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di Kiara DG
"...and the question is, was I more alive / then than I am now? / I happily have to disagree; / I laugh more often now, I cry more often now, / I am more me"
Controllo un'ultima volta l'e-mail, logout e spengo velocemente il computer.
Qualche minuto alle 17.
Gli occhi azzurri di Lockie mi osservano dalla porta. Cuffia bordeaux, zaino.
Ore 17 di venerdì pomeriggio. Una corsa fuori dall'ufficio, per le scale e in pochi secondi siamo in strada: io, Lockie e Jan.
Siamo alla ricerca di un taxi, della via più veloce per la stazione.
Nessuna luce rossa, nessun taxi.
Il tempo scorre.
Il D-train delle 17:37 e' il nostro gate per un weekend a Shanghai.
La tensione sale.
Finalmente un taxi accosta. Nessuna luce rossa, passeggero gia' a bordo.
Strano.
Non vi e' tempo per dubbi e domande: saliamo velocemente.
Ore 17: peak hour.
Il taxi avanza a fatica. Traffico, traffico, traffico.
Il tempo scorre.
Stabiliamo 15 yuan per il tassista e scendiamo al volo a pochi metri dalla stazione.
Slalom fra le auto e siamo all'entrata e siamo parte dell'interminabile fila al metal detector.
Jan ignora le guardie e avanza. Lo seguo.
Ci richiamano, tentano di dirci qualcosa, insistono, poi rinunciano.
"Laowai till bu dong" sentiamo mentre mi sorride.
"Laowai till bu dong" e' un gioco che ci piace.
Un viaggio di un'ora trascorre fra musica e guida di Shanghai.
Shanghai, south square.
Salutiamo un elegante Lockie in abito da sera al di fuori dalla stazione, dandoci appuntamento per dopo. Cena di lavoro per lui, "to have party" per noi.
Metro fino a Caoyang road, ostello, check-in, una veloce cena, un'interminabile doccia calda e siamo di nuovo in strada. In taxi fra i grattacieli di Shanghai.
Shanghai. La si può respirare. La si può sentire.
Il taxi si ferma. People's square, Nanjing road. Scendo.
Pantaloni neri, tacchi, giacca elegante. Sorrido e mi fermo.
Diversi weekend a Shanghai e non sono mai stata qui di sera.
Lo sguardo coglie ogni dettaglio. La mente elabora un'altra immagine, un altro ricordo: luci, una strada non affollata, laowai, tanti laowai come non ne ho mai visti tutti insieme da quando sono qui.
Camminiamo fino al Bund.
E di nuovo mi fermo. Osservo. Altra immagine, altri dettagli.
La mente razionalizza "Non e' nulla di speciale". E' vero. Non lo è.
Non dovrebbe esserlo.
Eppure vi e' qualcosa di magico nell'osservare Pudong, nelle acque illuminate, nel leggero freddo che si avverte, in Jan spalle-a-Pudong-mani-in-tasca che fuma una sigaretta mentre mi perdo fra foto, iso e tempi di esposizione.
Per quanto, non so.
Jan mi incita a proseguire. Dobbiamo attraversare il Bund in metro e abbiamo solo mezzora.
Corriamo velocemente alla fermata ma la guardia non ci lascia entrare. Niente da fare, troppo tardi.
Compriamo due birre al negozio all'angolo e siamo su un taxi e siamo in Pudong.
Jin Mao Tower.
Il taxi si ferma. Scendo, scendiamo davanti all'entrata principale.
Sollevo lo sguardo: "Jin Mao tower. L'edificio più alto della Cina, il quinto al mondo, 420,5 m. Uno dei più costosi hotel di Shanghai dal 53' all' 87' piano." snocciola Jan mentre arrivo fino in cima.
Finiamo le birre appoggiati al muro dell'edificio vicino. Un piacevole vento freddo, uno splendido skyline di Shanghai.
