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Non si capisce. E’ impossibile. Eppure. Eppure…
di Stefano Bona
… eppure la voce arriva intensa, accompagnata da un sottofondo musicale. Canta una ragazza “Wo ai ni, aizhe ni”, le fa eco una voce maschile profonda “jiu xiang laoshu ai damiiiiiii”, una canzone che dice “ti amo, ti sto amando come il topo ama il riso”.
Mentre topo e riso si amano con tanta intensità, cerco di scoprire da dove arriva il suono. Possibile che giunga fin qui il rumore del karaoke, che sta sì nello stesso albergo in cui mi trovo (come in ogni albergo che si rispetti, del resto), ma cinque piani sotto la mia camera? A quanto pare, sì.
Accendo la TV, per coprire il frastuono con altro rumore, se non altro un rumore mio. Solo giochi a quiz, telenovelas cinesi, documentari sulla vita sociale delle formiche e “Via col vento” doppiato in giapponese. La CCTV9, unico canale cinese in lingua inglese, non è disponibile. Spengo il televisore e comincio a leggere “Chi ha spostato il mio formaggio?”, un libro scritto dal “Dr. Spencer Johnson” con prefazione di “Kenneth Blanchard, Ph.D.” che spiega come adattarsi ai cambiamenti e prevenirli: 94 pagine, di cui 10 usate dal Ph.D. per spiegare perché non si può vivere senza aver letto questo testo. Domenica era in offerta al Xinhua Bookstore di Xujiahui a Shanghai, peccato perdere l’occasione.
Di colpo, dal karaoke sale un suono allucinante, acutissimo, a rischio di perforazione dei timpani. Sembra che stiano scannando un centinaio di gatti tutti insieme. Invece no, passato lo spavento mi rendo conto che si tratta di un’aspirante soprano che sta tentando un acuto, e strilla un devastante “Xiang jiaaaaaaaaaaaaa!”. Anche i vetri delle finestre vengono messi a dura prova da questa onda sonora. Per fortuna restano intatti.
Basta. Leggere non si può, a guardare la TV viene la depressione, dormire non se ne parla, tanto vale uscire a fare un giro. E scoprire com’ è cambiata la città di Wujiang, tre mesi dopo averla lasciata per tornare temporaneamente in Italia.
In fondo allo stradone, che idealmente sembra collegarla all’albergo, svetta la cara vecchia torre della televisione, colorata da luci arancio, blu e bianche. I fasci luminosi che qualche mese fa partivano dalla torre, rivolti verso il cielo, sembrano meno potenti di un tempo. Evidentemente qualche accordo con Marte c’è stato, dopo le proteste dei marziani e la minaccia della prima guerra spaziale a causa proprio di quelle luci. Sembra proprio che la mediazione del Caro Leader con il presidente planetario marziano, di cui qualcuno favoleggiava pochi mesi fa, abbia dato i suoi frutti. E pare che abbia fatto bene anche alla Corea del Nord, la quale guarda caso subito dopo ha avviato una distensione a tutto campo con Stati Uniti e Corea del Sud, sfociata all’inizio di ottobre nello storico vertice di Pyongyang con il presidente sudcoreano.
Ma le buone abitudini non si possono perdere, così ora ci sono altri fasci di luce mobili e potentissimi, che però partono da un edificio più basso, planando sui tetti delle case circostanti.
Prendo un taxi, salendo dietro. Il guidatore, vestito con canottiera, calzoni neri e ciabatte, ha tutti i finestrini aperti, incurante della temperatura che ormai a quest’ora della sera scende sotto i quindici gradi.
«Qu nali?», dove vai?
«Comincia a partire, poi ti dico io la strada.», anche se non ho la più pallida idea di dove andare.
«Okay».
«Sempre dritto».
«Okay».
Parte, poi si gira verso il sedile posteriore e mi fissa, mentre cerca di tenere dritto il volante. Infine trova il coraggio di fare la domanda:
«Sei giapponese, vero?»
«Beh, non esattamente giapponese».
«Ah, allora sei coreano ».
«Più o meno. Sono italiano», gli rispondo mentre guardo la strada al posto suo.
Schiviamo una bicicletta per pochi centimetri. Sembra perplesso, si rigira in avanti.
«Ah, Italia. Bello il calcio italiano! L’Italia è in Europa, vero?».
«Così dicono».
Intanto siamo già arrivati in centro, dove ci sono negozi e un’isola pedonale, affollati fino alle nove di sera, già chiusi e deserti alle dieci.
«Vuoi scendere qui?».
«No, vai avanti in quella direzione».
In pochi minuti finiamo nella Zona Economica di Sviluppo (a essere rigorosi, la parola cinese “kaifaqu” andrebbe tradotta con un ben più aulico “distretto di apertura e sviluppo”). Dove quattro mesi fa ogni angolo, ogni strada era un cantiere a cielo aperto e voragini e montagne di terra costellate di scavatrici caratterizzavano il panorama mentre le persone camminavano come fantasmi in mezzo a nuvole di polvere (quand’era asciutto) o alle sabbie mobili (quando pioveva), dove non arrivava più la luce del sole, ebbene proprio lì ora ci sono strade a sei corsie illuminate a giorno e contornate da piste ciclabili, aiuole fiorite e marciapiedi. Con il tocco artistico di lampioni il cui stelo è fatto di neon lilla e verdi. Dove c’era la Rotonda dell’Ingorgo Perenne ora c’è un grosso incrocio semaforizzato, sul cui angolo è in costruzione un albergone a cinque stelle di una catena internazionale. Non lontano, verrà costruito un Walmart. Tutt’intorno, dove non ci sono fabbriche, stanno crescendo come funghi palazzi amministrativi ed edifici residenziali di venti piani, che se a Shanghai sono la norma, qui stanno radicalmente modificando l’orizzonte.
