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di Stefano Bona
Ci sono momenti in cui ti senti padrone di te stesso e di quello che ti
circonda, e ti sembra di toccare il cielo con un dito. Il mondo è lì,
gente che passeggia e corre e ride e piange, le strade della città
intasate di traffico, le vie un alternarsi di povere botteghe e centri
commerciali di lusso e ristoranti. In quei momenti ti percepisci come
parte essenziale di una totalità, che esiste perché ci sei tu e per
farti star bene. Ti sembra che quel mondo sia tuo, e gusti
quest’euforia che ti infonde un senso di sicurezza. Sorridi a tutti e
potresti affrontare qualsiasi sfida, tante sono le energie che hai
addosso.
Le ragazze ti studiano con interesse. Se giocassi alla lotteria
vinceresti, se ti buttassi dal tetto di un grattacielo arriveresti a
terra senza farti un graffio, se acquistassi azioni in borsa
guadagnerebbero il 300% in due giorni. Insomma, una vita che molti
chiamerebbero meravigliosa.
E poi ci sono momenti in cui il mondo diventa qualcosa a se stante, e vedi passare una fiumana assurda di gente affaccendata e preoccupata, che si spintona e cerca di farsi largo fra i mezzi di trasporto fermi in coda in mezzo alla strada. Cammini sul marciapiede e tutti ti urtano come se non esistessi, lo sputo di un passante ti centra la scarpa nuova, prendi in mano un foglio di carta e ti tagli. Non giochi alla lotteria perché tanto perderesti, non investi in borsa perché sai che tanto il mercato crollerebbe subito. Ti rendi conto che il mondo esiste indipendentemente da te, dalla tua esistenza, da quello che fai. Ti senti piccolo piccolo. Inutile. Insignificante. Tutto ti diventa indifferente. Vorresti sparire, lontano da tutto e da tutti. E smetti davvero di esistere. Insomma, una vita palesemente del piffero.
Spesso il passaggio dalla fase meravigliosa a quella del piffero avviene senza una ragione precisa, solo perché a molti piace camminare sullo spartiacque fra queste due valli. Così per i distratti non è sempre facile rendersi conto del versante in cui ci si trova.
Zhao Jun stava proprio cercando di capire dov’era, anche se, appena mollato dalla fidanzata, si sentiva pendere dalla parte del piffero. Stava però tentando di risollevarsi, aggrappato a una bottiglia di baijiu di marca infima, seduto a un tavolino sul quale troneggiava un garofano rosa infilato malamente in un vaso di vetro.
Il locale fumoso non invogliava certo a ritrovare il buonumore. Gente ubriaca, gente che bestemmiava, un uomo che vomitava sotto il tavolo, impiegati frustrati che si confidavano tutte le porcherie fatte dai rispettivi capi, ragazze alla ricerca di compagni paganti per la serata. Gli tornava in mente una canzone che aveva sentito da qualche parte, quand’era studente di italiano all’università di lingue straniere.
“Cirrotici, diabetici
nemici dei dottori
sputan sulla terra
dove andranno sottoterra”.
Solo il garofano sembrava non badare al fumo, all’alcol e ai rancori che riempivano polmoni e vene dei clienti di quel locale buio. Zhao Jun ne sfiorò i petali e si accorse che era di plastica.
“La vita è come un garofano di plastica”, pensò vuotando l’ennesimo bicchiere di baijiu, “tutti diventiamo oggetti finti piantati in un vaso: ci costruiamo un’immagine per apparire agli occhi degli altri, e poi non ci spostiamo più dal vaso dei nostri punti di vista stereotipati, perché dopotutto ci piace crogiolarci nell’inerzia del non pensare”. Stupito per la profondità delle proprie considerazioni, tracannò un altro bicchiere. Poi buttò duecento renminbi alla cameriera, per saldare il conto, e decise di uscire. Quando provò ad alzarsi, si accorse che le gambe non avevano alcuna intenzione di seguirlo. Cercò di fare leva sulle braccia, ma così sbilanciò il tavolino che si rovesciò proiettando la bottiglia di baijiu ormai vuota contro il muro e il vaso con il garofano qualche metro più in là, proprio in faccia a un energumeno grande e grosso seduto a un altro tavolino.
Zhao non seppe spiegare come si trovò fuori dal locale, si accorse solo che improvvisamente era seduto sul marciapiede mentre il naso gli faceva un male del diavolo e buttava sangue come una fontana.
In qualche modo si tirò in piedi e si mise a barcollare lungo la strada (gli pareva che fosse Hengshan Lu, ma non ne era troppo sicuro), mentre cercava di tamponare l’emorragia (“Ma che male! Non sarà rotto?”), macchiando completamente la camicia bianca.