"Ok, let's go. Poker face, ok?", "Ok". "Poker face" penso. Quanti saranno già entrati fingendosi clienti? Quanti avranno già fatto lo stesso? In questa città di 17 milioni di abitanti immagino molti. Le guardie sanno probabilmente ed esattamente chi siamo e cosa vogliamo. Ma ci piace giocare.
Con la miglior poker face, un passo deciso, uno sguardo incurante, eleganti varchiamo l'entrata principale e ci dirigiamo all'ascensore.
Qualche secondo e siamo al 53' piano. Cambio ascensore. 87'.
Mi sporgo dalla ringhiera e osservo i 34 piani. Lo sguardo si perde: 87, 86, 85, 84...
Riprovo. Focalizzo l'attenzione sui balconi e ne seguo la spirale: 87, 86, 85, 84...si perde.
Di nuovo.
Vedo il pianoforte nero del bar al 53' piano. Gli ascensori che salgono e scendono. Intravedo le loro luci attraverso la parete semiopaca che ho di fronte. Ne seguo il movimento.
Non so quanto tempo passi...10-15 minuti, forse mezzora. Forse piu'. Starei qui ore. E' fantastico...
Guardo Jan. Sorrido.
Ascensore. 53' piano. Vogliamo guardare dal basso all'alto i 34 piani. Fare il contrario. Ma vi sono troppe persone. Ascensore, piano terra.
Ci allontaniamo dall'edificio e camminiamo un po'. Certe emozioni vanno assaporate fino in fondo.
Poi fermiamo un taxi ed e' "Windows scoreboard" ora.
Incontriamo altri ragazzi che conosciamo, facciamo nuove conoscenze. E le ore passano fra discorsi, calcetto, pool-games, discorsi, sorrisi, strani sguardi, qualche birra e qualche cocktails di troppo. Come sempre quando siamo a Shanghai. Cosi' abbandono velocemente il locale e con passo incerto mi dirigo in un taxi. Senza indirizzo, senza conoscere nessuna parola in cinese. Jan con hotel-business-card mi raggiunge in taxi.
25 yuan, 4:30 e siamo in ostello.
Gli occhi si aprono. 8:50. In silenzio mi alzo. Doccia, colazione, check-out e lascio l'ostello.
Chiamo velocemente Lockie che non e' rientrato la notte precedente e ci diamo appuntamento per dopo.
Poi una tappa in stazione per comprare il biglietto di ritorno e una al second hand e fake electronic market. Faccio tutto con l'entusiasmo e l'energia di un automa.
Sono ancora in coma. Decido di andare alla ricerca di qualche DVD e sbaglio tre volte metro. Lo stesso errore. Ci rinuncio.
Mi dirigo in Fuzhou road e mi perdo per ore in una libreria di design.
Lockie chiama. E' in ritardo, si e' perso in People Square.
Quando arriva ne osservo gli occhi rossi, la faccia sconvolta, il bisogno di stare perennemente seduto e di fare il meno possibile. Impegnativa cena di lavoro a base di whisky e gin.
Difficile sopravvivere a un venerdì sera da ricchi in Shanghai. Facile concedersi qualsiasi cosa. Facile esserlo.
Lentamente ci dirigiamo in People Square con l'obiettivo di vedere l'urban planning exhibition hall. E' chiusa. Poco importa.
Come sempre tutto ci sorprende e diverte. Passiamo ore fotografando qualsiasi cosa: la piccola chiesa fra due enormi grattacieli, i due uomini che parlano rifugiandosi dalla leggera pioggia, insieme, in una cabina telefonica, la pubblicità realizzata con un manichino invece che con un modello...
"They're crazy", "Ja, they are". E sorridiamo.
Sempre lentamente ci dirigiamo in stazione e con un D-train siamo nuovamente in Changzhou.
Leggi la prima parte 14 Nov 2007
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1. Scritto da karim80, il 12-01-2008 07:51 non ci ho capito tanto ma mi intriga, continua no?  |
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