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di Kiara DG
"...and the question is, was I more alive / then than I am now? / I happily have to disagree; / I laugh more often now, I cry more often now, / I am more me"
Mercoledi' sera, hard seat n°60, N418.
I'm on the way mentre aspetto che il treno parta.
Un minuto ancora.
Cerco di ignorare lo sguardo insistente del cinese alla mia destra, la coppia che mangia di fronte a me, i rumori e gli odori. Di dimenticarli.
Mi concentro sul recente sapore del vino sulle labbra, sullo stomaco vuoto, sulla fame.
Niente da fare: rumori, rumori, odori, sporco, tendina bianca a strisce trasparenti senza bianco.
Scosto la tenda. Una, due, tre volte. Premo insistentemente: più, più più. iPod al massimo.
E lo sguardo si perde al di fuori dal finestrino. E i pensieri scorrono.
Sono giorni densi di emozioni, sensazioni, idee.
Sono quasi alla fine della mia esperienza in Cina e la mente fabbrica resoconti, stila classifiche, progetta, aspetta il ritorno, valuta ogni dettaglio.
E questa sera e' il momento della consapevolezza.
E' stato un aperitivo da M&J a Shanghai. 19:30 poco meno - 21:30 poco più.
Una leggera pioggia, un freddo che si fa insistente mentre seduta all'esterno ascolto discorsi italiani.
Ascolto e parlo.
E' un'overdose di suoni e accenti diversi che riesco a cogliere. Di familiari espressioni che avevo dimenticato. Dopo quasi quattro mesi senza italiani ora ne sono circondata.
Le sensazioni si sovrappongono e si mischiano.
Ascolto, ascolto, ascolto. I discorsi passano in secondo piano. Mi concentro sulle immagini, sulle sensazioni. Sul tono della voce, su come si abbini a una parola o a un gesto, la posizione delle mani, la disposizione delle persone. Ascolto con gli occhi e con la pelle.
Qual'e' la differenza fra essere qui o in Italia ora?
17 milioni di abitanti, skyscrapers, luci, tante luci, un cambio vantaggioso, il cibo, vestiti migliori..almeno per me..
Jeans e giubbottino marrone: gli unici non irrimediabilmente deformati dalla chinese-language-washing-machine. Sorrido. Strano pensiero che sopraggiunge dopo mesi. Sarà per i vestiti eleganti intorno a me, saranno gli italiani. Lo scaccio e mi godo questo strano scorcio di Shanghai che altrimenti mi sarebbe mancato.
Essere parte di una comunità in un agglomerato di persone. Essere italiana a Shanghai.
Quante volte: "Italian aperitif in Shanghai tonight", "Ok, Let's go" Jan, "No, no it doesn't matter".
Quante volte Shanghai ci e' sembrata la via di fuga.
Fuga da Changzhou. La nostra realtà.
Una realtà di 5 milioni di cinesi e qualche centinaio di laowai. Well, questo e' quello che ci dicono. Ma dove siano, non si sa.
Siamo stati sempre per lo più sempre noi 5: 5 ragazzi fra i 23 e i 28 in "zhu jiang hua yuan". Meglio: 4 ragazzi e 1 ragazza..
Lascio M&J e sono in metro.
Non cambierei i miei 4 mesi in Changzhou con Shanghai.
Viaggiare e' conoscere, capire, guardare, imparare.
A Shanghai non sarebbe stato lo stesso. 4 mesi non sono molti, serviva una full immersion.
Volevo la Cina.
Spinta a forza contro il muro della cultura, dell'ottusità e dell'ignoranza cinese per 4 mesi l'ho avuta.
Quattro mesi di lotte. Con se stessi, con questo popolo, con questo paese.
Camminare ogni giorno per strada sapendo che probabilmente sarei stata l'unica ragazza laowai a farlo quel giorno.
Lavorare in uno studio cinese e scontrarsi con la loro mentalità, le loro abitudini. Dentro e fuori.
Non e' stato semplice.
Eppure non e' stato neppure così difficile.
Sorrido.
Una ragazza e quattro ragazzi.
I ragazzi sono stati la mia salvezza.
In Cina puoi impazzire. O impari o impazzisci. Con loro ho imparato a ridere della Cina.
Sorrido quando uscendo da un ristorante sento sputare, mi volto e sono loro. "We're learning" mi dicono. Sorrido quando Jan risponde nihao all'onnipresente hello. Sorrido quando con un "laowai till bu dong" ci divertiamo a non rispettare le regole. Alla classifica delle peggiori toilette. Alle conversazioni che Jan intrattiene sorridendo in tedesco con gli ottusi cinesi che intavolano discorsi noncuranti dei nostri numerosi "till bu dong". Quando per strada giochiamo a fare le star. Quando...
