|
di Claudio Canzonetta
A volte credo che l'America sia solo una lunga scia d'asfalto, da guidare fino a che viene mattina.
E' quantomeno interessante risvegliarsi da una veglia, scoprire sorprendendosi di essere talmente lucidi da prendere una decisione, da ruotare il volante.
I fari incontrano il rosso dell'aurora, che mi assalta alle spalle. Tutto è dietro di me ormai.
O quasi.
Il Borneo.
Zul imparò nelle foreste che il sole dà vita e la toglie. Quasi diventò cieco, da bambino, cercando di guardarlo. Quasi cadde dai venti metri di una palma da cocco, cercando di afferrarlo.
Imparò il sole sulla sua pelle scura, col sudore caldo delle corse sulla spiaggia.
Imparò anche che il sole dà luce al mondo intero, alla foresta anche, al villaggio, alla sua capanna come pure a quelle di altri uomini, magari distanti come il sole.
Era diverso, Zul.
Nacque una notte d'agosto. Sua madre morì dandogli la vita, sua padre lo ignorò negli anni, dandogli la libertà.
Era agile, Zul, e forte, audace.
Decise di affrontare il mare un giorno.
Decise di venirmi a cercare.
Passeggiavo nei dintorni di Regent Street, quando mi accorsi di lui. Zul era arrivato a Londra dopo qualche anno passato a San Francisco, poi un breve internship a Bruxelles. Non sembrava pi_ un indigeno malese uscito dalla giungla, indossava vestiti griffati, si muoveva con disinvoltura e parlava un inglese ormai decente. Ciò nonostante una certa irruenza nei modi, un vigore quasi animalesco talvolta traspariva, nello sguardo e nei gesti veloci.
Urlava, Zul.
Urlava quel giorno, nel bel mezzo della via, a pochi passi da Piccadilly Circus.
Imprecava in malay e cercava di divincolarsi, mentre due buttafuori di colore lo vincolavano alla porta del raffinato emporio.
Aveva i muscoli tesi e le vene gonfie sulle tempie, i pugni contratti nella morsa isterica di chi non vuole darsi per vinto.
Rassettai la camicia con le mani, stendendone bene i margini sopra l'ombelico. Raddrizzai la schiena e mi avvicinai con il mio solito timido approccio da strada, che quel giorno mi catapultò nella pi_ intricata avventura della mia vita.
Ero a Londra solo da una settimana, con un sogno in testa: aprire una locanda.
Continuavo a viaggiare ormai da anni, lavorando per una compagnia aerea, sempre passaporto, trolley e valigetta alla mano, tanto che avevo voglia di smetterla con aerei e fusi orari, che rovinano umore e salute, pur sperando di poter continuare ad incontrare viandanti. Da sempre credo nella sacralità dell'Incontro, nell'improvvisa comunione di spiriti, nel gemellaggio istantaneo ed istintuale.
Una locanda rappresentava la perfetta concretizzazione del mio sogno. Avrei viaggiato, da quel momento, solo nei racconti dei miei ospiti.
I mesi seguenti li ricordo in maniera confusa come un intreccio di feste, notti insonni, musica assordante, abusi di droghe, alcool e preservativi.
Zul prendeva tutto in maniera sistematica e sembrava voler sperimentare con la sua vita e con quella degli altri, portando ogni conseguenza all'eccesso estremo, abbandonando se e quando ne aveva noia.
Sembrava non annoiarsi mai di me, però.
Dopo poche settimane dalla nostra prima notte di passione, consumata ubriachi nei bagni del Wag, decidemmo di affittare insieme il piano superiore di una piccola casetta in Queen's Park, appena fuori dal secondo anello.
Ricordo distintamente il materasso senza rete e lenzuola che ci fece da giaciglio la prima notte, nella camera spoglia vista strada.
Assaporammo lentamente i nostri corpi nudi, le mani forti di Zul erano divenute piume sulle mie cosce. Aveva assunto, sorprendendomi, atteggiamenti sensuali, quasi femminili, abbandonando la sua usuale durezza per una delicatezza inaspettata, che rese l'incontro indimenticabile.
