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Lungi dall’essere un esperto in materia, la mia lunga visitazione in Cina mi permette di illuminare chi, di questo, è invece completamente all’oscuro. La prima volta che arrivai in Zhonguolandia sul finire degli anni ‘80, il bagno, inteso come spazio privato, era un concetto ancora molto al di là dall’essere solo pensato. Le case dotate di un 厕所“cesuo” (l’assonanza con l’italico “cesso” non trova miglior colpevole che il solito Marco Polo, che avrebbe im-portato il termine assieme a spaghetti, riso, bachi e cachi) erano molto rare, la maggior parte disponeva del vasetto da notte che la gente scaricava la mattina nelle fogne a cielo aperto della città o sui piedi dei passanti assonnati.
Solo qualche abitazione disponeva di un modesto cessetto, in condivisione coi vicini, sul corridoio. All’universita’ eravamo invece un poco privilegiati, parlo dei reparti per stranieri, perché pur avendo i cessi in comune, potevamo sempre chiudere la porta della turca, e le docce erano dotate di acqua calda, sempre un’ottima scusa per fare colpo sulle studentesse cinesi del campus.
Lusso quindi, per qualcuno, ma per noi 大鼻子“dabizi” (al tempo gli stranieri erano chiamati “lunghi nasi”), abituati ad altri standard, era pur sempre un ambiente in condivisione, aggiunto al fatto che dovevi stare attento che non uscisse qualche nutria a fregarti la carta igienica smerigliata di dimensione A5 (i rotoli erano ancora di là da venire…)! Una “seduta” come si deve andava programmata con scrupolo, calcolando bene i tempi per andare fino a un grand hotel, i pochi che c’erano, saltare la reception con un’aria da devoto in un tempio, e dirigerti verso le… toilettes. Particolarmente apprezzate erano quelle moderne dell’Hilton di Huashan Rd, mentre al Peace Hotel erano più d’epoca e deco, dipendeva dai gusti insomma. Era già un successo la sola visione della targhetta ottonata con la scritta WASHROOM che allontanava subito gli incubi di evacuazioni forzate di massa. Entravi, e l’emozione di trovarti davanti la pulizia dei marmi, i lavandini bianchissimi e i water coperti da lussuose tavolette “american standard” provocava da sola un leggero stimolo, paragonabile a un’acquolina in bocca di fronte a un buffet. C’erano tutti i presupposti per una sessione memorabile, se non che all’improvviso sbucava da un angolo impensato un ragazzetto in livrea che ti accompagnava al tuo boot e richiudeva la porta. Sentivi la sua presenza all’interno della sala da bagno mentre strofinava gli ottoni senza macchia, o peggio ancora celandosi in un silenzio abissale che rivelava ancora di più la sua vicinanza! La tua privacy era andata, irrimediabilmente rovinata. Guardavi il Tex che ti eri portato dall’Italia vecchio e scolorito, diventato inedito per l’occasione, che ti tornava tutto improvvisamente alla memoria. L’incantesimo era definitivamente rovinato, uscivi dopo poco, costipato e depresso, il valletto in divisa ti veniva incontro sorridente con pochi passi, ti accompagnava al lavandino per una lavata alle mani col sapone profumato porgendoti poi una salviettina di cotone immacolata che non potevi nemmeno fregare come avevi pensato! Se il bisogno era ancora impellente, uscivi di corsa dall’hotel per cercare un vicino “gonggong cesuo” (cloaca publica, in latino), unirti socialmente alle masse e, proprio lì, sentirti paradossalmente meno osservato e fuori luogo! Flush it again, Sam!
Con gli anni le cose sono cambiate.
Tornato dopo un decennio per un giro alla stessa universita’ ho visto le camere degli studenti stranieri fornite di bagno privato, i 公共厕所”gonggong cesuo” per strada sono anche migliorati parecchio, evolvendo in casematte di marmo dotate di porte alte (anche se spesso mancano le serrature), al posto di quelle tradizionali di 50 cm, che di fatto impedivano solo ai nani di vederti accosciato e impegnato a non cascare nella sentina di scolo! I bagni pubblici di Shanghai un quindicennio fa erano un cubicolo fetente con un canaletto centrale intervallato da postazioni in fila, senza separe’ dove il tuo sguardo si posava sul posteriore scoperto di quello davanti. Uno tsunami regolare come l’Old Faithful di Yellow Stone Park scrosciava da sotto spazzando via le produzioni di tutti quelli che ti stavano dietro! Zero privacy, ma in compenso una solidarietà commovente. La gente parlava e scherzava come se fosse al bar, na scevano amicizie e le sigarette giravano offerte come a una riunione, a volte ne ricevevi così tante in mano che dovevi chiedere aiuto per poter usare la carta igienica... Mi risulta che queste latrine esistano ancora in diverse parti del paese.
Una cosa è rimasta come prima, le ayi o gli shifu che ci lavorano dentro, che ti chiedono impietosi: 大便“dabian” o 小便xiaobian? La prima è a pagamento, mezzo yuan e un foglietto di carta smerigliata, la seconda gratuita, anche se qualcuno ci prova sempre a far pagare anche per una pisciata, visto il 老外 laowai (nel frattempo anche il linguaggio si è evoluto, non siamo più i “lunghi nasi” ma quelli “da fuori”).