Sento il freddo palo della metro contro la mia mano.
Gli occhi faticano a restare aperti.
Troppe notti insonni nell'ultimo periodo. Nel tentativo di non perdere nulla.
Addormentata scendo dal treno nella fredda notte di Changhzhou.
Taxi. "zhu jiang hua yuan" dico. Il tassista mi guarda sconcertato.
Probabilmente non ho pronunciato bene l'indirizzo. Lo ripeto, impegnandomi il più possibile. Niente da fare, non capisce.
"Damn man, I'm tired!!!"
Quattro mesi in cui non ho certo appreso la pazienza.
Probabilmente l'ho persa.
Altro taxi, altro tentativo.
" zhu jiang hua yuan"...mi guarda, si impegna, ripete l'indirizzo in modo diverso.
"Hao da, hao da" confermo.
Non ho appreso neppure il cinese.
Una corsa da 18 yuan e sono a casa.
Attraverso il cancello con lo sguardo familiare della guardia che mi segue.
Immagino i suoi pensieri: "strane le ragazze laowai".
Sorrido divertita: ha solo me come esempio. E io non ho fatto nulla per cambiare questa sua idea. Esco e rientro ad orari impossibili, vestita nel modo più impensabile. Canto ad alta voce, ballo per strada.
h1 sono a casa.
Sveglia h7.
Prima parte: 14 Nov 2007
Seconda parte: 15 Nov 2007
Terza parte: 19-23 Nov 2007
Quarta parte 24-29 Nov 2007
Quinta parte 29 Nov-2 Dic 2007
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1. Scritto da annaluna, il 01-02-2008 08:18 cara Kiara, e' una bellissima esperienza la tua. Complimenti. Ma vedi, tu hai deciso di fare un'esperienza e rientrare, c'e chi invece ha deciso di fermarsi qui, ed allora perche' sputare sul fatto di essere italiani fra gli italiani a shnaghai? Ho vissuto i primi anni della shanghai mitica, quando la carta igienica la rubavamo alla toilette del mezzanino del Peace Hotel. Era bello ed affascinante (a ripensarci ora). Oppure, il tam tam dell'arrivo della varecchina all' Orient a XiuJia Hui. Dopo 10 minuti era gia' finita nelle sporte dei laowai.... Era affascinante quando i cinesi guardavano la mia faccia e gli occhi verdi da marziana.......ma. Ma e' molto meglio adesso adesso, credimi, anche se con piccoli rimpianti, perche' io vivo qui, lavoro qui, e per me, come per tanti altri non e' un'esperienza passeggera.Alla mia eta', poi! Ancora complimenti e brava a te che hai scelto la pronvincia e non un lavoro a due passi dal the Center ed una nottata di champagne al Bar Rouge. Buon rientro. Continua a scrivere. Appassioni! |
2. "Il muro della sotto-cultura" Scritto da
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, il 01-02-2008 15:53 Il muro della sotto-cultura viene fuori eloquente da questo breve, squallido e superficiale racconto. Con grande tristezza rifletto su quanti in questo mondo credono di essere migliori di altri solo perche' non sputano platealmente, mangiano silenziosamente e vestono abiti "eleganti" con le cuffiette dell'iPod incollate ai timpani per giustificare l'incapacita' di comunicare con il proprio vicino-lontano che sputa in terra evitando la sua faccia, la faccia di una ragazza occidentale arrogante pregna di luoghi comuni che lo meriterebbe tutto spalmato ovunque.... |
3. Scritto da editor, il 02-02-2008 02:10 Kiara non giudica ma descrive, il suo modo di comunicare sintetizza (pur con grandi spazi per un miglioramento) rap e haiku, traduce quello che vedono i suoi occhi nell'immediato senza il filtro di educazioni o inutili finimenti di stile, è giovanissima e parla per la sua età, un ipod come un telefono non preclude a una comunicazione ma la può espandere in altri termini, purtroppo quando si comincia a dire "ai miei tempi..." si è già fuori tempo. Non è affatto un modello di stereotipo occidentale ma un tipo universale, se penso a una ragazza orientale della sua età in Europa credo che potrebbe descrivere nello stesso modo quello che vedrebbe, rimarcando en passant le poche differenze che ancora ci fanno umani. |