“Devo uscire dal vaso”, pensò, “devo uscire dal mio vaso”. Incappò in un gruppo di tedeschi più ubriachi di lui, anzi ci sbatté proprio contro.
«Ehi, fai attenzione a dove metti i piedi, microbo!»
«E voi guardate dove andate quando camminate! E uscite dal vostro vaso dei condizionamenti!». Ma da quando in qua sapeva capire e parlare il tedesco così bene?
Decise di prendere un taxi, ne fermò uno, fece una fatica infernale a trovare la porta attraverso cui infilarsi, e un minuto dopo essersi sdraiato sul sedile posteriore vomitò. Il tassista lo ricoprì di improperi in shanghainese, cantonese, e in una decina di dialetti, prima di farlo rotolare fuori dalla macchina senza troppi complimenti né risparmiare troppo in termini di calci e schiaffoni.
«Anche tu non sai uscire dal vaso… Fratello, esci! Guardati in giro! Il mondo te lo chiede! Non nasconderti, non rinchiuderti in te stesso! Non arrabbiarti con chi ti sporca il taxi! A che serve arrabbiarsi?» gli disse con una tremenda alitata. Ma la risposta che ottenne fu un dolore tremendo sulla bocca, il labbro spaccato, un altro fiotto di sangue e qualche dente staccato dalla gengiva alla quale un attimo prima stava saldamente ancorato. Zhao Jun non poteva immaginare che quel tassista, nel poco tempo libero che gli restava, amava dedicarsi alla boxe e non sopportava chi gli diceva cosa doveva fare, soprattutto se la lezione arrivava da chi gli aveva appena rovinato la serata.
Ora Zhao non si rendeva conto di dove si trovasse, ma sapeva che la sua missione era quella di convertire l’umanità invitandola a uscire dal proprio vaso. Non aveva mai avuto le idee così chiare in vita sua. E cominciò sbraitare frasi filosofiche, storie di vasi e fiori che volano, di garofani e petali di plastica. Capì di essere sdraiato su un marciapiede perché ogni tanto sentiva tintinnare attorno a sé le monetine che qualche passante impietosito gli lanciava. Ma insieme alle monetine, gli arrivò anche una secchiata d’acqua gelida da qualche finestra, che se non altro ebbe il risultato di scuoterlo un po’ dal torpore. Ma poi gli venne freddo, e lo prese un senso di disgusto per se stesso perché lui, l’illuminato, era lì a strisciare in mezzo alla sporcizia, e intorno a lui non c’erano altro che piedi che camminavano veloci, monetine che cadevano e polvere e vasi e garofani di plastica e ancora polvere polvere polvere. E infine buio.
Quando tornò la luce sentì un gran mal di testa e dolori da tutte le parti e vide davanti a sé un uomo di mezz’età, vestito di bianco, che lo guardava con grande attenzione.
«Ben risvegliato!», gli disse l’uomo in bianco, «Sono il dottor Jiang. Lei è ricoverato all’ospedale Ruijing da tre giorni. Alcune persone l’hanno trovata sul marciapiede in Huaihai Lu in stato di coma etilico e l’hanno portata qui. Le abbiamo fatto molti accertamenti. Abbiamo riscontrato una frattura scomposta del setto nasale, la frattura dello zigomo destro, un grosso taglio sul labbro inferiore, ferite varie su buona parte del corpo, quattro incisivi rotti, un trauma cranico commotivo, una vertebra cervicale incrinata, la caviglia sinistra slogata. Le analisi del sangue hanno inoltre rivelato una cirrosi epatica in fase avanzata. Abbiamo dovuto operarla per ridurre la frattura al naso e allo zigomo. Le è andata bene, perché tornerà a moversi normalmente. Ma le cure saranno ancora molto lunghe e piuttosto costose. Quando riuscirà a parlare di nuovo, mi dovrà spiegare se valeva la pena di conciarsi così».
Già, parlare. Provò ad aprire la bocca, ma non riuscì a emettere più che in suono indefinibile, una nuvoletta d’alito senza consistenza. Avrebbe voluto raccontare che tutto era accaduto per un vaso, ma non ne era in grado.
Un mese dopo, quando Zhao Jun fu di nuovo in grado di reggersi in piedi, tutto il personale e tutti i pazienti dell’ospedale erano a conoscenza della sua idea del vaso, secondo la quale non bisognava restare vincolati a una situazione o a un punto di vista come fiori finti che continueranno a prendere polvere per decine d’anni sempre nello stesso vaso. Qualcuno gli dava ragione, i più pensavano che gli mancasse qualche rotella, ad ogni modo alla fine i medici preferirono dimetterlo.
Zhao non era ancora in grado di tornare a lavorare, ma il conto in banca era stato prosciugato dall’ospedale, perciò lasciò passare solo pochi giorni e, appena si sentì abbastanza sicuro sulle gambe, andò in ufficio.
