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La strada sul grande oceano Stampa E-mail
18 gennaio 2008

 

di Claudio Canzonetta

 

Buio. Deve essere mattina, di già.
Sento il solletico familiare delle mosche sugli avambracci, camminano lente, senza muovere le ali, riesco oramai a distinguere le singole zampette sulla pelle. Supino sul letto, con gli occhi chiusi, lascio scoperte solo braccia e una parte di viso, che il lenzuolo me lo tiro su fino alle guance. Rimango immobile per qualche secondo ancora, prima di ricominciare la battaglia quotidiana. Maledette, ho i doppi vetri e le guarnizioni a sigillo sulle finestre e ogni notte riescono ad entrare. Alzo i gomiti leggermente, ed il frastuono d’ali assordante ricomincia. Una mi si avvicina all’orecchio stordendomi e quasi mi verrebbe voglia di prenderla a morsi, se non sapessi dell’inutilità del mio sforzo.

Con le palpebre ancora sigillate e le narici che annusano caffè, mi avvicino alle tende e scopro il sole pallido mattutino, leggermente, tanto per osservare le ombre rosse che mi si disegnano attraverso le ciglia. Tre mosche ronzano attorno, ma non ho ancora lo spirito per scacciarle, le lascio posare sul mio corpo, quando si stancano per il frenetico volo. Alzo la mano sinistra lentissimamente, compiendo il rito quotidiano, una bella strofinata ai capelli mentre l’ennesimo sbadiglio trasforma il mio volto in una smorfia deforme. Sono a questo punto pronto per affrontare lo specchio, e le abluzioni mattutine.
E’ giorno di chilometri, un giorno da strada.
Scaccio quattro mosche dal cruscotto della mia rossa Hyundai utilitaria e infilo le chiavi nella serratura. La radio passa un melenso successo degli Abba, mentre svicolo via per S. Kilda Road, oltrepasso i palazzi grotteschi del centro, ed imbocco l’autostrada, lasciandomi alle spalle il chiasso sarcastico di Melbourne.

Sono a quasi cinquecento chilometri da Port Fairy, appena trecento secondo le mappe ufficiali, se si prosegue sulla colata d’asfalto che parte da Geelong. Ho un obiettivo in testa, ma nessuna voglia di realizzarlo, ho una destinazione, ma vorrei che i numeri rotolassero all’indietro, che i battistrada mangiassero strada al contrario. Me la prendo comoda, guido piano, in fila nella corsia di mezzo, eccitato al proposito. E’ una giornata uggiosa, fredda per essere l’inizio dell’estate in questo emisfero. Qualche goccia di pioggia annaspa sul parabrezza, danzando a ritmo di malinconia.
L’arte è solo imitazione, mai abbellimento, penso stordito dalla perfezione di questo momento. La più potente descrizione, il quadro d’autore non si avvicinano neanche alla magia inerme dell’attimo da inseguire, dell’accumulo di Tutto. Ho voglia di gridare. Non lo faccio però, temendo di interrompere il tono nebbioso e triste del mondo che ho attorno.

Il primo incontro con l’Oceano è una disperazione. Oltrepassando di poco la banale cittadella di Torquay, con i suoi villini e i supermercati, si arriva finalmente al bivio per la strada vecchia, la costale serpentina monocorsia che prosegue lenta e sinuosa fino al cielo, pennellando un sentiero a recinto del mare.
L’Oceano grigio, in tempesta, gli spruzzi salati, i gorgheggi delle insenature.
L’urlo degli annegati rimbomba nelle tempie, centinaia di metri più in alto, fino allo spiazzo su cui ho accostato. Anche le mosche si accasciano con me atterrite.
Il vento mi stringe addosso i vestiti leggeri (troppo leggeri!), piove sugli occhi e sulle onde. La cresta grigia della scogliera raspa contro le retine, acceca le nuvole e stuzzica i marosi. Sono a piombo sul nulla, mi affaccio contro la perdizione e l’immenso. Penso che di fronte a me sono i ghiacci di Antartide, sotto di me le rovine di Atlantide.
Prima di perdere il senno completamente, torno alla mia strada, sicura, stabile, che scandisce la mia giornata sui trenta all’ora. Soffio via moscerini con la bocca. Comincia ora e veramente il viaggio.

