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Da Marco
Gli occhi di dietro Stampa E-mail
25 novembre 2007

 

occhidietro1.jpg

di Claudio Canzonetta


La realtà in realtà è irreale, vive di punti di vista.
Vede punti di vita. Non ne basta uno, tanti siamo, tanti ed ognuno vive e, di conseguenza, fa vivere.
Un filtro, mi viene in mente, un pozzo, l’immagine riflessa e oscurata, il tonfo del rimbalzo, il marchingegno dello specchio morbido, floscio, impotente.

 


Vedo punti di svista, non me ne bastano, di continuo li cambio e li rimpasto.
Talvolta, come negli ultimi giorni, la realtà (in realtà irreale) mi porta al trasporto, alla divagazione, alla re-interpretazione.
Cerco occhi di dietro per osservare il mondo, ma il mondo mi stampa di dietro occhi che mi mettono in gioco.
La riscoperta del banale. E’ una questione di punti di vista.

La mattina alle sei con gli occhi e le croste, le gru del porto di contenitori mi sembrano più che altro i loro omonimi animali. Danzano, le gru, insieme con i gru, ballano il walzer, l’operatore gira i meccanismi a tempo di Strauss, l’aurora batte il controtempo. Gli elastici che portano elettricità alle torrette sembrano barbe puntute, ispide e sgarbate; i tronchi slanciati invece stambecchi sottili, cosce secche di vecchia, senza polpacci, stecchini rossi, arzigogolati ornamenti carminio, lunghi pilastri scarlatti che sfidano il cielo e s’accollano pesi, grevi, oblunghi, quadrettati. La dentiera del porto accerchia il mare come un ventaglio, da mane a sera. Quando il sole sparisce, dodici ore dopo, le luci si accendono, a sostituirlo. E’ tempo di polka, a questo punto: i fari zompettano e ammiccano, si fanno la scia, lasciano le corti e ci danno dentro con il boogie woogie. Il trionfo delle navi in arrivo, vengono accolte, gli ormeggi cadono al posto giusto e con solenne sacralità vengono spogliate del carico, deprivate delle loro ricchezze, sollevate sull’acqua, rifiatando dopo la lunga traversata.
C’è puzza di spaghetti al curry, ma non me ne curo.

occhidietro2.jpg Le navi attorno alle ciminiere di Lamma sono pescherecci, per lo più. Un museo, una volta, spiegava il traffico marittimo e descriveva i diversi tipi di imbarcazione e di rete, da posta e da circuizione, le lampare, le sardare, le lacciarelle, le reti romboidali, diagonali, ottogonali, da stripparci gli squalotti più pesanti e annegare il più piccolo girino.
La barca che prediligo la chiamo pipistrello, amichevolmente, mi prendo confidenza, nonostante io sia preferibilmente animale di terra. Ha due braccia snodate, a gomito, che tengono le reti. Snodate nel senso che si muovono, si allargano a dismisura fino ad affondare nell’acqua, diventando pezzo solo, linea retta sull’orizzonte, o si contraggono, formando due angoli acuti a piombo sul mare. Due gomiti leggiadri, inclinati sulle onde.

Dalla prua di questa piccola piroga allargata si controllano le due ali, che con un argano vengono sollevate sull’acqua a rilevare il pescato. Il culo pesante della barca bilancia la struttura alare innalzata: nere di pece, le reti scendono pendule dai pioli fronzuti, attaccandosi all’ultima volontà, recando i figli del mare alle porte del cielo. Così, sospesi tra acqua e aria, i pescatori scivolano sulle correnti, remando raramente. Poi, soddisfatti, allungano di nuovo i bracci nodosi, le reti spariscono nell’acqua, ed il mio pipistrello ritorna ad essere una piroga solitaria, su cui un marinaio sbarbato (ahi! cinesi senza pelo!) si accende un sigarillo.

Poi, arrampicato sui monti, nel punto più impervio di Lantau, c’è un Buddha ciccione seduto, bronzo acquamarina, sopra un colle, ad osservare un altare rotondo, concentrico, tre giri uno sull’altro.
Scalini uno alla volta, trecento e tanti, ci si avvicina prostrati, sfiancati dai tornanti, dalle passeggiate, dal pellegrinaggio. Silenziosi, i bodhisattva salutano con le mani alzate. I monaci intonano un inno, pasteggiando a succo di verza e fagioli di soia. Le mura rosse, screpolate dagli anni, sfarzose come la festa, preannunciano l’altare, difeso da quattro eroi guerrieri, in pietra, che scoraggiano i malintenzionati.
Il Tiantan è solo una ricostruzione in scala, una miniatura dell’originale a Pechino. Ricordo ancora gli echi, e giro in tondo, senza fiatare, batto suola dopo suola e calpesto l’altare, convesso nel centro, per l’Ufficio, per riconciliare Cielo e Terra, e Tutto Sotto il Cielo.
I falchi, a stormi, sanno di proteggere un luogo sacro, i bordi miniati degli incensieri.
I falchi galleggiano, planano dall’alto. I falchi, e con loro lo sguardo. 

Difendo la bellezza, il particolare.
Le chiese diroccate, le campagne di palme.
Eppure quando alla bellezza do da mangiare un turista, ecco che la bellezza s’imbarazza, mi si nasconde.
Gli si preferisce il tornado d’asfalto, le colate di catrame, le trombe di falloppio che digeriscono e fecondano robotici inganni, le tube, controtube, corni e contrabassi stradali (che traduco in: autobus, taxi, treni sotterranei ed aereoplani).
Insomma: al Grande, all’Onnipotente, all’Artifizio.
Formula vincente: <TUTTO TANTO>.

Ma non mi do per vinto.
Al punto di vista del turista (che di fatto depista una svista), contrappongo quello di chi, da più tempo di me, risiede e commenta.
Conosco un prete, uno di quelli che definirei “sacerdote”, mediatore tra il santo ed il fedele. Conosce la bellezza, il sacerdote, e ne parla di continuo, la esalta e trasforma (ahimé) nei suoi racconti.
Mi dice di Mao, della Rivoluzione Culturale.
Mi dice di aver lavorato in fabbrica per vent’anni, e quasi rimpiange i tempi in cui faticava per tredici ore al giorno, tre giorni di riposo all’anno.
Mi dice della cosa pubblica e della cosa privata: di come sia possibile una commistione, per raggiungere l’efficienza.
E’ esaltato, infervorato, ama, adora, appassiona.
M’impaurisce, con il tempo.
Vede forse la bellezza nello sporco, soffre forse di cecità, è forse invaghito del diabolico altro?
Non mi so decidere, ma ne prendo intanto distacco.

La morale?
L’acqua può essere terribile piaga che annega e disperde.
L’acqua può essere salvezza battesimale, speranza e vita.
L’acqua può anche essere ignorata, sta lì, come è sempre stata.
Vive di punti di vista, l’acqua, come la realtà.
Ridimensioniamola.
Apprezziamo invece la sete ed il dissetarsi.
Apprezziamo la vita, riscoprendo il banale. 
 
     



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