Sento una fitta allo stomaco, mi ricordo improvvisamente che questa sera ho mangiato solo una mela e ho una fame esagerata.
«Basta così per stasera. Portami a mangiare qualcosa».
«Dio Coffee?».
«Dio Coffee. Se c’è ancora».
C’è ancora. Il pavimento sempre più storto. Il personale nuovo. Le divise nuove (invernali?) delle cameriere, che ora indossano i pantaloni. Mi siedo su un divanetto verde scuro, comincio a leggere il menu. Salta la luce. Qualcuno la riattacca. Salta di nuovo. La scena si ripete con frequenza psichedelica per venti minuti. E’ chiaro che questa sera non riuscirò nemmeno a mangiare. Saluto Dio Coffee e me ne vado.
Faccio quattro passi costeggiando il giardino della pagoda e arrivo su un ponte dove sono riuniti una decina di venditori di spiedini con la loro dotazione di bracieri a carbone, tavolini e sgabelli di plastica per i clienti, che si godono in allegria questo spuntino notturno con vista sul canale sottostante. Intanto sulla strada si aggirando scooter grossi come automobili, che sembra siano diventati l’ultima moda fra i giovani, a giudicare dal loro grado di standardizzazione: lui alla guida e lei seduta sulla poltrona posteriore, musica disco a duecento decibel, luci intermittenti e neon blu sulla carenatura, intorno alla targa, sulle ruote.
Passa un taxi. Lo fermo, salgo. Questa volta mi accomodo sul sedile anteriore, casomai anche questo tassista amasse particolarmente girarsi a conversare con i suoi passeggeri. Cerco di allacciarmi la cintura di sicurezza, peccato che il gancio sia rimasto infilato sotto il sedile, in mezzo alle bottiglie vuote e ai cartocci usati di succo di frutta che rotolano sul pavimento.
«Cosa stai facendo?».
«Mi sto allacciando la cintura di sicurezza, perché?».
«Ooh!», scuote la testa, «non serve usarla a quest’ora! ».
Benvenuti nel luogo in cui i pali e i muri da queste parti diventano di burro se vai a sbatterci contro dopo le undici di sera!
La strada passa in mezzo a un gruppo di villette, è liscia come un biliardo, ma sembra che il taxi si diverta a inventare buche e sconnessioni che in realtà non esistono. Non ricordo di aver mai traballato tanto, neanche quando capita di trovare forti turbolenze durante un volo. Per fortuna il tragitto è breve. E per fortuna sono a digiuno. Arriviamo all’albergo compiendo una manovra mozzafiato d’inversione in mezzo all’incrocio. Mentre sto pagando la corsa, mi accorgo che non ho mai detto al tassista dove avrebbe dovuto portarmi. Ha fatto tutto lui, e ha indovinato la destinazione. Semplice intuizione? Telepatia? Mi guarda divertito, senza svelarmi il segreto.
Ancora traballante, entro nella hall deserta. Ci sono solo un portiere all’ingresso, due impiegati al bancone e una cinquantina di pesci rossi dentro l’acquario. I più attivi sono sicuramente i pesci. Intanto pare che i talentuosi frequentatori del karaoke si siano calmati, o almeno che si stiano dedicando ad attività più silenziose del canto. Finalmente un po’ di tranquillità. Segno che la giornata è davvero finita. Domani è un altro giorno. Ma Wujiang non si fermerà. Né domani, né mai.
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1. Scritto da annaluna, il 25-10-2007 08:38 oh poeta oh mio poeta! ma come ti ridurrai continuando a mangiare cosi'......... porta con te il webmaster, chissa che.......... bravo Stefano, sono rapita dalla lettura dei tuoi brani. A quando un bel romanzo? |
2. Scritto da Stefano, il 25-10-2007 11:35 Ecco, lo sapevo! Non poteva mancare il refuso! "Benvenuti nel luogo in cui da queste parti" non si dice! Uffaaa... Vabbe', ormai e' fatta. Per la cronaca: le foto ritraggono esattamente lo stesso luogo, com'era a luglio e... com'e' oggi. Ciao! |
3. Scritto da daniele, il 25-10-2007 12:16 stefano complimenti per i tuoi racconti, appassionanti e tragico-comici.... daniele |
4. Scritto da Taoista, il 31-10-2007 07:19 Curioso, anche io ho letto `Chi ha spostato il mio formaggio` 3 anni fa. Il regalo di un amico italiano che sembrava mi avesse regalato una perla di saggezza prima di partire per la Cina... Tieni duro da quelle parti, di certo e` una realta` piu` vera di quella che si vive a Shanghai. So che l`apprezzi  |
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