Lentamente, anche la Cina sta andando sempre più verso una “non intromissione negli affari strettamente privati” e una raffinatezza dei termini. Il “cesuo” è ormai solo la latrina pubblica, se il bagno si trova in un locale pubblico si chiama più pariginamente 卫生间。Gli uomini sono invitati a non lasciare un lago per terra con uno slogan, incredibile, che recita 往前小一步,文民大一步 "un piccolo passo in avanti, un grande passo per l'umanità". Possibile che Armstrong avesse pronunciato la storica frase della passeggiata sulla luna rivolgendosi ad Aldrin che gli pisciava sulla tuta spaziale?
Va senza dubbio lodato il riconoscimento e lo status che le amministrazioni cinesi riservano alle naturali impellenze umane, allestendo ovunque bagni pubblici che in certi casi sarebbero confondibili con mausolei. I vespasiani, che erano una delle poche vestigia latine rimaste nelle città italiane, sono stati via via tolti per indecenza senza che fossero mai sostituiti. Fatalmente, la rimozione delle esigenze fisiologiche umane in Italia è cominciata con l’era sciagurata degli stilisti, che ancora dura, e si ostina a vestirci o a comportarci da esseri soprannaturali. In associazione ovviamente con la potente lobby dei baristi! In Italia, purtroppo, l’uso del bagno pubblico è inevitabilmente associato alla tazzurella di caffè obbligatoria, il té ancora no in Cina, restano per fortuna due cose separate.
Ma anche la lunga marcia della Cina verso la ritirata privata è minato dalla nefasta influenza di architetti e stilisti occidentali. Questi distruttori della pubblica utilita’ sono perennemente in crisi perchè devono inventarsi qualcosa, specie se non serve. Le invenzioni che hanno fatto il progresso dell’umanità sono state tutte acquisite negli anni ‘50 e ‘60 grazie a un fantastico ed elementare design: la Lambretta, la Vespa, il Ciao, i coltelli dentati Kaiman che squarciavano le pizze come spade di samurai, i bicchieri francesi Duralex a impugnatura antiscivolo e infrangibili, la moka Bialetti esagonale con manico di bachelite, che potevi aprire facilmente proprio la mattina, quando forza non ne hai, e i piatti in ceramica bianchi fondi! Erano forme perfette, imbattibili, eterne, finchè gli stilisti non ci hanno messo le mani. La Alessi fara’ anche moke esposte al MOMA, ma la mattina non le apri proprio e il manico di acciaio ti ustiona le mani, le paghi anche 100 euro contro i 10 di una moketta vecchio stile! Vespe e Lambrette sono state trasformate in stupide poltrone e non diventeranno mai epocali, i coltelli hanno forme sofisticate ma non tagliano, la pizza la devi mangiare con le mani, le forchette sono quasi bacchette cinesi stlizzate, i piatti sono diventati fondi come dischi di vinile in cui l’amata scarpetta non e’ più possibile. I designer Ikea non solo si divertono a rendere praticamente impraticabili gli oggetti più comuni, ma raggiungono il sadismo quando arrivano ai nomi! Come si fa a chiamare una poltrona Sgrandunseen-valden III?
Ora questa ansia di modernità e trasparenza ha contagiato purtroppo anche i cinesi che avevano appena fatto un grande balzo in avanti verso il riconoscimento del cesuo come spazio chiuso! Parlo della moderna tendenza di dotare i bagni di casa e hotel di belle trasparenze. Sempre più hotel usano pareti in plexiglass che collegano visualmente bagno e resto della camera! Più che simboli di progresso sono autentici simboli di voyeurismo o adatti per un erotismo da cortile. Non essendoci più niente da inventare ci si improvvisa cambiando quello che è già perfetto, il muro!
Privacy ko, trasparenza ok, bisogna sapere e spiare ogni momento dell’altro. Ma allora perché spendere tanti soldi per farsi un bagno trasparente quando cinquanta centesimi bastano e avanzano entrare in un gonggong cesuo e per farsi vedere da tutta People’s Square?
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1. Scritto da annaluna, il 19-02-2008 03:13
attento chopstick!, nominando le pareti in plexiglas degli hotel, nonche' i nomi che l'Ikea riserva ai suoi design, ebbene ti stai scoprendo troppo! Per pasqua vuoi buttare la maschera? Per nota sola, preferivo la toilette del Peace Hotel, dove rubavo anche la carta igienica. Mentre a quella dell'hilton, malgrado la presenza della "cadetta" riuscivo a sottrarre la crema per le mani.Cosi idratante e profumata, che la rimpiango tanto! Che bravo che sei! |
2. ...chi teme gli "odori" non apprezza l Scritto da
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, il 23-02-2008 11:36 Esilarante racconto. E' ancora attualissima l'atmosfera spartana nei cesui di provincia con le sigarette che circolano copiose, per socializzare e coprire parzialmente i profumi aromatici... |
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