«Ah, sei tornato», gli bofonchiò il capo con aria di sufficienza, senza far caso ai lividi e alle croste che gli decoravano il volto. «Ora vai a recuperare i tuoi effetti personali, e poi sparisci», aggiunse gelido.
«Ma come sarebbe a dire… sparisci?».
«Sarebbe a dire che sei licenziato! Sei scomparso per più di un mese senza dir nulla lasciando una montagna di lavori urgenti in arretrato, ti abbiamo cercato ovunque senza riuscire a trovarti, ti sembra questo il modo di comportarti?».
«Sono stato all’ospedale, ho qui tutti i certificati…».
«Non me ne frega un accidente dei tuoi certificati del cavolo, dovevi pensarci prima! Qui abbiamo un sacco di cose da fare, se i clienti reclamano perché siamo in ritardo cosa gli devo dire? Miscusimaèscomparsoundipendente?! Ora vai a recuperare la tua roba, che è pure d’intralcio alla ragazza che ti ha sostituito».
Zhao si sentiva ribollire dentro, ma cercò di non perdere la calma, anche per coerenza con se stesso, visto che non si era mai arrabbiato in vita sua. Per aiutarsi pensò alla teoria che aveva elaborato e perfezionato durante quelle settimane, e concluse che non tutti i mali vengono per nuocere. Anche se la causa di tutte le sue disgrazie era stata un vaso, quella poteva essere l’occasione buona per mettersi alla prova, uscire dal proprio guscio e cominciare a divulgare le proprie idee.
Entrò nello stanzino dove aveva lavorato per quattro anni. “Ufficio interpretariato”, c’era scritto sulla porta. Lì dentro aveva tradotto leggi e contratti, normative tecniche e progetti, in cinese, inglese, italiano e tedesco. Le pareti e la moquette trasudavano quarantotto lunghi mesi di parole burocratiche e tecniche. I suoi effetti personali (qualche scartoffia, le foto della sua città d’origine, un pupazzo dell’orso Yoghi) erano accatastati malamente in un angolo. Alla sua scrivania stava seduta una ragazza stupenda: la sua ex fidanzata. Sulla scrivania era appoggiato un vaso. E nel vaso c’erano quattro garofani. Di plastica.
Per Zhao fu il cortocircuito.
«Ah sei tu? Per favore, raccogli la tua roba perché mi dà fastidio e non so dove metterla. Ma… cosa c’è, non ti senti bene?».
No.
Zhao non si sentiva per niente bene.
Anzi, non si sentiva proprio.
Nessuno riuscì mai a spiegare come fece a uccidere a mani nude dieci persone: la sua “ex” per prima, il capo e gli altri colleghi in rapida successione subito dopo. Quando arrivò la polizia lui era lì ad aspettare, calmo. Nella vita c’è sempre una prima volta, pensò: anche per arrabbiarsi.
Qualche mese dopo, in una mattina fredda, lo portarono nel luogo in cui stava per avvenire la sua esecuzione. Le ultime parole che disse furono: «Non accontentatevi dei giudizi preconfezionati. Abbiate il coraggio di guardare il mondo con i vostri occhi, di camminare con le vostre gambe! Non siate anche voi fiori di plastica eternamente immobili nello stesso vaso!».
Le guardie non capirono ed eseguirono gli ordini dei superiori.
L’uomo che pulì la cella di Zhao quella stessa mattina, vi trovò un manoscritto. Sembrava interessante, ma troppo complicato per lui. Lo portò a casa. Lo spedì al cugino di suo cognato, che insegnava psicologia negli Stati Uniti d’America.
Lo psicologo Martin Pang di Los Angeles propose una teoria che suscitò in poco tempo l’interesse di molti studiosi e migliaia di persone, soprattutto teenagers. Scrisse trattati, articoli scientifici e divulgativi, e aprì una sua scuola, dove si insegnava alle persone di tutte le età ed estrazioni sociali come essere ottimisti, come trovare il coraggio di fare sempre cose nuove, come non essere troppo conformisti e vittime dei pregiudizi. Secondo questa teoria, l’errore più grave che una persona potesse fare era fossilizzarsi su una situazione e una serie di idee di comodo, senza preoccuparsi di guardare un po’ più in là del proprio naso. L’elemento essenziale che Martin Pang usava come punto di partenza per spiegarla, soprattutto durante le sue apparizioni televisive, era un oggetto concreto: un garofano di plastica, che impugnava con una mano agitandolo nell’aria attorno a sé.
“Teoria del vaso”, la chiamarono.
Stefano Bona
La canzone da cui è tratta la citazione è “L’accolita dei rancorosi” di Vinicio Capossela.
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