Anglesea, Fairhaven, Lorne, Apollo Bay sono poco più di punti sulla carta e un gruppo di case affacciate sulla Great Ocean Road. Mi sento cordiale, sorrido ai passanti, saluto i pescatori, spendo qualche soldo nei negozi locali, cibo perlopiù, riviste e un paio di cd per scacciare il maltempo e le ombre che mi rincorrono. Fa molto buon karma, e me ne serve, di questi giorni.
Sono ore che continuo a guidare, l’entusiasmo mattutino scema, ma c’è la voglia di andare avanti, la scoperta che soffoca i ricordi di eccitazione, come un esplosione di salsa dentro ad un disco di fado.
Decido di tentare la sorte e mi avventuro inseguendo una scia di mosche dentro la foresta pluviale che avviluppa Capo Otway. Gli alberi svettano alti a coprire il cielo già scuro, creando un ponte continuo che mi sovrasta. Riduco ulteriormente la velocità, ormai quasi cammino, ma almeno sono al coperto. Spengo la musica e allerto le orecchie per ogni suono sospetto. Un cartello mi rammenta di rallentare e fare attenzione all’attraversamento d’animali selvatici: mi sembra di buon auspicio!
I minuti si susseguono lenti e credo di sapere già a memoria le folte chiome e le stratificazioni fogliate, riesco ora a distinguere gli eucalipto sottili dai pini e gli abete anche solo dal diverso nugolo di moscini che li attraversa.
Resto attento però, fino all’incanto: un koala sonnacchioso aggrappato ad un inverosimile rametto che si muove al vento. Ed un altro, che sembra sbadigliare. Ed un altro ancora, questo zampetta al vento. E gruppi di koala, sui rami. E una mamma che cammina su un fusto portandosi in groppone il piccoletto. Sembrano galleggiare in perfetta armonia, presi nella loro soporifera vita al di fuori del caos. Mangiucchiano foglie, una basta per ore. E si riaddormentano.
Cammino fino al faro continuando a guardare in aria, accompagnato da tre mosconi che mi girano attorno sorridendo. Poi vedo la terra che divide il mare in due sponde. Sono a metà strada ormai. Bisogna andare, riprendere il percorso.

Il sole bianco, tenue e freddo, sembra scoraggiare il risveglio.
Faccio fatica ad uscire dalla spessa coperta, accendo prima il piccolo radiatore, mi arrotolo con tutto quello che trovo attorno. La temperatura è scesa ulteriormente durante la notte, ma la pioggia sembra essere cessata.
Apro le ante alle finestre della baita di rovere in cui ho dormito e guardo compiaciuto la piccola baia che mi si apre davanti: con il caldo ed un diverso umore avrei potuto approfittare di un bagno dentro l’alba in questo splendido fiordo di costiera. Invece no, il gelo arido.
La baita è esattamente al centro dell’insenatura. Poco più in là, in mezzo allo stretto tra le rocce, sul pontile, qualche sparuto pescatore è a caccia di prede grosse, combattendo contro le intemperie e agitando le mani per scacciare gli insetti.
Tracanno dal cartone il latte comprato in chiusura la sera prima e mi rimetto in marcia.

Di mattina presto i Dodici Apostoli cantano in coro ai visitatori. Sono undici o tredici i Dodici Apostoli, a seconda di come li si conta. Sono faraglioni di terra uno vicino all’altro, sono pezzi di scogliera morta disintegrati dal mare, corrosi dagli anni, che resistono alla vita dura di ufficiale di frontiera.
Un tempo incutevano terrore, spaurivano le imbarcazioni che attraversavano gli oceani, i velieri che nottetempo si vedevano apparire questi mostri acuminati a pochi metri, e marinai finivano per perdere la vita a pochi metri dalla loro agognata Nuova Terra.
Uno degli Apostoli è dedicato al Loch, un famoso brigantino affondato che fece strage di un paio di dozzine di uomini e donne.
I loro fantasmi girano ancora di notte, ma al mattino restano solo gli acuti biblici e puri degli Apostoli, che rompono lo onde.
Passanti scattano flash ma alcuni rimangono assorti o pensosi, attirati forse dalla insana malia di sirena di queste terre, dall’incitamento alla deriva, all’affogarsi.
Continuo però, non è l’ora, ancora.  