Godemmo a lungo della compagnia reciproca, in quelli che ricordo come i mesi pi_ straordinari della mia vita. Poi mi resi conto, purtroppo, che il mio progetto si era arenato. La leggendaria burocrazia britannica e l'inefficienza dell'ufficio immigrazione malese complottavano a mani giunte contro i miei sogni. I risparmi di anni di lavoro, inoltre, andavano assottigliandosi grazie alla sterlina pesante e alla vita dissipata che conducevamo.
Nei parlai con Zul una mattina di sole, un'alba di grazia che ispirava gioia di vivere. Impulsivo come al solito, mi fece una proposta.
Tornammo insieme, di lí a poco, nella mia città natale, con un progetto da realizzare.
Malacca sembrava così diversa da quando l'avevo lasciata, eppure sempre uguale.
Le strade del centro sembravano ora quartieri di Canton. Anche se in maniera sottile, non ufficiale, i cinesi avevano occupato Malacca, senza dichiararla loro colonia o possedimento territoriale, contrariamente a quanto avevano fatto arabi, portoghesi, inglesi e giapponesi in passato.
Un'ennesima versione, quindi, della solita poliedrica Malacca: le fontane e i negozi di baccalà avevano lasciato il posto a banchi dÕerbe e medicina tradizionale, gli avamposti dell'esercito britannico prontamente convertiti a mercato; di continuo si ascoltava sfrigolio di fritture ed il locale pi_ in voga sembrava essere ora un piccolo ristorante di Chicken Balls, che ambiva a divenire catena ed invadere il mondo con le palle di pollo.
Scegliemmo con cura.
Passammo settimane a dormire in tutte le guest house esistenti, cambiando alloggio ogni notte e annotando pregi e difetti della concorrenza.
Ci innamorammo infine di un palazzo storico, in pieno centro, che rimodernammo con stile, lottando contro amministrazione comunale e architetti invasivi.
Il sogno si realizzò davanti ai miei occhi, ma la nostra vita perfetta finì per essere incancrenita da un tarlo: lo spirito della ricerca, che da sempre faceva andare il mio compagno ancora oltre.
Dovendo vagliare le tipologie alberghiere, decidemmo per un Òhome stayÓ, in modo da poter convivere insieme ai nostri ospiti. Zul insistette per avere letti separati: voleva giocare a fare coppia aperta, in modo da approfittare di possibili avventure con gli avventori della nostra locanda. Morivo di gelosia, ma lo assecondavo. Ebbi la meglio, però, sulla decisione di condividere un'unica camera, che giustificai come indispensabile per avere un reddito superiore. La nostra intimità era così preservata e ne gioivo, fremendo di eccitazione quando al tramonto Zul mi prendeva da dietro, sul suo piccolo letto cigolante, trattenendo il fiato per non disturbare gli astanti al di là delle mura sottili.
Con il tempo, però, le avventure si moltiplicavano e sentivo la passione affievolirsi. Zul mi accusò di arretratezza, di mancanza di visione. Io dalla mia mi affogavo dÕamarezza e torte al cioccolato, che scontavo ogni giorno con lunghe corse contro il mare.
Tornando un pomeriggio, dopo aver accompagnato una coppia di Hong Kong alla Stazione Centrale, trovai una nota sul frigo e la locanda deserta.
"Se ci tieni, vieni a Miami".
Andai, ahimé, sacrificando tutto all'amore.
Attraversai il mondo per riprendermi Zul.
Ieri notte ci incontrammo sulla spiaggia davanti a quello che aveva descritto mille volte come il miglior ristorante al mondo, un bugigattolo con tre tavoli di plastica in cui una coppia cubana serviva pesce fresco. AllÕombra della luna ci amammo, nellÕacqua i corpi si unirono, lontani dieci miglia dalla nostra casa seicentesca, dimenticando la nostalgia.
Senza fiato, Zul mi disse: ÓTi amo, Ryan. Sei lÕunico uomo della mia vita. Vieni con me, andiamo a ÔCisco. Saremo bene accolti e potremo anche sposarci, laggi_ÉÓ.
Non ricordo le mie parole impastate.
Una nuvola bianca sembra avvolgere i ricordi delle ultime ore.
Spero solo che quando il sonno finalmente metterà fine alla mia fuga, su questa strada rettilinea diretta a ponente, mi renderò conto di non aver preso la decisione sbagliata.
Dedicata al ÒTWENTYÓ, il miglior home stay di Malacca.
Visualizzazioni: 822
Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. Effettua il logi o registrati. |