4. Scritto da babayaga, il 02-02-2008 05:41 Io sono con l'editor. Lamentarsi e' un sacrosanto diritto incluso nel charter delle nazioni unite se non mi sbaglio, o se non e' cosi' dovrebbe esserlo. Questo e' un forum, ed e' bello sentire le diverse opinioni di ciascuno. Quello che ha vissuto Kiara e' un normalissimo caso di cultural shock, che e' molto documentato e comune tra gli occidentali che hanno un primo impatto con la Cina. Annaluna, tu hai la memoria selettiva -anche questa una pratica molto comune della psicologia umana. Non a caso fai menzione della carta igienica del Peace Hotel, che oserei dire la tua mente utilizza come catalizzatore per sterilizzare la memoria e sopprimere ricordi negativi. Un'altra teoria e' che, visto che il Peace Hotel ha chiuso i battenti, il tuo subconscio ti stia dicendo che soffri di stitichezza. Un altro elemento ricorrente dei tuoi ricordi e'il riscio', ovvero il raffiorare del tuo desiderio nascosto di essere una dominatrix in latex e di avere uno schiavo da frustare. Lo sogno sempre anch'io. Ma per tornare alla nostra Kiara, francamente, senza valium non ci resisteresti un giorno a Changzhou, dove questa poveretta ha passato ben 4 mesi. Numeri da giocare: 7 la carta igienica, su Napoli e tutte; 41 il riscio', su Bari e tutte; 63 il valium, su Genova e tutte. |
5. non capisco la lingua... Scritto da Andy, il 02-02-2008 11:10 Gentile Editor, se le seguenti parole: "Spinta a forza contro il muro della cultura, dell'ottusità e dell'ignoranza cinese...", non esprimono un giudizio, significa che io non capisco l'italiano e chiedo venia... |
6. Scritto da editor, il 03-02-2008 12:24 Un celere sceneggiatore italiano diceva che di fronte a un film è facile dire "brutto", meno facile dire cosa avresti fatto per renderlo bello. Ma che la sfida del film stava proprio in quello, stimolare la creatività di chiunque! Ora, non siamo di fronte a un'opera letteraria ma a un semplice diario con spunti e ritmo a mio dire interessante, comunque sarebbe molto ... bello se chi avesse da raccontare qualcosa sull'essere in questo paese lo facesse! Sento storie e aneddoti in giro che se solo uno si mettesse a scriverli ci spenderemmo sopra volentieri del tempo a leggerli. Certo che per scrivere serve del tempo e anche della dedizione, oltre che il rischio di sentirsi dire semplicemente: "brutto". |
7. Scritto da kiaradg, il 03-02-2008 18:40 Quelli che l'Editor ha gentilmente pubblicato sono solo appunti di sensazioni che ho raccolto nei 4 mesi che ho passato in Cina. Annotati su carta e poi trascritti a computer senza grosse modifiche. Una serie di frasi e parole che nello scrivere avevo scelto, nessuna presunzione di essere una scrittrice, con l'obiettivo di farmi rivivere in futuro, nel ricordo, un'emozione, uno stato d'animo, che forse avrei dimenticato. Sentimenti generati da quello che mi era successo nell'immediato, dai miei 24 anni, dall'essere donna, dall'essere me. Volubili e in continua evoluzione, come solo le sensazioni e le emozioni lo sono. Parole che non sono certo esaustive non solo della mia esperienza, ma anche delle mie opinioni e di me come persona. Se dovessi parlare ora di quello che ho vissuto e di quello che penso su un paese, un popolo, una cultura, lo farei in altri termini e non mi limiterei a riportare solo il ricordo di un aperitivo o di una corsa in taxi o di una birra. Quando ci troviamo di fronte a un quadro possiamo rimanere affascinati, perplessi, indifferenti. E comunicare quest'impressione. In seguito possiamo soffermarci sul tratto, sui colori, sulle forme, sull'appartenenza o meno a una determinata corrente. E formulare un giudizio. Non esprimo un giudizio senza informazioni e quando lo faccio, quando esprimo la mia opinione e la confronto con quella altrui, evito perbenismi e buonismi inutili, ma non dimentico il rispetto non solo del pensiero degli altri, ma anche e soprattutto dell'altra persona. E rispettare per me non coincide con condivisione di opinioni. Questo è il mio modo di agire. La mia è stata una bella esperienza, che non so quanti hanno il privilegio di vivere. Non mi considero sfortunata per essere stata a Changzhou. Apprezzo quello che mi ha permesso di imparare e di vedere. Non sminuisco il far parte di una comunità,con i propri incontri, in un paese straniero. Nelle poche righe che ho scritto ero solo contenta di non averne fatto parte per quei quattro mesi che mi erano stati concessi, perchè mi rendevo conto della loro dimensione temporanea. Mi piace la pizza e non la pasta, ma non sminuisco chi la mangia. Per fare una metafora all'”italiana”. Infine mi scuso se quelle che sono solo parole di una ragazzina possono avere offeso qualcuno. |
8. Scritto da
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, il 04-02-2008 15:56 Kiara, grazie per aver speso parole riconcilianti in questa tua ultima caliente riflessione. andrea |
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