscì a concentrarsi.
Si liberò le mani dapprima.
Poi raggiunse l’arma, al suo fianco.
Uccidilo.
Strinse il calcio tra due dita, presse sul grilletto.
Poco distante, sulla terra ferma, l’uomo che gli rivolgeva le spalle prese incredibilmente ed inverosimilmente fuoco. Bruciava di una fiamma alta quasi cinque metri, la sua immagine si rifletteva sull’acqua.
L’uomo abbandonò lentamente la picca, e si voltò a guardarlo.
Un terrore estremo lo pietrificò.
L’uomo era calmo, lasciava che il fuoco gli carbonizzasse le membra.
Lo guardava sorridente.
Sembrava di guardarsi in uno specchio.
L’uomo era la sua copia esatta, un gemello morente.
Il suo carceriere era il suo protettore, era sé stesso diverso.
Chiusero gli occhi, lui ed il suo doppio, nello stesso momento.
Si lasciò cadere esattamente mentre il corpo carbonizzato del suo sosia cedeva in avanti ed affondava verso l’altare, al di sotto della prigione.
I corpi si avvicinarono e dunque si unirono, in un soliloquio intrecciato, in una marcia funebre serena.
Sarebbero tornati Uno nella morte.
Prima di spirare, ebbe un’illuminazione.
Capì finalmente.
Si voltò allarmato.
Nulla alle spalle, sherpa Njonda cambiò espressione, chiedendosi cosa lo avesse spaventato.
Scacciò il pensiero, ingoiò. Fece qualche passo, tastando il terreno roccioso innevato.
Avrebbe raggiunto il Nirvana, finalmente, sospirato da anni.
Chiuse gli occhi.
Li riaprì di scatto.
Capì finalmente.
Slacciò il pugnale dal fodero.
Uccidilo, gli dissero le tempie.
Njonda annuì, dicendogli: “capirai il significato della vita, una volta compreso quello della morte”.
Si porse il pugnale all’altezza del cuore.
Segnò una croce profonda, facendo sgorgare il suo sangue direttamente sul bianco della terra innevata, che lo accolse, immortalando nell’infinità il suo gesto estremo di rigenerazione.
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