Scappo da Warnambool, infastidito da un’anziana signora circondata da mosche che tenta di convincermi a pagare trenta denari per assistere ad un meraviglioso gioco di laser, a ricostruzione del naufragio del Loch.
Troppo vitale, la vecchietta. E ho già spiriti in testa.
Le nuvole si diradano solo un poco, quando arrivo nel centro del vulcano di Tower Hill, pochi chilometri più avanti. Attorno a me, sulle pareti aride del vecchio cratere incrostato, erbacce hanno ricoperto le rughe rosse.
Mi infosso tra colline e sbozzi di terra, calpestando cadaveri di mosconi e arrampicandomi poi su vette per esaminare il resto del panorama.
Gli emu mi sbarrano la strada e sono costretto a fare una giravolta lungo il bordo del lago. Canguri scuri zompano allegri tuttattorno, giocando a rincorrersi e poggiandosi sulle code robuste.
Gli animali spensierati mi fanno ancora una volta capire lo sbaglio del malessere, lo spreco del ragionamento.
Sono determinato adesso. 

Arrivato a Port Fairy, è esattamente come avevo sperato.
Piccolo paesello di campagna, abbarbicato sull’Oceano, si riempie dieci giorni l’anno durante un festival musicale. Il resto dell’anno diventa una città stregata, un villaggio di spiriti.
Le insegne dei negozi spente, le vetrine che esibiscono vestiti di una stagione addietro.
Nessuna luce alle finestre. Nessun passante. Nessun veicolo.
Solitudine soave come uno spettro.
Entro lento nell’unica locanda aperta, facendo scricchiolare le ante della porta come in un film horror. Il custode quasi si spaventa, sbucando veloce dalla cucina comune.
Pago contanti, prendo la chiave, neanche entro in camera, ritorno in macchina.
Voglio essere ritrovato. Voglio che sappiano chi sono.
Guido veloce, stavolta. Non voglio perdere l’intento.
L’Oceano è con me, sa cosa sta succedendo, roboante con onde di metri.
L’orizzonte è caldo di tramonto.
Arrivo nella lunga baia, quasi un labirintico intreccio di strade sterrate.
Il faro proietta la sua luce sfocata ruotando impassibile.
Lancio la mia Hyundai rossa contro la banchina, uccidendo mosche posate sulla palizzata.
Finalmente mi ricongiungo alle origini.
Finalmente l’Oceano si placa, sogghignando sardonico e soddisfatto.   


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  Commenti (4)
1. Scritto da Stefano, il 19-01-2008 04:31
Hey, bello rileggerti dopo tanto tempo! Sono appena passato proprio da quelle parti, ora era piu' caldo, Tower Hill era in fiore e a Port Fairy c'era un po' piu' di animazione la notte di San Silvestro. Ma le mosche... hehehe, quelle non mancavano nemmeno ora! E le mosche australiane sono le piu' affettuose che mi sia mai capitato di incontrare. 
G'day mate!
2. Scritto da daniele, il 20-01-2008 03:54
concordo con Stefano , le mosche australiane affettuose e inseparabili... grazie per il racconto, un pezzo della mia vita e' in australia, 7 anni di oceano blu, strade dritte nel deserto, spiaggie infinite.
3. Scritto da annaluna, il 21-01-2008 10:29
anche un milione di mosche! vorrei esser li, adesso ed anche domani e poi ....... :cry  
se suoni come scrivi, mollo Bruce!
4. Scritto da handik, il 25-01-2008 10:00
ciao cari,  
 
sono contento di non essere il solo a pensare "vedi l'australia e poi muori", parafrasando...  
effettivamente ci ho lasciato un pezzo di cuore, anche se in tutto mi sono potuto concedere solo 12 miseri giorni... 
 
probabilmente scrivo meglio di come suono, annaluna tesoro!  
però in questo periodo suono più che scrivo. 
tra l'altro stiamo organizzando concerto a shanghai per Marzo, quindi tenetevi pronti al mio grande ritorno.  
 
beccatevi il videuzzo, nel frattempo! 
www.vimeo.com/626508/ 
 
gnauz 
 
Cla

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